(dagospia.com) – Nei primi due anni e mezzo del governo Meloni il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, è stato silente.

Poche dichiarazioni, zero polemiche, basso profilo. D’altronde l’ex magistrato, oltre a ricoprire il ruolo cruciale di collegamento tra  Palazzo Chigi e il Vaticano, il Quirinale e gli apparati del Deep State (Corte dei Conti, Magistratura, Consulta, Ragioneria Generale, etc.), aveva ricevuto una delega pesantissima da parte di Giorgia Meloni: autorità delegata ai servizi segreti.

La cautela di Mantovano è via via evaporata, fino alle dichiarazioni di sabato con cui ha addirittura minimizzato la portata del viaggio di Papa Leone XIV a Lampedusa. L’ex esponente di AN ha detto che “le parole del Papa si ascoltano, non si commentano”, salvo poi far notare che “l’attenzione dell’Europa sull’isola fu attirata da Giorgia Meloni”, con un riferimento alla visita del 2023 della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, accompagnata dalla premier.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha poi voluto rivendicare: “al 4 luglio del 2023 sulle coste italiane erano sbarcati circa 66 mila migranti, oggi sono poco più di 14 mila, con tante morti e sofferenze in meno”. Ergo: Papa Leone deve solo ringraziare la Statista della Sgarbatella.

Come mai dunque il solitamente cauto fino al mutismo Mantovano ha ritrovato la favella perduta?

E’ successo che l’ex magistrato, poco abituato alle battaglie in prima linea,  una volta che si è ritrovato sul banco degli accusati per gli innumerevolii disastri che hanno minato la credibilità e la spinta propulsiva del Governo Meloni, ha perso l’antico aplomb.

All’inizio fu il caso Almasri: era il gennaio 2025, e il torturatore libico fu rimpatriato in fretta e furia con un volo di Stato italiano. Mantovano, insieme a Giorgia Meloni, Carlo Nordio e la sua ex zarina Giusi Bartolozzi, e Matteo Piantedosi, fu indagato per concorso in favoreggiamento, abuso d’ufficio e omissione di atti d’ufficio dalla Procura di Roma. Un procedimento che si risolse formalmente qualche mese dopo con il no della Camera all’autorizzazione a procedere.

Lo strascico politico, però, si è protratto per mesi, e la già traballante postura di Mantovano ha ricevuto una nuova e pesantissima legnata con la sconfitta del Governo nel referendum sulla giustizia, del 22-23 marzo.

Se a metterci la faccia della campagna per il “Sì” è stato il ministro della Giustizia, lo spritzzante Carlo Nordio, il grande architetto della riforma, che prevedeva la modifica di ben sette articoli della Costituzione, portava le impronte di Mantovano.

La sconfitta nel referendum, prima e vera grande batosta dell’Armata Branca-Meloni di cui non si è più ripresa, ha inevitabilmente scatenato a Palazzo Chigi la caccia al caprone espiatorio.

Che in molti hanno trovato proprio in Mantovano. La ragione di queste accuse non è pretestuosa. Al sottosegretario si rimprovera più di un errore. Da personalità unificante, di mediazione e di dialogo con gli apparati, Mantovano ha avuto invece scontri e conflitti proprio con quelli che avrebbe dovuto dialogare eammansire e infine trovare un sano compromesso .

Il primo grande terreno di scontro porta dritti al Vaticano. Mantovano, cattolico praticante ultra conservatore, non aveva un buon rapporto con Papa Francesco, considerato troppo progressista e “di sinistra”.

Dalla padella alla brace con l’elezione di Leone XIV. La vicinanza del sottosegretario ad ambienti tradizionalisti dell’Opus Dei non lo rendono un interlocutore amato, oltretevere, men che meno ora che Prevost si trova in guerra proprio con i turbo-conservatori radicali dei lefebvriani.

Mantovano non è riuscito a costruire un canale di comunicazione fruttuoso nemmeno con il Quirinale. Avrebbe dovuto essere il “ponte” tra l’underdog Meloni e Sergio Mattarella, ha creato solo grattacapi e attriti tra Palazzo Chigi e il Colle supremo.

Il suo scontro con la magistratura, a partire dalla tensione con la Corte dei Conti per la riforma che ha depotenziato il ruolo cruciale dei giudici contabili, ha portato a uno scazzo frontale e inedito con il presidente della Corte, il tosto siciliano Guido Carlino.

Mantovano avrebbe dovuto ergersi come pompiere tra Colle e Governo, e invece abbiamo assistito a una guerriglia continua, culminata con gli attacchi di Nordio al sistema “para-mafioso” del Csm (un organo presieduto da Sergio Mattarella).

La più rognosa bega in cui Mantovano ha mostrato una certa imperizia è stata la gestione del dossier servizi. Il suo primo fallimento  è stato la tanto evocata riforma per la creazione di un’agenzia unica degli 007, con la fusione tra Aisi e Aise, subito finita nel cestino tra un veto incrociato e l’altro.

Molti problemi (eufemismo) ha innescato la gestione dei casi delle intercettazioni illegali con lo spyware israeliano Paragon (di cui non abbiamo ancora uno straccio di verità), delle migliaia di accessi abusivi del finanziere Pasquale Striano delegato all’Anti-Mafia, per non parlare poi degli spioni milanesi di Equalize e quelli romani della Squadra Fiore, in cui è finito indagato il numero due dell’Aisi e del Dis, Giuseppe Del Deo.

Diventato un peso a dir poco ingombrante per il governo Meloni, Mantovano ha architettato l’uscita dell’ex potentissimo spione in maniera mai vista prima negli annali della Repubblica: mandato in pensione a 51 anni attraverso un decreto ad hoc, con assegno di 12mila euro al mese, più l’indennità di cui godono i direttori dei servizi chiamata “cravatta” e come extra-bonus la possibilità il giorno dopo il pensionamento di andare a fare il presidente della Cerved, società di Andrea Pignataro che gestisce dati sensibili delle imprese italiane. Malgrado tutta ‘sta cuccagna, Del Deo rappresenta tuttora una mina vagane per Palazzo Chigi.

Visto il suo caratterino poco conciliante, Mantovano è entrato in rotta di collisione anche con molti ministri del suo stesso Governo. Celebri i suoi scazzi con Crosetto, Salvini, Abodi, Lollobrigida e Piantedosi, a cui ha tolto le deleghe della gestione dell’immigrazione.

Anche con Alessandro Giuli, dopo l’iniziale ottimo rapparto, il feeling è finito quando il ministro della Cultura ha deciso alcune nomine senza previo benestare di Mantovano.

Non ci sono però soltanto i conflitti con i ministri: Mantovano è anche in gara perenne con il suo collega Giovanbattista Fazzolari, per chi è più nel cuore di Giorgia Meloni (a tale proposito chiedere info alla segretaria e amica fedelissima della Ducetta, Patrizia Scurti). Ebbene, dall’alto di tutti questi pasticci, Mantovano cova sotto sotto l’ambizione (sbagliata) di possedere i titolo per essere eletto al Quirinale al posto di Sergio Mattarella…