Per capire chi detta davvero le priorità e i tempi della politica italiana, non basta guardare ai programmi elettorali. Serve osservare il calendario delle Commissioni parlamentari

Perché alcune leggi volano e altre restano ferme per anni? Il caso del ddl Caccia e gli interessi di pochi

(di Alessandro Fazzi e Martina Pluda* – ilfattoquotidiano.it) – Il modo in cui una legge arriva e prosegue il suo iter in Parlamento racconta spesso molto più della legge stessa. Nelle ultime settimane il dibattito pubblico e politico sul ddl Caccia, anche detto ddl Sparatutto, si è fatto acceso, con critiche alla sua fondatezza scientifica, costituzionalità e particolarità di interessi. Eppure, c’è un’ulteriore domanda che meriterebbe un’attenzione simile a quella giustamente riservata al merito del provvedimento: perché alcune proposte di legge attraversano le aule parlamentari a passo di corsa, mentre altre vi restano ferme per intere legislature?

Ogni volta che una legge sembra nascere per rispondere con straordinaria efficienza agli interessi di pochi, mentre altre iniziative sostenute da milioni di cittadini e cittadine restano ferme per anni, il costo non è soltanto legislativo. È democratico. Perché la fiducia nelle istituzioni non si perde in un giorno: si consuma lentamente, ogni volta che la politica dà l’impressione che partecipare conti meno che avere accesso e influenza nei luoghi dove le decisioni vengono prese.

Il problema, infatti, non sono soltanto gli obiettivi perseguiti da questa legge, per le ragioni che sono già state ampiamente esposte da numerose voci autorevoli, ma che osservandone il percorso si comprende quali interessi riescono a ottenere risposte politiche immediate e quali, invece, no.

Ad esempio, da anni giace in Commissione una proposta, sostenuta da un ampio consenso nell’opinione pubblica, che punta a introdurre un divieto di importazione, esportazione e riesportazione di trofei di caccia ottenuti da animali appartenenti a specie protette a livello internazionale perché minacciate di estinzione. Questo disegno di legge (A.S. 822), presentato a luglio 2023, è ancora fermo alla fase di assegnazione in Commissione, senza che trovi spazio nell’agenda parlamentare. Al contrario, l’attuale DDL Caccia (A.S. 1552 / A.C. 2984), presentato a giugno 2025, nel giro di dodici mesi conclude l’esame al Senato e arriva alla Camera, procedendo con una rapidità insolita.

Questa marcata differenza nei tempi di lavorazione non è frutto del caso, ma riflette la struttura dei poteri parlamentari: dopo l’assegnazione, la gestione concreta dell’iter spetta interamente alla Commissione. In particolare, la presidenza ha il potere di predisporre il programma e il calendario dei lavori, stabilendo le priorità tra i numerosi provvedimenti assegnati. Si tratta, dunque, di una discrezionalità politica e organizzativa ampia, che non incontra vincoli procedurali rigidi.

La scelta di dare precedenza al ddl Caccia rispetto al ddl sul divieto di importazione ed esportazione di trofei di caccia, riflette quindi una valutazione politica sull’urgenza e sull’opportunità dei diversi provvedimenti. La differente “velocità” con cui i due testi sono stati lavorati non rappresenta una vera e propria anomalia, ma l’esito fisiologico dell’autonomia organizzativa di cui godono le Commissioni e i loro Presidenti nell’esercizio delle funzioni legislative e, dunque, sulle priorità politiche – quando non smaccatamente elettorali – che la maggioranza ritiene prioritario affrontare rispetto al tema della caccia e della tutela degli animali.

La questione, allora, non è soltanto il merito delle due proposte né se il ddl Caccia sia, di per sé, giusto o sbagliato. Riguarda il messaggio che trasmette il modo in cui un testo di legge viene costruito. In altre parole, il criterio con cui si decide cosa merita urgenza a livello politico e cosa no – e chi lo stabilisce.

Se si vuole capire chi detta davvero le priorità e i tempi della politica italiana, non basta guardare ai programmi elettorali. Serve osservare il calendario delle Commissioni parlamentari. Lì sono effettivamente riflesse le scelte politiche e ognuna di esse racconta una gerarchia di priorità. E sono proprio queste priorità a meritare oggi una discussione pubblica, soprattutto se fanno gli interessi di una categoria che rappresenta meno dell’1% degli italiani, per altro già oggetto di interventi riformatori di ampia portata, attuati attraverso una pluralità di decreti legge e leggi ordinarie, durante la presente legislatura.

In ultima analisi, la qualità e la forza di una democrazia non si misurano solo dalle leggi che approva e dalla velocità con cui lo fa (incluso l’abuso dei decreti legge), ma anche da quelle che sceglie di non discutere. Ogni volta che un provvedimento sostenuto da un interesse organizzato, che non appare avere quale obiettivo la giustizia sociale e il bene comune, trova una corsia preferenziale, mentre altri restano per anni in un cassetto, il problema non riguarda soltanto settori specifici come la tutela degli animali o della natura. Riguarda tutti noi come cittadini e cittadine. Perché la fiducia nelle istituzioni non si incrina soltanto davanti alle decisioni che non condividiamo.

Si incrina quando smettiamo di credere che le priorità della politica coincidano, almeno in larga parte, con quelle della cittadinanza.

*rispettivamente Rapporti istituzionali e Direttrice di Humane World for Animals Italia