Li vedete i corsivi indignati di fronte agli insulti di Trump alla premier? Li leggete i corsivi feroci di quelli che mettono foto fatte con l’Ia in prima pagina per virare odio verso i marocchini? Zero di zero. E allora riprendiamoci la bandiera italiana, restituiamola a tutti. Magari in piazza. In nome della Costituzione

(Luca Bottura – editorialedomani.it) – Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò.
Tradotto: siamo un paese – pardon, nazione – di simpatici zuzzurelloni perché dividerci è la cosa che sappiamo fare meglio. E ce l’abbiamo scritto nella seconda strofa dell’inno nazionale, quella che avete appena letto. Perché Mameli ci conosceva assai, anche se non aveva contezza di Meloni e del suo orgoglio patrio ad assetto variabile.
Ora che Trump ne ha chiesto il Tso (lui!) immaginate come avrebbe reagito la claque sovranista a un diverso latore dell’insulto. Immaginate se uno qualunque non dico comunista, non dico di sinistra, diciamo uno che normalmente separa la carta dall’umido, avesse osato profferire cotanto pernacchio planetario verso il nostro presidente del consiglio. Che poi è una lei. Ma pare che questo, il corretto uso dei pronomi sia, allo stato dell’arte, ben più offensivo che farsi trattare da strofinaccio globale.
Lo sentite il rollio berciante del galeazzobignami di turno, in prima serata, col microfono retto da mano amica e l’inquadratura ben stretta a nascondere i bermuda e la spiaggia attrezzata? Li leggete i corsivi feroci di quelli che mettono in prima pagina foto fatte con l’Ia per virare odio verso i marocchini, colpevoli di averci surclassato a livello calcistico? Lo intercettate, derubricandolo subito dopo a “chissenefrega”, il post molliccio di Tajani, scritto da chissachì senza troppa foga o fantasia, sennò si vede che non è Tajani, per esprimere solidarietà e invitare ad abbassare i toni?
Invece niente. Troncare, sopire. Se percepite un fischiettio in sottofondo, è Crosetto. Di più: è l’Italia. A leggere in giro, pare sia il segnale che LA presidente è diventata adulta, che non agisce di pancia. Dunque assume le sembianze di Homer Simpson quando indietreggia fino a sparire nella siepe. Doh.
Per carità: sul fronte interno, continuano a volare sciabolate, vigilanza Rai in primis, con la tipica insofferenza di chi questo Stato vuole abbatterlo, mica cambiarlo. Questione di Dna: Decisamente Non Assembleari. Ma fuori, accidenti, manca solo il mandolino in sottofondo che suona Ankara tu. Così, al nuovo incontro, andiamo per rassicurare, per ricucire. In fondo siamo “brave persone”. Le commesse? Non cambiano. Anzi, se necessario, andiamo in magazzino e ti troviamo pure la taglia migliore.
Per questo, da cittadino del mondo in genere, europeo nello specifico, con la confusa consapevolezza che dove c’è confine c’è sofferenza, mi permetto di fare un’eccezione al mio ottuso internazionalismo: se non la fa lei, la patriota, se nessuno tra i nostalgici degli anni ruggenti difende l’Italia dall’altrui protervia (per davvero, non saltellando contro il comunismo) facciamolo noi.
Ormai quando il tricolore garrisce in un qualche giardino, su una qualche maglietta, sotto una qualche pelata, a nessuno vengono in mente il Risorgimento, Parri, manco Dino Zoff con la coppa che fende il cielo di Madrid. Davanti, ci passa inevitabile tutto l’album della destra italiana, da Vannacci a Salvini, quelli che Mussolini ha fatto solo cose buone, ma non urliamolo in pubblico per almeno altri 10’, quelli che la bandiera la usano di norma per coprire i cazzi propri, per piccini che siano, come d’uso nel caso dei prepotenti che urlano assai.
Nei primi 2000, il presidente Carlo Azeglio Ciampi aveva ricondiviso il tricolore. L’aveva restituito alla Resistenza, di cui fu simbolo, e di cui era stato protagonista. Ne aveva fatto un simbolo di unità che sembrava guidarci verso un piccolo miracolo italiano: essere un po’ meno derisi, un po’ meno calpesti.

Poi Berlusconi ricicciò il comunismo già morto – quello sovietico, con cui peraltro faceva affari prima del crollo – ed eccoci qua, col verde, il bianco e il rosso che sono tornati a essere diavolina per la fiamma tricolore. Quella dei cortei di La Russa che finivano col poliziotto assassinato, quella di Giorgio Almirante che favoriva i latitanti della strage di Peteano. Quella erede dichiarata del mascellone, e da sempre bisognosa di una legittimazione esterna: cosicché anche stavolta andiamo al vertice Nato col cappello in mano, senza capire che, in confronto a Trump, Pino Rauti o Junio Valerio Borghese erano sinceri democratici.
Ci fosse vita, a Sinistra, raccoglierebbe la bandiera che Meloni ha permesso di far molestare davanti a tutti, per ignavia e sudditanza. Che è stabilita dalla Costituzione, quella che – bella trovata, classica zampata post-Casaleggio – pare sarà il collante del cosiddetto campo largo. Ma forse non è tardi. Riprendetela. Restituitela a tutti. Magari in piazza. Magari presto.
Com’è che era? Ah sì: viva l’Italia.
“magari in piazza…magari presto”…..come non darti ragione caro Giornalista…Luca Bottura….!!!
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