La novità ideologica di questi tempi americani è lo sdoganamento del socialismo

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Uno spettro si aggira per l’America, lo spettro del comunismo. Donald Trump, sullo sfondo di Mount Rushmore, dove sono scolpiti i ritratti colossali di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln, riscopre la sempreverde Paura Rossa (Red Scare) in vista delle elezioni di metà mandato che a novembre decideranno del suo futuro. Per i 250 anni dell’indipendenza a stelle e strisce, il presidente si lancia nella sua specialità: la campagna elettorale. E lo fa disegnando un filo rosso dell’orrore che lega la minaccia immigratoria a quella comunista, incarnate dal Partito democratico, covo di sovversivi: “La minaccia comunista sta risorgendo nel nostro paese, compresi i nuovi arrivati che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita.” Ma tranquilli, ci penserà lui a “battere rapidamente il comunismo”, a “rimandare presto a casa” gli invasori rossi: “L’America non sarà mai un paese comunista!”.
La tattica è chiara. Trump conta di mobilitare i moderati contro la deriva socialista dei democratici. Per lui sono comunisti. Trump non è un esegeta delle categorie marx-leniniste, ma sa che il comunismo, a differenza del socialismo, resta tabù in quanto marchio del Nemico sovietico. Liquidato trentacinque anni fa. Da riesumare per scatenare la terza Red Scare dopo quelle del 1919-20 (rivoluzione bolscevica) e 1947-57 (maccartismo da guerra fredda). Il Lenin americano sarebbe il sindaco di New York, l’islamico Zohran Mamdani, affiancato a Alexandria Ocasio Cortez, riferimento dei demosocialisti. Entrambi figli politici del vecchio Bernie Sanders, nume dei Democratic Socialists of America, marchio in ascesa. La novità ideologica di questi strani tempi americani è lo sdoganamento del socialismo. Sondaggi rivelano che quattro statunitensi su dieci (cinque fra gli under 35) considerano il socialismo cosa buona e giusta. Fra i democratici siamo a due su tre. E se i demosocialisti fossero il Maga Blu? Earl Browder, capo dei bolscevichi americani dal 1930 al 1946, assicurava che “il comunismo è americano come la torta di mele”. Non sembrerebbe. Ma Trump forse ignora che il primo presidente repubblicano degli Stati Uniti — lui è il diciannovesimo — Abraham Lincoln (1861-65), era stato in corrispondenza con Karl Marx, esule a Londra, che giocava con l’idea di trasferirsi in America. Nella convinzione che gli Stati Uniti in quanto patria del capitalismo allo stato puro si sarebbero svelati avanguardia della rivoluzione mondiale. Secondo lo storico Michael Perelman, il fondatore del comunismo scientifico “è stato una figura importante del Partito repubblicano”. E “forse un giorno la testa di Karl Marx sarà scolpita a Mount Rushmore”.
Tutto nasce dalla battaglia che Marx — autore di circa cinquecento articoli per la New York Tribune, il giornale preferito di Lincoln — condusse con la sua Prima Internazionale per impedire che gli inglesi si schierassero con i sudisti nella guerra di secessione, intesa liberazione dallo schiavismo. Ciò avrebbe radicalmente cambiato la traiettoria degli Stati Uniti e del mondo. Nel novembre 1864 Marx invia a nome dell’Internazionale le sue felicitazioni a Lincoln appena rieletto. Si rivolge al “semplice figlio della classe operaia al quale è toccato il compito di guidare il suo paese nella nobile lotta per la liberazione di una massa asservita”. Lincoln gli risponde molto cordialmente attraverso il suo ambasciatore alla Corte di San Giacomo, Charles Francis Adams senior, cofondatore del Partito repubblicano oltre che figlio del sesto e nipote del secondo presidente Usa, in contatto con l’Internazionale.
Eppoi, fra i combattenti unionisti spiccavano diversi tedeschi transfughi dai moti del Quarantotto, fra cui i generali August Willich e Franz Sigel, comunisti convinti. Molti fra quei German Americans saranno repubblicani radicali nell’èra della Ricostruzione (1865-77). Il marxismo non è una torta di mele. Non per questo è estraneo alla storia dell’America. E se nel duecentocinquantesimo anniversario quello spettro tornasse davvero a scuotere il faro del capitalismo?
P. S. Confidiamo che Trump non legga la Repubblica. Non vorremmo che in uno scatto d’ira facesse cancellare la testa di Lincoln dal monumentale complesso di Mount Rushmore.
Questo tizio mi ricorda qualcuno di casa nostra .ehm..ma sì, ora ci sono , certo Berlusconi Silvio che ogni tanto vedeva bolscevichi dappertutto persino nei posti più insperati cioè nel PD. Non si preoccupi Caracciolo, non leggerà La Repubblica per un semplice motivo lui non legge mai niente per principio.
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Trump in forte crisi d’astinenza cleptocrate ed egotica rispolvera l’evergreen berlusconiano: i comunisti. Nel mio piccolo mi sento sollevato da toccare con mano l’esaurimento dei baubau post89 a partire dal terrorismo, islam, crollo della Cina… certamente aver associato i migranti ai comunisti è una delle più deliranti barzellette dell’estate. Tuttavia a Trump non sarà passata la sbornia cinese e l’idea che una nazione di comunisti stia divenendo la potenza egemone, suo malgrado, risulta indigesta a quelli della sua generazione, cresciuta a overdosi di anticomunismo e anticollettivismo ed adoranti il primato dell’iniziativa privata e del profitto sopra tutto. Oggi le vere classi dirigenti (non i suoi epifenomeni) stanno facendosi una ragione della decadenza inarrestabile della stars and stripes e non potendo sventolare la rossa insegna si accontentano di multilateralismo e libero mercato (un altro feticcio addomesticato dalla aporia cinese). Persino democrazia è diventato un concetto relativo e Trump è stato assolutamente esiziale per mostrare il vero volto della più grande democrazia liberale del mondo. Chi è comunista anche solo parzialmente sa bene che il tempo è galantuomo e il tempo sembra avere fretta di presentare i conti a chi ha devastato il nostro pianeta e le nostre vite.
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