
(Tommaso Merlo) – Il problema non è Trump ma il sistema marcio che ha permesso ad un criminale del genere di arrivare lì a fare danni. Un sistema che oltre a rendere gli Stati Uniti un inferno invivibile sta sconquassando il pianeta. La politica non c’entra, quello americano è egoismo e narcisismo viscerale che si sono fatti sistema ed hanno trovato nel capitalismo estremo il suo parco dei divertimenti. La cosiddetta politica è solo un circo mediatico montato sotto elezioni per infinocchiare gli elettori superstiti. A volte è più pacato e a volte più sclerotico come con Trump in modo da intercettare tutti i gusti del consumatore partitocratico, ma la sostanza è la stessa. Solo così, interpretando il sistema come manifestazione di dinamiche egoistiche e narcisistiche interiori, si spiegano piaghe che durano da decenni. Dai milioni di cittadini senza assistenza sanitaria ed educazione e perfino un tetto sulla testa mentre il governo abbassa le tasse ad oligarchi più ricchi di intere regioni del globo, fino al veleno chimico al posto del cibo e alle sparatorie nelle scuole elementari per accontentare le rispettive lobby. Dalle pandemie psichiatriche con la droga come vaccino per reggere una giungla materiale sempre più vuota e degradata, fino al terrorismo internazionale con l’umiliazione delle istituzioni e una serie infinita di guerre illegali e disastrose. Il tutto senza mai farsi un esame di coscienza e quindi cambiare. Tipico. Prepotenza frutto dell’assenza di empatia. Egoismo e narcisismo viscerale che spingono ad imporre con ogni mezzo la propria volontà ed i propri interessi fregandosene di tutto e di tutti. Se gli Stati Uniti avessero speso in cooperazione i trilioni buttati in armi e guerre, oggi il mondo sarebbe un posto molto più sicuro e giusto. Senza estremismi rivali e con gli immigrati che vivrebbero serenamente a caso loro. Ed invece prima sfasciano e derubano il pianeta e poi costruiscono muri per tenere lontane le conseguenze dei loro disastri e piuttosto che ridurre le abnormi spese militari vanno in bancarotta. Tipico. Ignoranza ed ottusità frutto dell’arroganza. Ma la politica è un sintono e non la malattia che è l’egoismo e il narcisismo viscerale che hanno la guerra come gioco preferito. Un sistema marcio che infetta l’intero occidente e quindi anche noi misera colonia americana. Dobbiamo immediatamente spezzare ogni rapporto di vassallaggio con gli Stati Uniti ma non con gli americani vittime come noi della stessa deriva. Da loro abbiamo da imparare e insieme possiamo sconfiggere un sistema lobbistico e oligarchico che si regge sostanzialmente sulla mafia capitalista, sui ricchi che hanno i soldi per comprarsi anche il potere democratico. Per servire i loro interessi o per imporre i loro deliri ideologici. La mafia sionista è un caso scuola. Oltre al genocidio di Gaza, i libri di storia riporteranno come una mafia ideologica di un paesello di dieci milioni di abitanti abbia costretto una superpotenza di oltre trecento milioni a sponsorizzargli perfino uno sterminio di massa sporcandosi la coscienza per sempre, rendere complici i governi europei e manipolare le opinioni pubbliche mondiali camuffandosi da vittime per decenni. Il tutto grazie ai miliardi con cui hanno costruito una potentissima rete di affiliati politici e mediatici che ha imposto la loro vergognosa agenda coloniale. Non più potere politico che nasce dalle piazze ma dalle banche. Non più sovranità popolare ma finanziaria. Una corruzione di sistema che ha compromesso la democrazia perché o il potere appartiene al popolo oppure è qualcos’altro. È regime lobbistico ed oligarchico. Eliminare ogni rapporto di vassallaggio con questi Stati Uniti è importante ma non basta. Dobbiamo uscire immediatamente da quel covo di guerrafondai della Nato e scegliere la neutralità. La mafia bellica è ancora più potente, riesce perfino a costringere paesi sempre più poveri e pieni di debiti come il nostro a dissanguarsi per alimentare guerre autolesioniste create a tavolino come quella in Ucraina. Miliardi sottratti ai poveri cristi per ammazzare altri poveri cristi. Parole come difesa e sicurezza sono gli slogan preferiti della mafia bellica per manipolare le masse. L’unica via intelligente è quella di creare rapporti diplomatici e di cooperazione, è investire nell’integrazione e nella pace e non in strumenti di stermino di massa. Anche l’adesione all’Unione Europea va rinegoziata, Bruxelles ha tradito il progetto comunitario diventando un verminaio lobbistico guerrafondaio estraneo alla volontà dei cittadini europei. Ma la politica è solo un sintomo, la vera malattia è l’egoismo e narcisismo viscerale che si sono fatti sistema ed hanno trovato nel capitalismo estremo il suo parco dei divertimenti e nella guerra il suo gioco preferito. Tipico. Malignità frutto dell’inconsapevolezza. Già, il problema non è Trump ma il sistema marcio che ha permesso ad un criminale del genere di arrivare lì e paesi come l’Italia devono reagire pretendendo una vera democrazia e riprendendosi le redini del loro destino.
Servono proposte ra-di-ca-li
E quelli del campo desolato, a questa esigenza, rispondono con le supercaxxole. A un anno scarso dalle elezioni. 🤦🏻♂️
grazie TM.
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Di Vito Petrocelli (ex m5s. Uno dei pochi che stimo. Buttato fuori dal movimento, nel periodo governo Draghi)
L’illusione dell’alleato privilegiato
La vicenda delle recenti tensioni tra Giorgia Meloni e Donald Trump rappresenta molto più di un episodio diplomatico.
È la dimostrazione evidente di un limite che accompagna da anni la politica estera italiana: l’idea che il rapporto privilegiato con Washington possa sostituire una visione autonoma degli interessi nazionali.
Per lungo tempo il Governo Meloni ha raccontato la sintonia politica tra Palazzo Chigi e Casa Bianca come un valore aggiunto, sostenendo che la comune appartenenza all’area della destra conservatrice e ultraliberista avrebbe garantito all’Italia un ruolo speciale nelle dinamiche internazionali.
Poiché, al contrario, la geopolitica non conosce amicizie permanenti ma soltanto interessi permanenti, quando questi interessi cambiano, anche gli equilibri politici mutano rapidamente. Ed è quello che sta accadendo con le presunte “incomprensioni” tra Giorgia e Donald, a dimostrazione che nessuna vicinanza ideologica può garantire un trattamento privilegiato. Gli Stati Uniti continueranno inevitabilmente a tutelare i propri interessi strategici, così come fanno tutte le grandi potenze.
La domanda che dovrebbe porsi Meloni è un’altra: quali sono i nostri interessi nazionali e come intende difenderli?Negli ultimi trent’anni il nostro Paese ha progressivamente rinunciato a elaborare una politica estera autonoma. L’appartenenza alla NATO ha coinciso sempre con la delega alla priorità della politica strategica americana, mentre il processo di integrazione europea ha finito per limitare la capacità degli Stati membri di definire autonomamente le proprie priorità economiche, energetiche e industriali.
Un autentico disastro per l’UE e un profitto esponenziale per gli USA.La leadership europea, debole e legata agli interessi delle oligarchie economiche, ha dimenticato che essere alleati non significa essere subordinati.
Che l’alleanza autentica presuppone rispetto reciproco, pari dignità e possibilità di esprimere valutazioni diverse quando gli interessi nazionali lo richiedono. Le guerre degli ultimi decenni dovrebbero aver insegnato qualcosa.
Dalla Jugoslavia all’Iraq, dalla Libia all’Afghanistan, dall’Ucraina all’aggressione all’Iran fino al genocidio sionista in Palestina, le oligarchie occidentali hanno imposto narrazioni con doppi standard, prodotto instabilità, crisi economiche, milioni di profughi e un sistema internazionale sempre più frammentato.
L’apice delle aberrazioni è stato toccato con il conflitto ucraino, dove la necessità di interrogarsi sulle responsabilità politiche e sulle cause storiche che hanno alimentato negli anni un clima di crescente contrapposizione tra Russia e NATO ha prodotto nei media mainstream la caccia alle streghe e la nascita della figura dei “filoputiniani”. In realtà, il punto principale sempre negato è che la sicurezza europea deve essere sicurezza condivisa e non può essere costruita contro qualcuno. Deve essere costruita insieme ai popoli del continente attraverso il dialogo, il rispetto reciproco e un nuovo equilibrio che tenga conto delle esigenze di tutti gli attori coinvolti. Tutto il contrario della farsa rappresentata negli anni dagli Accordi di Minsk.L’unica vera opportunità per la pace, lo sviluppo e un futuro condiviso per l’umanità è oggi rappresentata dal progressivo consolidamento di un mondo multipolare.L’espansione dei BRICS, il rafforzamento delle economie emergenti, il peso crescente dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina raccontano una realtà che non può essere letta con le categorie della Guerra Fredda e del predominio occidentale a guida USA. La Cina rappresenta oggi il principale protagonista dello sviluppo economico mondiale e un interlocutore imprescindibile nelle grandi questioni globali: commercio, infrastrutture, innovazione tecnologica, transizione energetica. Lo stesso vale per numerosi Paesi del Sud globale, che chiedono un sistema internazionale più equilibrato e meno dominato da un unico centro di potere.L’Italia dovrebbe essere protagonista di questa trasformazione, non spettatrice, come fatto nella purtroppo breve stagione dell’adesione alla Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative). Un paese con la nostra storia diplomatica può svolgere una funzione di ponte tra Occidente e resto del mondo, valorizzando il Mediterraneo come spazio di cooperazione e non come frontiera militare. Questo richiederebbe una politica estera fondata sull’autonomia decisionale, sulla diplomazia preventiva e sulla ricerca costante del dialogo e non il vassallaggio perpetuo del governo Meloni.La stessa Unione europea è chiamata a una profonda riflessione. O ha la capacità di diventare un soggetto politico credibile, con la propria autonomia strategica, superando la logica di rigidità burocratica e dipendenza dalle dinamiche geopolitiche altrui, oppure è meglio che scompaia. Accanto alle sfide internazionali, c’è un’altra grande responsabilità che non può essere trascurata: la difesa dei valori costituzionali dell’antifascismo. Il contrasto al neofascismo, al neonazismo e a ogni forma di estremismo violento come quello sionista, dovrebbe essere un principio irrinunciabile della democrazia italiana e europea. La memoria storica deve servire a impedire ogni ritorno delle ideologie dell’odio, ovunque esse si manifestino e deve aiutare a combattere i doppi standard imposti da Bruxelles ai rapporti internazionali.Anche sul piano economico è urgente un cambio di paradigma. Il modello neoliberista fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulle privatizzazioni indiscriminate e sulla compressione dei diritti sociali ha contribuito ad aumentare le disuguaglianze e a indebolire il tessuto produttivo italiano e europeo. Difendere la sovranità nazionale significa anche recuperare la capacità di pianificare politiche industriali, energetiche e tecnologiche che rispondano agli interessi dei cittadini e non esclusivamente a quelli dei mercati finanziari.La crisi diplomatica tra Meloni e Trump lascia dunque una lezione che va oltre la cronaca e il suo epilogo, che credo sarà in ogni caso grottesco.E si tratta di una lezione semplice, ancorché difficile da seguire per i nostri imbarazzanti leader.L’Italia non dovrebbe misurare il proprio peso internazionale dalla vicinanza personale con il presidente americano di turno, né dalla capacità di dimostrarsi il più fedele alleato in ogni circostanza. La credibilità di una nazione si costruisce attraverso la coerenza della propria politica estera, la forza delle proprie istituzioni e la capacità di parlare con tutti senza rinunciare ai propri principi.In un mondo sempre più multipolare, attraversato da conflitti e profonde trasformazioni economiche, l’interesse nazionale italiano coincide con la promozione della pace, della cooperazione internazionale, del rispetto del diritto internazionale, della sovranità degli Stati, della costruzione di un ordine mondiale fondato sull’equilibrio tra i diversi poli di sviluppo e soprattutto sulla certezza che l’umanità avrà un futuro solo se la costruzione dello stesso sarà condiviso.
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