(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] Non è difficile immaginare Michele Serra che dondolandosi sull’amaca, nell’afa immobile, reprime uno sbadiglio a leggere per la millesima volta di supposti campi larghi in disaccordo su (quasi) tutto. Con lui che implora i cari leader a dire la verità: scusateci, ma non ce la facciamo proprio a fare un programma comune di governo. Pensiamo, infatti, che le divaricazioni sugli aiuti militari all’Ucraina, o i contorsionismi sulle primarie siano destinati a suscitare nel popolo del centrosinistra (di cui Serra è interprete autentico) una profonda, e forse ormai insopprimibile, sensazione di noia. Un popolo appassionato, partecipe, generoso che nei decenni ha vissuto una gamma di sentimenti contrastanti: fiducia, attesa, ma anche delusione, risentimento, rabbia. E, purtuttavia, gente sempre guidata da un’energia vitale, nella speranza che, dài e dài, qualcosa potesse cambiare, in meglio. Il sogno di un tutti insieme appassionatamente mai realizzato.

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Fino all’inevitabile sfinimento, l’estenuazione davanti a un copione trito e ritrito che si perpetua, mentre il pubblico o si assopisce o si dilegua. Non è qui il caso di annoiare a nostra volta chi ci legge, ma è dal tempo dei due governi Prodi che la parola unità, gridata nelle piazze e perfino accompagnata dal successo elettorale, al tempo miracoloso frangiflutti contro la marea berlusconiana, regolarmente si sfalda per poi evaporare alla prova dei fatti. Sia la crisi del Prodi-1 (leggi il compagno Bertinotti), sia l’implosione annunciata della raffazzonata Unione servirono a restituire vigore a Silvio Berlusconi, che a ogni tracollo degli avversari poteva dire agli italiani: lo vedete voi stessi che della sinistra non ci si può fidare. Lo stesso, identico discorso che, oggi, riecheggia nella destra meloniana dei giornali e dei talk-show.

[…] Oggi avviene tutto in anticipo: il disaccordo avvelena i pozzi di una coalizione che, se ancora non esiste, vedrete che in qualche modo riuscirà a rappattumarsi. Un programma di governo lo scriveranno, attentissimi a restare sul general-generico riguardo ai temi più controversi. Un premier lo voteranno, cercando di non farsi troppo del male. Con il rischio che tutto ciò non riesca a sanare in tempo lo sfilacciamento del proprio elettorato. Da temere non quando fischia, ma quando lascia la sala per rifugiarsi in una malinconica astensione. L’ultima novità è che perfino il mite, sempreverde Angelo Bonelli si getta nella mischia, stufo di “aspettare”. Daje! Intanto, a Montecitorio, l’opposizione si benda, alza cartelli, srotola striscioni, improvvisa balletti davanti ai banchi (vuoti) del governo. Come dire che quella coreografica, oggi, è la sola unità possibile. Tutto il resto è noia.