Undici anni dopo il patto Jcpoa, la firma a Versailles di un mondo capovolto

Da Obama a Trump, così il secolo americano si è spento a Hormuz

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Son passati poco più di dieci anni tra due “paci persiane”. Poco. Nulla. Eppure la Memoria, questo caotico delirante regista, proietta un film assurdo, le cui sequenze non si accordano l’una con l’altra. Il sonoro di Obama, di Trump, degli iraniani è asincrono. Intere inquadrature sono sottoesposte. A tratti lo schermo è tutto nero. La maggior parte degli attori non è più riconoscibile: alcuni non sono più al potere, altri come la guida suprema Khamenei sono morti. Anzi sono stati “eliminati”.

Eppure l’accordo (dovremmo essere ormai abbastanza ammaestrati a non usare la impegnativa parola pace!) è raggiunto tra gli stessi protagonisti, gli Stati uniti e l’Iran degli Ayatollah e dei Pasdaran. Ma il duello tra l’America e Teheran è un secolo in undici anni. Porta con sé ben più che la riapertura di Hormuz e qualche centesimo in meno al gallone di benzina: è una amara rivelazione, un’aspra rivoluzione, una pericolosa creazione.

È innanzitutto la rivelazione repentina bruciante, senza più la possibilità di coprirla di veli, di come è il mondo ora, dopo esser stato arrangiato e mascherato dall’inizio del secolo. Riflettiamo sulla firma tra la democrazia della felicità e la ferocia di diritto divino, acconciata in forma digitale: Trump che sigla tra un antipasto e un soffritto, nei saloni di un monumento alla fastosa decadenza, Versailles, tra i sorrisi umilianti e umiliati di maggiordomi europei che non hanno nemmeno il coraggio di una rivolta… Ma è un colpo di teatro! Il sotterraneo diventa superficie, i tetti sono scoperchiati, la geopolitica messa a nudo. Ecco un’occasione ghiotta per chi cerca, a tentoni, di decifrare le nuove piste del secolo. Non c’è solo chiarezza tra tante bugie, è il movimento che torna in una Storia che si supponeva provvidenzialmente bloccata, fissa ai cardini, di cui si era smarrita la chiave.

Semplicemente: il travagliato accordo che Obama raggiunse con l’Iran nel 2015 che prevedeva vincoli allo sviluppo del nucleare per fini militari, controlli severi da parte dell’agenzia internazionale per l’energia atomica, nel 2026 non è più possibile. Obama e il New York Times che lo paragonano alla resa di Trump rimpiangono un caro estinto. Perché la Storia che lo aveva prodotto allora non esiste più.

Una prova? Nel 2015 lo firmarono e dovevano garantirlo i Cinque più Uno: oltre agli Stati Uniti, la Cina, la Russia (Putin aveva appena agguantato con un colpo magistrale la Crimea, ma evidentemente non era ancora una canaglia infrequentabile, e anche questo varrebbe una riflessione), la Francia, la Gran Bretagna e in “più”, l’Unione europea. Gli europei dunque contavano qualcosa. Nell’orizzonte, ancora in piedi, del mondo americano, della clintoniana globalizzazione, avevano un ruolo. Oggi sono semplicemente uno zero. Con i loro sonnolenti desideri e le sgretolate ambizioni sono irrilevanti per la guerra e inutili per la tregua. Devono umilmente sperare di essere convocati a fare gli spazzini delle mine perdute nel canale di Hormuz. Manovali geopolitici, personale di fatica di cui si può benissimo fare a meno. Riuscite a immaginare, undici anni dopo, una Mogherini, Alto Rappresentante della politica estera, che, avvolta in candide e corrette sete islamiche, va a Teheran e la Guida Suprema perde per lei un po’ del suo teologico tempo? Le nostre sono diventate ambizioni troppo timide e così i nostri terrori.

E invece con una firma digitale tutto è finito. Questa immensa fantasmagoria, così possente, che credevamo ancora pochi giorni fa salda come le piramidi, il potere americano, un’altra volta rimpicciolisce, si abbassa, scompare. L’invincibilità era il baluardo contro il vuoto. Stoffe e carta. Ma allora era solo un paravento! In un attimo, senza neppure la fatica di andare a Ginevra, la si ripiega, la si getta in soffitta, dimenticata. Affare ormai per gli storici con i loro bilancini e la saggezza di chi conosce il dopo.

Obama poteva ancora millantare che nulla era cambiato, come se si prolungasse il Novecento. Eppure quella realtà, l’America imperiale, diminuiva a ogni parola che pronunciava. Dopo le ambigue guerre al terrorismo la Storia ribolliva di un fermento nuovo. Un mondo in fusione stava irrompendo con tentativi effimeri e violenti con cui annuncia le sue creazioni. Poi nel 2021, meravigliati e stupefatti, abbiamo osservato l’America fare l’esperienza dell’inferno a Kabul e pagare il prezzo della effimera longevità come unico impero.

Trump non è la causa della sconfitta di Hormuz. È la conseguenza del declino americano. La gestisce negandola. Ne risulta un accumulo di smarrimenti, un’inflazione di errori, di atteggiamenti non più in voga. Cerca di negare l’impotenza che non sia puro e inutile sfogo distruttivo con le bugie e l’arroganza vacua, proclamandosi domatore dell’abisso, si aggrappa all’imminente, si immerge nel possibile. Traveste le rinunce da tonico, la sua molla sembra resistere bene, ma perché si rompe perennemente. Perfino Israele, l’alleato – complice necessario da ottanta anni – non obbedisce più. Le rughe di una nazione così grande e decisiva sono altrettanto visibili di quelle di una persona.

Il potere globale americano erano i bombardieri e le portaerei per controllare spazio e tempo, per intimidire e prevenire. Al tempo dei droni discount e dei manovratori del caos sempre sul chi vive per approfittare degli spazi vuoti, che non sfuggono il pericolo e lo provocano, che allo sfacelo dell’età delle regole e dei diritti (spesso ahimè solo nostri), si avvinghiano, ne approfittano senza ritegno e scrupolo, non bastano più. L’Iran, che ha sperimentato nella sua storia moderna lunghi periodi di sovranità limitata, di protettorato, e che si è addestrato alla diplomazia del debole contro il forte, ha mostrato come rattrappire la potenza, farla abdicare alle sue dimensioni, svuotarne i luoghi.