Anche il settore vitivinicolo italiano, dopo la cancellazione del summit di Miami, potrebbe subire le conseguenze delle tensioni tra Roma e Washington

(Valentina Romagnoli – lespresso.it) – Niente più Italy-US business, investment, science and innovation forum 2026. Dopo i continui attacchi di Donald Trump alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, l’evento previsto per lunedì 22 giugno che avrebbe dovuto riunire imprenditori statunitensi e italiani – alla presenza di Marco Rubio e Antonio Tajani – è stato cancellato.
Il summit avrebbe aperto a nuove possibilità imprenditoriali per l’Italia, che negli Stati Uniti vede uno dei primi mercati di esportazione, in particolare per quanto riguarda il comparto agroalimentare. Ma le parole di Trump contro la premier hanno creato un nuovo caso diplomatico tra Italia e Usa.
I numeri di import-export
Secondo i dati Istat, nel 2025 le esportazioni italiane verso il mercato statunitense hanno sfiorato i 70 miliardi di euro, mentre le importazioni dagli Usa si sono attestate a 35,4 miliardi. Il saldo commerciale rimane quindi positivo per il nostro Paese, con un avanzo superiore a 34 miliardi di euro. A trainare è la farmaceutica, che da sola vale circa 14 miliardi di euro, pari a circa un quinto delle esportazioni complessive verso il mercato americano. Al secondo posto si collocano i macchinari e le apparecchiature industriali, con un valore vicino agli 11 miliardi di euro. Mentre il comparto vitivinicolo si attesta intorno a 1,8 miliardi di euro, di cui il 20% negli Stati Uniti.
Le contrazioni del mercato del vino
Tra i settori che rischierebbero di essere penalizzati dal raffreddamento dei rapporti con Washington ci sono quello energetico – con il Gnl (gas liquido) americano che dopo la guerra in Ucraina oggi è arrivato a coprire circa il 15% del fabbisogno di gas italiano -, quello aerospaziale – con il recente rinnovo della collaborazione con Washington con il secondo Us-Italy Space dialogue e un’economia da più di 630 miliardi di dollari secondo il World economic forum -, quello tecnologico – con la coltivazione di progetti come la costruzione di data center per l’Ia e lo sviluppo del 6G – e quello enologico.
Da gennaio a marzo 2026 le esportazioni sono calate dell’11%, fino a raggiungere il 20,5% negli Usa e il timore degli imprenditori italiani sarebbe che, dopo gli screzi con la premier, Trump possa minacciare – e magari anche applicare – dazi più alti, come successo qualche giorno fa con la Francia. Alla viglia del G7, infatti, l’inquilino della Casa Bianca è tornato a minacciare Parigi di una introduzioni di dazi al 100% sul vino francese, a meno che l’Eliseo non decida di abolire la tassa sui servizi digitali applicata alle società tecnologiche dal 2019. Si tratta di una aliquota al 3% sui ricavi generati dai grandi gruppi tecnologici come Facebook, Amazon, Apple e Google. “Macron deve solo eliminare questa tassa sulle vendite e non subirebbe più questo tipo di pressione”, aveva detto Trump ripreso dal New York Post.
E in Italia, il settore enologico, già in difficoltà, sarebbe quello più immediatamente esposto a eventuali ritorsioni. Da aprile 2025 ad aprile 2026, il vino italiano ha già pagato dazi negli Stati Uniti per circa 180 milioni di euro, secondo una stima di Federvini. L’Italia è il principale fornitore di vino degli Stati Uniti, ma i dati più recenti mostrano un’accelerazione del declino: nei primi due mesi del 2026 le esportazioni di vino italiano verso gli Usa hanno registrato un calo del 28% in valore rispetto allo stesso periodo del 2025, secondo i dati Eurostat. A pesare è anche la dinamica dei prezzi. A inizio 2025 il prezzo medio dei vini fermi italiani negli Usa era di 6,55 euro al litro, mentre a inizio 2026 è sceso a 5,07 euro, con un calo del 21%. Analogamente, per gli spumanti si è passati da 5 a 4,2 euro al litro, una contrazione del 16%. Una perdita che le cantine stanno assorbendo in proprio, abbassando appunto i listini per condividere il peso dei dazi con gli importatori americani.
Il settore vitivinicolo italiano oggi si trova in una situazione di attesa forzata, condizionata da tre elementi di incertezza. Il primo riguarda appunto le mosse – a volte imprevedibili – di Trump. L’attuale dazio del 10% è stato introdotto dopo che la Corte Suprema americana ha dichiarato illegittimo il precedente 15%. Ma Trump ha già annunciato pubblicamente di volerlo ripristinare, e potrebbe farlo attraverso un nuovo ordine esecutivo basato su una diversa base giuridica. Le cantine italiane, quindi, non sanno se il dazio che pagano oggi resterà tale o salirà di nuovo, o addirittura aumenterà ulteriormente. Il secondo elemento è una data: il 24 luglio 2026. L’attuale dazio al 10% ha una scadenza precisa, fissata a 150 giorni dalla sua introduzione. Se entro quella data non sarà stato raggiunto un accordo commerciale tra Unione europea e Stati Uniti, il sistema tariffario tornerà in una situazione di totale incertezza, con il rischio concreto di un nuovo rialzo delle tariffe. Il terzo fattore riguarda le trattative diplomatiche in corso tra Bruxelles e Washington. I produttori italiani sperano che i negoziati portino non solo a una tariffa stabile e più bassa, ma anche a un riconoscimento speciale per i vini a denominazione di origine, che potrebbero così essere tassati in modo diverso rispetto ai vini generici. Ma al momento non c’è ancora nessuna garanzia.
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