(ANSA) – LONDRA, 22 GIU – Keir Starmer ha annunciato le sue dimissioni da leader del Partito laburista britannico e da primo ministro in un atteso discorso alla nazione davanti al numero 10 di Downing Street. L’uscita di scena Starmer, travolto dall’impopolarità e dal crollo di consensi anche all’interno del Labour, spiana la strada alla sua sostituzione con l’ex sindaco di Manchester, Andy Burnham.
STARMER PARLA A BREVE A DOWNING STREET, ATTESE DIMISSIONI
(ANSA) – LONDRA, 22 GIU – Il premier britannico Keir Starmer parlerà a breve davanti al numero 10 di Downing Street. Lo riferisce Sky News, dopo che sono iniziati i preparativi per posizionare il podio del primo ministro. È atteso l’annuncio delle sue dimissioni e dei tempi del passaggio di consegne alla guida del Labour e del governo.

Ce ne faremo una ragione.
Ma quanti ne hanno già cambiati negli ultimi tempi?
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Ci ha perso tempo, troppo tempo!
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Un altro (volonteroso) guerrafondaio che finisce nella discarica della Storia.
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Le dimissioni di Starmer in se e per se mi interessano poco; tuttavia in questa vicenda c’è molto di italiano.
La GB ha cambiato 7 primi ministri negli ultimi 10 anni, un vero e proprio record negativo per quella che era considerata una delle democrazie più stabili.
Quando si verificano fatti del genere, solo due possono essere le conclusioni: o sono tutti inadatti/incapaci o c’è qualcosa di molto più profondo e più grave che impedisce di “governare”.
Quel qualcosa di più profondo è il divario tra ciò che un elettorato inconsapevole continua a chiedere e ciò che l’economia è in grado di finanziare.
La GB ha una produttività stagnante sin dalla crisi del 2008; pensare che in tali condizioni si possa avere contemporaneamente bassa tassazione, welfare generoso, servizi pubblici efficienti e pensioni e salari indicizzati all’inflazione è pura follia.
Ma la GB è un’economia di mercato ed in quanto tale ci sono i venditori (politici) ed i compratori (elettori) di balsamo di struzzo.
E quando gli effetti di questo balsamo si scontrano col muro della realtà, non è difficile stabilire chi tra i due soccombe.
I fatti dicono che la GB è affetta, da 20 anni a questa parte, degli stessi mali che affliggono l’Italia da 40 anni circa: deindustrializzazione ( che ha origini più antiche); perdita di occupazione qualificata; sostituzione con lavori meno produttivi e meno retribuiti; progressiva finanziarizzazione dell’economia; difficoltà nel creare nuovi settori ad alta produttività.
Trovare un nuovo modello di crescita, necessario in casi del genere, porta a dover compiere scelte che finiscono inevitabilmente col penalizzare interessi consolidati e che vanno oltre il mandato elettorale; per cui non si fa nulla.
Risultato: il paese si avvita su se stesso.
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