Vannacci fa traballare lo Stabilicum. La presidente del Consiglio si presenterà al vertice di Ankara con il 2,8 per cento di spesa militare, ma non ha intenzione di aderire ai prestiti europei per la Difesa. Non lo farà perché è iniziata la campagna elettorale e il leader di Futuro nazionale fa sudare

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Deponete le armi. Meloni rispetterà gli impegni Nato, si presenterà al vertice di Ankara con il 2,8 per cento di spesa militare, ma non ha intenzione di aderire al Safe, i prestiti europei per la Difesa. Non ha intenzione di attivare la Nec, la clausola di salvaguardia, perché “gli italiani non capirebbero e così si perdono le elezioni”. Non ha intenzione perché vuole che a caricarsi la scelta sia il Parlamento. Non ha intenzione perché è iniziata la campagna elettorale e Vannacci fa sudare. C’è ormai chi pensa, in maggioranza, che perfino la legge elettorale sarà votata alla Camera, “ma che al Senato, vedrete, rischia di saltare…”. La Nato ha già deciso di sostenere l’Ucraina per altri due anni, con 70 miliardi, ma l’Italia ha fatto sapere di non condividere il margine temporale perché, e sono fonti diplomatiche di Chigi, “equivale a non scommettere sulla pace”. Il riarmo, sì, ma a loro!

C’è un ministro della Difesa, nobile, Guido Crosetto, che da anni si batte per spiegare che spendere in sicurezza è come spendere per i ponti e strade, ma c’è un paese che ha già la febbre elettorale, da cabina. Meloni ha bisogno di ventilare la sua propaganda. Il 7 e l’8 luglio vola ad Ankara per il vertice Nato (ha telefonato a Erdogan) e rivedrà Trump. Non sono previsti bilaterali con il presidente bifolco, e c’è da sperare che il 13 luglio Meloni corra a Parigi ad abbracciare ancora i Volenterosi. Resta da capire quanto rende in Italia la buona volontà. C’è un’antica promessa, fatta a L’Aja, che l’Italia intende mantenere, vale a dire raggiungere la traiettoria del 5 cento di spese militari Nato, ma c’è Vannacci, il pericolo percepito. Quanto parte italiana c’è in quei di 70 miliardi Nato a Kyiv?

Attenzione, sono contributi volontari degli stati, ma sono cifre che non si vogliono diramare e la ragione è semplice. Scoraggiano. Le elezioni politiche potrebbero tenersi ad aprile 2027, e Meloni e Giorgetti non vogliono che passi l’idea che il governo spenda in armi al posto della sanità. La spesa italiana in ambito Nato è già arrivata al 2,8 per cento ed è così scorporata: il 2,09 per cento sono spese militari, l’altra parte, lo 0,71 per cento, comprende spese in cybersicurezza, protezione dei confini. L’impegno italiano è che nel 2035 si arrivi al cinque per cento e la crescita è stata costante, ma chi garantisce che ci sarà Meloni ancora? Il governo ha sempre sostenuto l’Ucraina ma ieri, ha preteso con gli alleati Nato che il “sostegno” non fosse di due anni, ma di uno, per favorire “l’idea della pace”. Non si sa ancora nulla sul secondo pacchetto di aiuti italiano a Kyiv. Sono tutte spie di un malessere che riguarda il tema armi. Nato e Safe sono questioni diverse. Oltre ad aumentare le spese Nato, il governo ha possibilità in Europa di attivare la Nec, la clausola che permette di deviare gli obiettivi di Bilancio per gli acquisti in Difesa. Sta al governo scegliere come finanziare gli acquisti: può farlo indebitandosi o ricorrendo ai prestiti Safe, europei. E’ ormai una vecchia questione che si trascina da mesi, a colpi di lettere Giorgetti-Crosetto, ma è una questione che si è fatta squisitamente politica, come in passato il Mes. Meloni e Giorgetti sono dell’opinione che sia qualcosa di “troppo tecnico” da spiegare agli italiani e che a pochi mesi dal voto rischia di compromettere la campagna elettorale. La Nec si attiva con un voto in Aula (serve la maggioranza assoluta) e Meloni esclude l’aiuto coraggioso del Pd. Filippo Sensi, uno che potrebbe votare (ma quanti sono i riformisti illuminati del Pd?) scrive: “Stiamo diventando la barzelletta d’Europa sui fondi Safe. Questo continuo pattinare non inganna più nessuno, è tempo di chiarezza sulla difesa e la sicurezza degli italiani. Basta furbate, basta fischiettare, basta rinvii. Ora”. Crosetto si è rimesso alla volontà politica e la volontà politica di Meloni e Giorgetti è sempre più chiara: il Safe è un prestito vantaggioso (e sul quanto c’è da ragionare) ma un prestito che va restituito. Sono indizi che fanno una sola prova: le spese militari non verranno davvero aumentate. Preparatevi, è già suonato con la Rai, il gong. E’ suonato con le dimissioni della Commisione di Vigilanza Rai, le dimissioni della quinta giornata (direbbe il Manzoni) a pratica chiusa. L’altro giorno, un uomo che ama la Rai, come Roberto Natale, membro del cda, quota Avs, raccontava: “Posso capire le dimissioni dei membri della Commissione di Vigilanza, ma che c’entra il cda Rai? Il cda Rai sta lavorando. Non è paralizzato”. Si sta girando in una sola pentolaccia il peggio della propaganda: la Costituzione, la Rai, le armi, la resistenza di Kyiv, la legge elettorale… Sono già gli affari correnti della ragione. Il governo non ha più la forza di spendere in Difesa e il solo che ha la forza di dirlo è Crosetto: il ministro che, per forza di cose, non può più dimettersi.