Da Macron a Merz non ha risparmiato nessuno. Con le donne è anche sessista

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con il leader Usa Donald Trump

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il solito bullo, lo ha fatto con tutti, dicono. E tuttavia si dovranno osservare due differenze importanti. La prima: il bullo ha minacciato, deriso, insultato, ogni leader europeo ma stavolta ha passato il segno che divide la smargiassata politica dall’umiliazione personale. La seconda: ogni leader europeo gli ha risposto a modo suo – frasi più usate: inaccettabile, offensivo,chieda scusa – ma mai nessuno gli aveva replicato per le rime come ha fatto Giorgia Meloni, dandogli apertamente del bugiardo. C’entra la forte personalizzazione del rapporto tra i due, che si sono a lungo blanditi nella prima fase della presidenza Usa, ma anche una evidente componente sessista. A Trump, probabilmente, sembra normale caricare di sprezzo la critica se di mezzo c’è una donna. A Meloni quella parte non va giù, suscita reazioni d’istinto.

Dice qualcuno che il surplus dello scherno (mi ha implorato, mi ha fatto pena) sia collegato, anche, al sottofondo di disistima con cui l’America ha sempre guardato le leadership italiane e la loro ansia di essere benvolute oltreoceano. Atteggiamento che si dava per scontato e non prevedeva dei “no”, come quello pronunciato da Meloni sull’uso delle basi per la guerra del Golfo. Altri “no” furono detti in passato, da Bettino Craxi il più celebre, e tutti ebbero conseguenze perché, ecco, per gli italiani parlare da-pari-a-pari con gli Stati Uniti è sempre stata opzione alquanto inaudita. E figuriamoci adesso, con Donald Trump che si presenta ai giornalisti del New York Times mostrando uno studio storico che lo definisce più potente dei più temuti leader della storia: Attila, Gengis Khan, Napoleone, Stalin, Mao e Hitler (poi è venuto fuori che lo studio è firmato dal caddie di un golfista, ma questa è un’altra storia).

Lo scontro con Meloni, comunque, risolve una volta per tutte un quesito politico che ogni capo europeo si è posto negli ultimi due anni: accarezzarlo serve? Non serve. Non è servito a Keir Starmer («Non è Curchill»), a Emmanuel Macron («È maltrattato dalla moglie, si sta appena riprendendo dal pugno che le ha dato»), a Friedrich Mertz («Non sa quello che dice»), a Mark Rutte («La Nato non c’era quando ne avevamo bisogno»), a Ursula von der Leyen, costretta a inseguirlo su un campo da golf per parlare di dazi, ne’ in tutta evidenza a Giorgia Meloni. L’aspirazione Attila del presidente americano ha diserbato ogni normale relazione diplomatica. Per irridere il premier inglese, un anno fa, Trump pubblicò sui social un video satirico in cui Starmer era terrorizzato dal rispondere a una chiamata dalla Casa Bianca: questo è l’effetto che il presidente Usa cerca, per esibirlo ai suoi elettori come prova di un potere assoluto e sprezzante.

La tempesta che ha impegnato ieri l’intera politica italiana segna comunque uno spartiacque. Mai nella sua storia decennale la destra italiana era entrata in conflitto con la Casa Bianca. Mai, neppure davanti alle scelte più controverse, ne aveva criticato apertamente e personalmente i leader. I presidenti di matrice progressista erano stati blanditiQuelli di segno repubblicano, da Ronald Reagan ai Bush, erano stati oggetto di una vicinanza ai limiti della venerazione, tutti ottimi, tutti salvezza dell’Occidente, tutti crociati della verità e della civiltà. Vedere, ieri, ogni singolo esponente di FdI pronunciare parole di fuoco contro Donald Trump, trattandolo come un nemico della premier, dell’Italia, di ogni alleanza, risultava davvero sorprendente.

Per Fratelli d’Italia (e anche per il nostro Paese) significa addentrarsi in territori nuovi, mai esplorati. La rottura diplomatica, segnata dalla rinuncia di Antonio Tajani al Business Forum di Miami, forse si potrà ricucire con pazienza. Il crash politico appare irrecuperabile e rivela uno dei principali limiti delle leadership ad alto tasso di personalismo. Perché passare da «fantastica», «molto bella», «grande donna», a «non ho l’obbligo di parlarle» è un attimo quando le relazioni istituzionali privilegiano la confidenza ad altri dati. Meloni era convinta che il rapporto personale con Trump, frutto della consonanza Maga, l’avrebbe portata in carrozza verso successi sempre più grandi. Trump era convinto che proprio perché era una “dei suoi” avrebbe dovuto obbedirgli senza fiatare. La fine della storia l’abbiamo vista ieri: «mi ha implorato», «sei un bugiardo», «non ti voglio come fan».