(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Si torna a parlare di Ucraina, oggi con alcune mozioni alla Camera. Le opposizioni, con Calenda, hanno presentato fin qui 5 mozioni diverse: tre appoggiate dal Pd sulla partecipazione alle missioni internazionali NATO; una di M5S e AVS, distinta e favorevole solo ad aiuti umanitari (non militari e logistici), la Missione Euman.

Avvilente il tutto, comunque, perché la divisione sull’Ucraina permane nel campo largo, anche in vista del dibattito estivo e del mitico programma. Deplorevole che fin qui non si sia trovato ancora un minimo punto di incontro a riguardo, su aiuti a Kiev e postura geopolitica. Anzi, la vicenda del Pirlo cacciato “putiniano”, tragicomica, ha inasprito le distanze tra Pd e M5S. Infatti Berruto, sprinter-capo sport del Pd, sta a riguardo sulla posizione di Picierno, benché si difenda dicendo che vuole sanzioni anche per Israele (ma c’entra come i cavoli a merenda). Qui la guerra voluta è con la Russia, e in tal senso vanno riarmo e sanzioni. Sensi, sempre del Pd, lancia anatemi amico/nemico del tipo Stalin-Schmitt: “Non a caso chi si schiera per Pirlo sta con Salvini e Vannacci”. Disgustoso anzichenò, e con la tesi dell’”oggettivamente con il nemico”: cioè un gulag morale.

Quanto a Schlein, si è inclinata a destra-centro, verso Draghi e i riformisti, con l’idea calendiota dei “cavalli di Troia putiniani”. Né basta eccepire che lo faccia per blandire la minaccia scissionistica riformista interna, come suggeriscono i più indulgenti verso il Pd. No, è grave. Minoritarie sono le levate di scudi degli ottimi Bettini e Orlando che si attirano vituperio, benché Rinascita tenga botta su coesistenza e trattativa (Ps: leggetela e sostenetela!).

Eppure sarebbe agevole e praticabile per Schlein far propria almeno la posizione di Bersani, che è tornato dopo un po’ di letargo alla sua posizione del 2022: “Tagliare quel tubo di gas con la Russia è grave e ci vuole una linea rossa per gli aiuti”, disse a Otto e mezzo. Cioè la trattativa, non il riarmo e l’oltranza di guerra infinita. Il concetto lo ha ripetuto Bersani di recente sempre in Tv su La7: “Con la Russia prima o poi si tratta”.

Già, ma come? Lo abbiamo ripetuto più volte. E almeno in parte su questo il Pd c’è, con il rifiuto del riarmo al 5% del Pil. Ecco come:

  1. Dando priorità all’azione diplomatica.
  2. Con il rifiuto della logica dei “volenterosi”, che vuole piazzare un piede armato in Ucraina alla frontiera russa in veste di ipocrita peacekeeping: ovvero di parte in causa belligerante!
  3. Infine proponendo una tregua e la spartizione dell’Ucraina tra la parte filo-occidentale e la parte occupata, dove i partiti filo-russi prendevano l’83% fino al 2014 (data di scioglimento con la forza di tali partiti, che riciclatisi presero ancora il 50% nel 2019).

Spartizione de facto, quindi, sulla linea del fuoco e appello alla fine dei bombardamenti russi, con ONU e OSCE a salvaguardia e una conferenza di pace per la sicurezza. La Russia provvederà alle riparazioni con gli asset congelati (lo ha già detto). L’Ucraina entrerà nell’UE ma non nella NATO e verrà garantita da un ombrello armato esterno Euro-NATO, ma non in loco. Men che mai Kiev dovrà essere parte integrante del complesso militare-industriale euro-americano, pur garantita da aiuti permanenti e da un esercito suo proprio congruo, ma non inserito nel meccanismo NATO.

Ebbene, senza un orizzonte strategico e diplomatico in tutto o in parte coincidente con quello qui delineato, l’alternativa sarà il doppio meccanismo del riarmo faraonico (6.800 miliardi di qui al 2035) e della guerra infinita. Entrambi funzionali l’uno all’altra sul crinale di una guerra fredda incline a divenire calda con deriva nucleare, e nel segno di un keynesismo militare che deforma, impoverisce e stravolge tutta l’economia europea. Con un enorme vantaggio incrementale per l’export USA in armi ed energia e la distruzione della coesione sociale europea.

Irrita e sorprende che, in un momento topico dello scontro civile con la destra nel nostro Paese, il campo alternativo non si sforzi di trovare un punto di sintesi politico-programmatico su questo terreno dirimente. Un terreno del tutto abbandonato — specie per colpa del Pd — alle furbizie e al pragmatismo di Giorgia Meloni, che si smarca a modo suo sia dal Rearm sia dai “volenterosi”, almeno sul tema boots on the ground.

Talché la conclusione è questa, racchiusa in uno slogan: non basta l’antifascismo e la difesa della democrazia contro la destra; ci vuole il realismo pacifista diplomatico, contro la guerra, per impedire a Meloni di lucrare su un equivoco pragmatismo moderato e nazionale. Perché è la sinistra che deve difendere la nazione italiana e l’Europa dalla guerra. E deve farlo in nome del patriottismo civico della Costituzione repubblicana, che rappresenta e racchiude ben più di un programma, a saperla brandire bene e utilizzare in nome dei diritti universali e del rifiuto della guerra nella quale ci vogliono arruolare.