Chi viene prima: il capo della Chiesa cattolica di origine statunitense oppure il cittadino americano elevato a riferimento universale d’una religione di traiettoria romana, europea e occidentale?

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Per i credenti sarà Provvidenza, per laici o miscredenti astuzia della storia. Resta che mentre il mondo rischia la guerra totale sulla cattedra di Pietro siede un papa americano che predica e pratica pace. Più papa americano o americano papa? Chi viene prima: il capo della Chiesa cattolica di origine statunitense, sia pur meticciata per esperienza di missione, oppure il cittadino americano elevato a riferimento universale d’una religione di traiettoria romana, europea e occidentale?
Dovunque si voglia porre l’accento, colpisce questa feconda contraddizione in termini. Contraddizione perché Leone XIV in quanto papa fa della pace il cuore del suo magistero proprio mentre il suo impero di origine in implosione prolungata esporta in armi la sua crisi nel mondo. Feconda perché è pur sempre un cittadino di quell’impero impazzito a tentar di frenarne, con calma fermezza, la compulsione bellicista. Da americano vero, come conferma l’esortazione ai compatrioti di rivolgersi ai rispettivi congressmen perché si oppongano alla deriva trumpiana.
Impresa tanto più rimarchevole trattandosi di atlantista confesso, fautore di una «vera alleanza tra Europa e Stati Uniti (…) un’alleanza molto importante oggi e in futuro». Auspicio doppiamente rivelatore: della fedeltà ai princìpi della geopolitica americana del secondo Novecento, fondata sulla creazione via Nato/Ue di un Occidente strategico garante del primato a stelle e strisce; e di un pontefice disposto a sporcarsi le mani in quella forma di speciale carità che è ai suoi occhi la politica.
Nell’accezione cattolica, s’intende. In permanente cerca di equilibrio nel triangolo tra ecumenismo, soggettività della Santa Sede e fedeltà al precetto di Gesù: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio» (Matteo, 22, 21). Quest’ultimo spesso malinteso come invito a schivare l’impegno nel mondo, mentre significa il perfetto contrario.
Dobbiamo a Massimo Faggioli, storico del cristianesimo e professore all’agostiniana Villanova University dove Robert Francis Prevost, di formazione canonista, frequentò un corso di filosofia tedesca prima di laurearsi in matematica, una nitida ricostruzione del progetto leonino: unità della Chiesa e pace nel mondo (Leone XIV e la Chiesa globale, Morcelliana). Visione asintotica. L’una e l’altra missione fungono da obiettivi limite, da avvicinare nella coscienza di non poterli raggiungere — mens matematica aiuta. Però entrambe esistenziali. E intrecciate.
Più si espande la guerra meno probabile è suturare le ferite che lacerano il popolo di Dio. Concepito da Prevost nell’accezione larga del Vaticano II, enfatizzata con toni spericolati da papa Francesco contro il neoclericalismo dei tradizionalisti (aziendalisti, in teoria delle organizzazioni). Altrettanto improbabile che una Chiesa ridotta a collezione di sètte possa pacificare gli animi e disarmare gli armati.
Qualche concreta idea di quest’ultima tabe Prevost se l’è fatta nel 2020-21 da amministratore apostolico della diocesi peruviana di Callao. «Contesto ecclesiopatico caratterizzato da vari tipi di abusi — di autorità, di potere, economici» spesso risolti armi in pugno, stando alla biografia papale di Elise Ann Allen (Léon XIV, Ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI, Penguin).
L’insofferenza tra esponenti della gerarchia cattolica amplificata via media durante il pontificato di Francesco pare ora meglio controllata. Sotto questo profilo il primo anno di Leone è senz’altro un successo. Ma la mitigazione dei modi non basta a ridurre le profonde diversità di cultura nel corpo ecclesiastico. L’altra faccia della globalizzazione cattolica.
Gli Stati Uniti sono epicentro della doppia ricerca di unità e di pace. Quanto all’unità, difficile immaginare qualcosa di più eterogeneo del cattolicesimo americano, specie con l’emergere della tecno-destra trumpiana che ambisce a nazionalizzare Gesù Cristo. Lo vediamo nella stessa amministrazione presidenziale, dove rivaleggiano due cattolici che più diversi non potrebbero — JD Vance e Marco Rubio — sotto un “presidente”-“papa” (virgolette d’obbligo in entrambi i casi) che festeggia il suo ottantesimo imbandendo un festival casalingo di lotta libera, evocazione gladiatoria.
Quanto alla pace, tutto dovrebbe spingere Washington all’autocontenimento, visto che in ogni guerra finisce per lasciarci penne e credibilità. L’umiliazione nell’improbabile sfida tra regime trumpiano e impero persiano dovrebbe insegnare. It’s a long way to Tipperary. Ma Prevost, tignoso (romano per tosto), persegue.
ahi ahi ahi… moderazione che funziona a pedali🤣
"Mi piace""Mi piace"
E chi te lo ha detto, M@rkolino o Francesco Totti core de Roma?Suvvia Caracciolino rimani nel tuo orticello 1metro x 1 metro;
dire che “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” significhi “il perfetto contrario”del disimpegno ha tutta l’aria di una certezza troppo sicura per essere anche profondamente letta.
Non è esegesi, ma eisegesi: non si lascia parlare il testo, lo si piega a una tesi già decisa.
Una lettura ermeneuticamente seria, Gadamer dover,sa che il significato non è proprietà dell’interprete ma evento del linguaggio.
Il Vangelo stesso scompagina ogni lettura lineare: «Il mio regno non è di questo mondo» (Vangelo secondo Giovanni18,36) relativizza ogni assolutizzazione politica.
E quando dice che «Il regno di Dio è in mezzo a voi» (Vangelo secondo Luca 17,21), sposta il centro altrove rispetto alle forme del potere.
Nel Discorso della montagna non c’è un programma politico, ma una trasfigurazione dell’ethos.
Qui il punto non è distribuire competenze tra Dio e Cesare, ma incrinare la pretesa del politico di farsi assoluto.
«Cesare» non è un principio dell’agire umano, ma il nome del contingente: ciò che vale senza fondare.
Leggere questo passo come invito all’attivismo significa reintrodurre proprio ciò che il testo disinnesca: l’assolutizzazione della storia.
In questa direzione si muove anche Meister Eckhart: il problema non è Cesare, ma ciò che occupa il centro dell’anima.
Il distacco non è fuga, ma de-sovranizzazione interiore.
Per questo parlare di «perfetto contrario» non chiarisce il testo: lo chiude con troppa sicurrezza , trasformando una parola che apre in una che prescrive.
L’ermeneutica autentica non conclude, sospende: non possiede il senso, lo espone.
Ogni interpretazione che pretende di chiudere il Vangelo in una tesi politica lo tradisce nel suo stesso movimento di eccedenza.
La verità del testo non è una posizione, ma una soglia… ricordalo stupidino.😆
"Mi piace""Mi piace"