
(Mario Tozzi – lastampa.it) – L’Italia ha ripreso a bruciare cospicuamente in questo inizio estate: migliaia di ettari di superficie boscata vanno a fuoco a partire dal Piemonte per passare alla Liguria, Toscana e poi Abruzzo, Calabria, Lucania, Sicilia e Sardegna. Non siamo ai numeri degli anni Novanta del XX secolo, quando si sfiorarono i 120.000 ettari bruciati nel 1993, ma negli ultimissimi anni si assiste a una ripresa acuta dei fenomeni. È vero che il fuoco ha a disposizione più boschi del passato, visto che la superficie forestata ha quasi raggiunto il 40% (anche grazie al Pnrr), soprattutto per via dell’abbandono delle aree agricole. Ma la crisi climatica è l’oggettivo fattore che incrementa i roghi, facilitandone gli inneschi e estendendone gli effetti.
Ondate di calore e siccità prolungata rendono più secche le piante, la lettiera e il suolo, facilitando l’innesco dell’incendio, mentre le stagioni calde durano sempre più a lungo e le temperature dell’atmosfera battono sistematicamente ogni record precedente. La siccità delle falde sotterranee, le “spugne sepolte”, è il vero problema: una falda depressa sotto i suoi limiti di ricarica naturali rende più secchi boschi e pianure e appassisce complessivamente il verde su tutto il territorio.
E qui non si parla più soltanto della mancanza di piogge, ma anche del consumo esagerato e dello spreco di acqua. Uno spreco le cui basi non si pongono solo nella stagione estiva torrida, bensì soprattutto in quelle precedenti, magari durante gli inverni siccitosi in cui cade pochissima neve.
In queste condizioni le fiamme conquistano superfici sempre più estese che vengono divorate sempre più velocemente. E (per fortuna?) l’estensione limitata delle nostre foreste impedisce che il vento forte e i picchi di calore, pure presenti alle nostre latitudini, portino a quei grandi incendi forestali che attualmente stanno devastando il continente nordamericano. I cosiddetti incendi di sesta generazione, praticamente impossibili da spegnere e capaci di creare microclimi regionali che aggiungono calore al calore.
Ma l’impatto globale dei grandi e dei piccoli incendi si fa sentire soprattutto sul clima: prima di tutto per via del rilascio istantaneo di grandi quantità di CO2 che, come conseguenza immediata, porta alla perdita della funzione di “sink” che hanno le foreste, cioè a dire una limitazione nella capacità naturale di assorbimento di carbonio da parte degli alberi. Il suolo bruciato, poi, diventa scuro e assorbe più radiazione solare, alterando l’albedo della Terra (almeno localmente).
Successivamente le polveri nere andranno in giro per l’atmosfera e finiranno anche sui ghiacciai, accelerandone la fusione. Infine, e questo vale soprattutto in Italia, gli incendi distruggono anche le radici degli alberi, incrementando il dissesto idrogeologico: fiamme poi piogge, un doppio colpo da cui il territorio si riprende con difficoltà.
I grandi incendi incrementano il riscaldamento globale e, a loro volta, sono favoriti dalla crisi climatica, in un circolo vizioso che i Sapiens non sembrano in grado di spezzare. Il fatto che interessino anche regioni una volta umide come i continenti boreali dimostra quanto sia avanzato e grave il riscaldamento globale, dovuto alle nostre emissioni climalteranti.
Non contenti, siamo sempre noi Sapiens ad appiccare il fuoco, per disattenzione e, soprattutto, per dolo: una foresta di pregio bruciata non ha più valore e permette ogni speculazione, perciò si raccomanda il censimento dettagliato delle are bruciate, in modo che, comunque, in quelle aree, non si possa mandare avanti alcuna attività economica, ma solo la riforestazione controllata.
Da noi c’è anche un’aggravante (ben verificata in Abruzzo): colpire i parchi naturali, visti come un vincolo alle ansie costruttive o di sfruttamento turistico. E qui il danno è ancora più grave, visto che si tratta in molti casi di foreste primigenie, che si ricostituiscono solo in secoli. Una perimetrazione accurata dei boschi, il già ricordato catasto obbligatorio delle aree incendiate, il divieto assoluto di ricostruire nelle aree bruciate e la sorveglianza satellitare nelle aree protette possono ridurre il rischio, a patto di trovare e perseguire coloro che appiccano gli incendi, unico deterrente che sembra funzionare davvero. I criminali del fuoco sono sempre in azione e per fortuna nessuno li chiama più piromani: sono speculatori che hanno trovato nella crisi climatica il loro più grande alleato.
In generale un danno doloso di qualsiasi tipo contro l’ambiente dovrebbe essere considerato tra i crimini più efferati e non punito come dolo generico o nell’aggravante di disastro ambientale. Nella fattispecie, anziché sfornare leggi liberticide che limitano il dissenso o estensioni di punibilità ai minori, sarebbe più opportuno fare leggi che obblighino la riforestazione in ogni caso e nel contempo che inaspriscano le pene per questo tipo di reato doloso, dove oggi prevedono il carcere fino a un massimo di 10 anni.
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Questi incendi dolosi vanno annoverati tra i crimini contro l’ umanità e di conseguenza vanno puniti con l’ ergastolo
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