
((Mario Tozzi – lastampa.it) – Quasi non ricordiamo più quella nube di diossina, prima rosa e poi invisibile, che penetrò nelle narici dei brianzoli e nel nostro immaginario mezzo secolo fa. Eppure si è trattato di una catastrofe spartiacque, anche se non provocò nemmeno una vittima. C’è un prima e un dopo, non fosse altro che per le Direttive Seveso, che hanno successivamente conferito nuovi obblighi e un perimetro più ristretto alle lavorazioni chimiche. Registrando, come primo risultato, lo spostamento delle attività pericolose in altre nazioni, fino al prevedibile caso di Bhopal, quando la multinazionale Union Carbide provocò il disastro industriale peggiore della storia (1984).
I veleni industriali come le diossine non sono visibili, invece Seveso fu l’epifania di quanto di sotterraneo, malefico e vorrei dire “tipico” porta la massimizzazione dei profitti a scapito di qualsiasi altro interesse. La cloracne sul viso e i bambini, i cani e i gatti stecchiti, le pecore morte, gli 80.000 animali sterminati, le decine di fusti (della cui sorte finale non siamo nemmeno sicuri), gli ettari di terreno bonificato con estrema fatica, ci hanno plasticamente rappresentato che i veleni industriali sono fra noi ogni giorno, suscettibili di essere messi in luce dalla prima condotta disattenta o dal primo errore.
La nube di diossina del 1976 si sprigionava in un Paese ancora in grande crescita economica: l’Italia del massimo storico del Partito Comunista di Berlinguer e del governo Moro, degli immigrati dal Sud e delle lotte per i diritti dei lavoratori. Quei veleni minavano la fiducia degli italiani e alimentavano i conflitti sociali che stavano portando alla stagione del terrorismo. E in quell’Italia la questione ambientale non esisteva, mentre l’industria stava spingendo al massimo verso un modello di sviluppo che portava ricchezza sì, ma a costi altissimi. Eppure era già uscito Primavera Silenziosa di Rachel Carson (1962), in cui l’autrice si domandava se una civiltà potesse «intraprendere una guerra senza quartiere contro la vita senza distruggere sé stessa, e senza perdere il diritto di essere chiamata civile». A oggi in Italia ci sono ancora 971 stabilimenti a rischio di incidente rilevante (Ispra 2025), passando da 991 nel 2019 a oggi, con una riduzione di solo il 2%. Per non parlare dell’Ilva di Taranto, dove l’Istituto Superiore di Sanità (2019) ha rilevato che le donne residenti hanno concentrazioni di diossine nel latte materno superiori dal 18% al 38% rispetto a quelle della provincia, un segnale inequivocabile di una esposizione continuata.
Però è indubbio che a partire da Seveso è nato un nuovo modello di sviluppo che comportava norme industriali più severe, adottate poi a livello planetario. Ma questo nuovo modello oggi non è ancora pienamente realizzato, soprattutto se andiamo oltre la diossina dell’Icmesa e allarghiamo il campo a tutta la Pianura Padana, quella che da decenni ormai è una delle zone permanentemente più inquinate d’Europa (per esempio in fatto di particolato sottile). Dopo Seveso il quadro è migliorato, ma il paziente resta in osservazione.
(il giardino dei semplici)
Oggi cosa facciamo?? Massìì scriviamo un pezzo sul disastro di Seveso (ICMESA).
Allora allora…prima cosa, vediamo un po’; vikipedia: esseri umani morti, zero (e lui scrive esseri umani morti:zero)
Ai tempi l’aborto era illegale, 30 donne abortirono i propri figli, a questi vanno aggiunti coloro che, prima del disastro stavano bene, dopo un anno si ritrovarono un linfoma di Hodgkin, una leucemia, e neoplasie varie. Tutte malattie così aggressive che i poveri cristi trapassavno nel volgere di mesi. Furono migliaia.
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Ma chi lo sponsorizza questo qui.
Chi è il suo santolo?
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A chi dice, scusi.
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La domanda è lecita, ma mi riferivo a Tozzi, mi scuso io per la poca chiarezza.
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