
(di Massimo Gramellini – corriere.it) – L’Italia non è uno Stato, è uno stato d’animo. Le leggi non rispondono a una strategia, ma a un’emozione. Mario Roggero è il gioielliere di Grinzane Cavour che uccise a pistolettate due rapinatori in fuga. Perciò ha preso quasi quindici anni di carcere (condanna confermata ieri in Cassazione) e dovrà risarcire con oltre tre milioni di euro i familiari dei banditi.
La pancia del Paese simpatizza per lui istintivamente, ma la testa è obbligata a ricordarsi che sparare a chi sta scappando non è come sparare a chi sta per spararti. Nondimeno è una trama perfetta per il mondo al contrario di Vannacci, che infatti si erge a paladino del gioielliere e viene da quest’ultimo cordialmente ricambiato. Anche i social, la cui benzina è l’indignazione permanente, tifano per il Roggero vannaccizzato e il governo teme sconquassi nei sondaggi. Così interviene come e dove può, purché in fretta, prima che l’emozione evapori. E mentre Salvini si inserisce nel solco tracciato dalla Minetti e chiede la grazia, il ministero dell’Interno sforna all’impronta una legge che esclude il risarcimento in casi simili. Per Roggero non cambia nulla (la norma non è retroattiva), ma per i Roggero del futuro (nazionale) sì.
Qui non si discute se la nuova legge sia giusta o no. Se ne discute la tempistica, che coincide con la finalità: intercettare il malumore degli elettori prima che vadano a scaricarlo nelle urne sul Generale. Ma a cosa serve l’uomo (o la donna) forte, se ormai i leader inseguono i follower?
Il cervello teniamolo sempre attaccato anche quando prepariami le “pustole” per sparare ai palestinesi, agli iraniani e domani (nel 2029 circa per essere precisi)si russi ,anzi già oggi li diamo a Zelenski per fare questo. Progressisti e sensibili in casa ,razzstii e nazisti all’ estero : motto liberal molti in voga oggi
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L’unica buona legge da fare sarebbe come quella inglese dove non è permesso avere porto d’armi se non per uso sportivo, venatorio o professionale.
anche la polizia normale inglese ne è sprovvista.
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Invece l’immunità per la teppista salis (minuscola voluta) è retroattiva.
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Mente asfittica, o per meglio dire claustrofobica: che c’entra Salis con un duplice omicida?
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Non c’entrava nulla finché a qualcuno (mi sembra il solito Salvini a corto di cervello, neanche di idee) non è venuto in mente di dire “candidiamolo”. E qui che c’è stata la saldatura tra le due situazioni.
Ovviamente la Salis ha commesso un reato di gran lunga meno grave (ma, attenzione: perché non ci è scapato il morto e considerate le botte diciamo che stato per fortuna – già, perché se fosse per l’esperienza maturata nel campo sarebbe un problema giustificarsi …).
Non è qui che si saldano i due casi. Si saldano nel fatto che qualcuno (Salvini o Bonelli e Fratoianni) pensa di usare la candidatura non per un perseguitato politico o per la vittima di una palese ingiustizia, ma per i propri fini politici per i quali può tornate utili scarcerare non Tortora, ma dei delinquenti.
Ad essere onesti bisognerebbe andare indietro con la memoria e vedere chi ha cominciato per primo con questa “bella” pratica, sdoganando l’atto anche per tutti gli altri. Al punto che può suonare normale che si chieda di candidare un assassino, seppure assassino con molte attenuanti, in parlamento.
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So che me ne pentirò, ma è più forte di me, devo almeno provare a far capire ad un troglodita che una cosa è pestare un fascista, senza ucciderlo tra l’altro. Un’altra cosa è inseguire due persone (che siano banditi o ladri o vigliacchi o altro non cambia nulla) che non ti stanno minacciando, proprio perché sono in fuga, e freddarli alle spalle. Non è giustizia, è assassinio. E come tale lo tratta la legge italiana e per tale motivo è stato condannato. Se poi la legge non ti garba, vai negli States dove puoi detenere armi e sparare come vuoi, e infatti ne muoiono migliaia ogni anno innocenti e no, e li ti troverai benissimo. Anzi se ci vai, Trump guadagna anche un voto.
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Non si tratta di ragioni e di emozioni, si tratta di un fatto molto semplice e basterebbe ribadirlo per chiarire le idee a molti che sono in dubbio. Il fatto è che possedere un’arma da fuoco, con il relativo porto d’armi (a questo signore lo avevano addirittura revocato per precedenti infrazioni) è un impegno gravoso per cui ci vuole competenza e addestramento. Se non sei competente, se non sai mantenere la necessaria lucidità e freddezza proprio nel momento del rischio, è molto più sicuro per te e i tuoi cari NON possedere un’arma da fuoco. E su questo principio non si può transigere. Avere un’arma regolarmente detenuta non è un gioco e non è un film, è una cosa seria per cui ci sono delle regole e tale deve rimanere.
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Gioielliere condannato, Nordio avvia istruttoria per la grazia. Mattarella lo convoca
Mattarella ha ricevuto il Guardasigilli: puntualizzati limiti delle attribuzioni del ministro sulla grazia. Crosetto: “Penso vada esperita ogni possibilità perché possa tornare a casa”
Caso Roggero, Mattarella riceve Nordio: “La grazia è facoltà esclusiva del capo dello Stato”In una nota, il Quirinale puntualizza i limiti d’attribuzione del ministro della Giustizia, che ha aperto una istruttoria sulla possibile grazia per il gioielliere condannato a 14 anni di carcere per aver ucciso due rapinatori in fuga
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COME FACEVA COSTUI AD AVERE ANCORA ARMI NONOSTANTE UNA CONDANNA PATTEGGIATA PER MINACCIA AGGRAVATA DALL’USO DELLE ARMI NEI CONFRONTI DEL FIDANZATO DELLA FIGLIA??CHI HA CONCESSO IL PORTO D’ARMI NONOSTANTE LA CONDANNA DEVE ASSERE DENUNCIATO.
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Per tenere un’arma comune da sparo in casa non serve il porto d’armi.
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Carlo Nordio si astiene dal pensare e la politica si affida alle chiacchiere
diVeronica Gentili
BOCCIATI
Ma tutto questo Nordio non lo sa. Una ne pensa e cento ne fa. Ma forse dicendo cento pecchiamo per difetto, e questo sarebbe ingiusto nei confronti di chi – per rimanere impresso nella Storia della Giustizia italiana, ma soprattutto nella memoria collettiva – ha coraggiosamente rinunciato una volta e per sempre al prudente suggerimento di contare fino a dieci prima di tradurre un pensiero in parole. Carlo Nordio è fatto così, è uno che ci mette la faccia (e a volte ce ne vuole eh!) e per principio ha abdicato ad ogni prudenza cautelativa che lo aiuti a salvargliela. Così questa settimana ha deciso di superarsi, esponendo spavaldamente la proprie rosee gote ad un ‘buffetto’ che arriva, nientepopodimeno, direttamente dal presidente della Repubblica. Il ministro della Giustizia italiana, dimentico di dove finiscono le prerogative che gli competono, sull’onda dell’entusiasmo da competizione futurista, ha lanciato la faccia oltre l’ostacolo e ha avanzato a nome del governo una proposta di grazia per Mario Roggero, il gioielliere di 72 anni condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo il 28 aprile 2021 a Grinzane Cavour. L’obiettivo del fedele Nordio era chiaramente quello di portare un obolo alla sua presidente, ancora in botta dopo lo smacco parlamentare sulla legge elettorale e assediata dai proclami vannacceschi su sicurezza e legittima difesa. Ma non ha fatto in tempo a passare una manciata di minuti che il Colle ha immediatamente convocato il Guardasigilli Giamburrasca per spedirlo in direttissima dietro la lavagna. Pochi minuti dopo è uscita una nota del Quirinale volta a palesare l’inadeguatezza dell’iniziativa, dato che la richiesta di grazia è “riservata esclusivamente al presidente della Repubblica, come confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006”; e che proprio per questo “È dovere del presidente della Repubblica di evitare si pongano precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce”. Ma tutto questo Nordio, evidentemente, non lo sa. O quantomeno fa finta di non saperlo.
Voto: N.c.
I passanti propagandisti. Esiste un limite alla propaganda? Un punto oltre il quale il desiderio di voti o la paura di finire nel dimenticatoio mediatico non consentano di andare? A giudicare da come l’intero centrodestra sta utilizzando la vicenda Roggero per mettersi in mostra, ciascuno tentando di oscurare il vicino di banco, sembra di no. Ma oltre alla fiera delle inesattezze, delle manipolazioni e delle proposte evidentemente irrealizzabili, quello che più sorprende è come la politica voglia sempre mostrarsi una passante disarmata di fronte al funzionamento del Paese, come se quello che la giustizia stabilisce non fosse frutto delle leggi da lei stessa promulgate. Lo dice bene Biagio Mazzeo, procuratore capo di Asti, titolare dell’accusa nel processo di primo grado contro Roggero: . “È come se vivessimo in due Italie diverse. Nel caso Roggero ci sono stati tre gradi di giudizio e decine di magistrati coinvolti. Tutti sono arrivati allo stesso esito. Noi applichiamo le leggi. Se vengono ritenute sbagliate, spetta alla politica modificarle”. Ma chiaramente se l’esigenza è solo quella di fare propaganda, la soluzione migliore è fare i passanti indignati. .
Voto: N.c.
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L’orefice e i suoi amici. Una strana solidarietà che la politica usò anche per i delitti di mafia
diNando dalla Chiesa
Roggero. Nel senso di Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour. Ovvero come cambiano i tempi. Grande dibattito sul trattamento giudiziario del suo caso. Che è complesso, e non ci entro. Ma mi colpisce che invece di invocare la perdita momentanea della capacità di intendere e di volere si voglia cogliere l’occasione per introdurre, a ritmo di samba social, il diritto alla vendetta. Certo, questo ci avvicina ancor più all’America di Donald Trump, al diritto di girare armati, alla giustizia fai-da-te del profondo West che in questo momento aspira a coincidere con il diritto internazionale. E, è inevitabile, c’è chi ne gode.
Ma la mia riflessione è un’altra. E riguarda la storia della nazione. Ci fu un tempo non lontano (tanto che chi scrive l’ha vissuto in età adulta) in cui in questo paese ogni anno centinaia di persone venivano uccise da mafia, ‘ndrangheta e camorra. Spesso alla cieca, ma nella piena capacità di intendere e di volere. Con efferatezza, spudoratamente. Maciullate, sfigurate accanto ai propri figli o mogli. Spesso persone che non violavano affatto la legge, ma piuttosto ne erano fedeli difensori e soprattutto la servivano, nella consapevolezza del rischio che affrontavano in nome di tutta la collettività.
E che avevano familiari, diciamo mogli (talora mariti), madri e padri anziani, fratelli e sorelle, e figlie e figli anche in tenerissima età, ma poi anche fidanzate, che venivano colpiti per sempre negli affetti più cari. E ai quali subito dopo il giorno dei funerali veniva sempre meno permesso di lamentarsi. Potevano essere semmai risarciti con posti nella pubblica amministrazione (e fu una conquista) ma non potevano reclamare giustizia. Meno che mai potevano indicare i colpevoli, anche se erano certi della loro partecipazione almeno indiretta al delitto. Ebbene: familiari cui non bastava piangere risultavano anomali rispetto al copione dei cerimonieri del potere. Erano definiti anche in pubblico con malcelato fastidio o disprezzo “vendicativi”. Li si accusava cioè di avere una visione “rancorosa” della giustizia. Tanto che… Il passo fu breve, e non ci si crederà, ma vennero definiti in blocco antigarantisti, con grande fioritura di articoli e lezioncine di diritto. Senza che avessero mai chiesto, non si dice pene di morte e torture, ma nemmeno leggi o procedure eccezionali.
Per questo vennero sottoposte a una pressione psicologica diffusa. Da esse si pretendeva infatti il perdono, dal quale solo veniva garantita la nobiltà dell’animo. Perciò venivano interpellate nelle scuole da ragazzini innocenti sulle ragioni per cui non perdonassero. Anche gli inviati dei Tg, d’altronde, avevano pronta per loro una domanda in serbo già il giorno dopo il delitto. Puntuale, arrogante. “Lei perdona?”. Uno scempio morale di cui forse qualche lettore avrà memoria.
Ebbene, basta riprendere la stampa di allora per rendersi conto che questa pressione proveniva soprattutto dalla politica di governo e dai giornali che recitavano le liturgie “anticomuniste” di allora. Da tutti dimenticato, ma per me memorabile, fu l’invito sulla prima pagina di un quotidiano del Nord il giorno di apertura del Maxiprocesso di Palermo: “e ora gli orfani tacciano” (tra parentesi: l’orfano era il sottoscritto). Insomma, perseguire uno spirito di “vendetta”, mai nemmeno in sogno tradotto in pratica, era l’accusa che poneva quei familiari fuori dal consesso civile.
Ora invece lo spirito di vendetta viene incoraggiato e legittimato da una società politica che si sovrappone in gran parte a quella che vi ho descritto, anche se i partiti che la rappresentano hanno cambiato nome. E che infatti quando arrivano i processi contro i potenti si definisce fieramente “garantista”. Che drammatica confusione, ne converrete. Ma soprattutto come cambiano i tempi. Dal divieto di chiedere giustizia dallo Stato all’incoraggiamento a farsi giustizia da soli. Dallo stigma della vendetta alla sua giustificazione o apologia (vedrete). Davvero questo non è il paese del diritto. Ma è il Paese in cui il diritto, e per conseguenza il dizionario, può essere torto di volta in volta in ogni direzione. Basta averne la forza.
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