Il procuratore di Napoli: «La riforma della Corte dei Conti rischia di limitare l’indipendenza dall’esecutivo»

Il procuratore Nicola Gratteri

(Giuseppe Legato – lastampa.it) – TORINO. Le inchieste sul Ponte dello Stretto? «L’aspetto che traspare, e di cui mi pare si stia parlando molto poco, è collegato alla riforma della Corte dei Conti». Ovvero: «C’è un evidente problema di separazione tra i poteri dello Stato insito nella riforma e questo conferma dei rischi denunciati dai critici della riforma cosiddetta Foti». Più diretto ancora, se possibile: «La nuova legge prevede la “collaborazione” con il potere politico ed è evidente che possa degenerare in un vero e proprio asservimento della magistratura contabile all’indirizzo di governo». Tutta colpa delle «varie modifiche, che impongono alla Corte dei conti un ruolo “collaborativo” trasformando il controllo da argine di legalità a servizio dell’esecutivo. Questo non va bene, lo abbiamo visto, e dovrebbe far riflettere tutti».

L’affondo alla bulimica attività legislativa dell’esecutivo è firmato dal procuratore di Napoli Nicola Gratteri e proprio sull’opera che più di tante altre è a rischio di infiltrazione e inquinamento da interessi mafiosi: il ponte sullo Stretto. Lo fa partendo dall’inchiesta della procura di Roma che vede indagati Tommaso Miele presidente aggiunto della Corte dei Conti fino allo scorso febbraio. Per ottenere informazioni riservate e un suo parere favorevole al progetto l’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno, dirigente della Lega, ex Cda della società Stretto di Messina e l’imprenditore Vincenzo Virgiglio avrebbero fatto pressioni promettendo appoggi per ottenere incarichi pubblici dopo la pensione. Ecco il cortocircuito, secondo Gratteri.

Procuratore, il Ponte finisce in un’inchiesta della procura di Roma. Pochi mesi fa da altra indagine era emerso «un allarmante movimentismo anche di gruppi vicini alle ’ndrine nell’apertura di società ad hoc, pulite e schermate, per aprirsi la strada ai futuri subappalti miliardari». Ci dovremmo sorprendere?
«Purtroppo sì, ma ci siamo abituati a non farlo più. E questo è il vero scandalo».

L’abolizione o la limitazione di reati spia che spesso precedono l’entrata in gioco di soggetti contigui o delegati dalle mafie a curare i propri interessi operata dall’esecutivo negli ultimi anni, può incidere sull’efficacia dei controlli e delle inchieste su un’opera pubblica come questa?
«Certamente. La criminalità organizzata usa strumenti sofisticati, senza minacce esplicite, e spesso si comincia con un reato che “di mafioso” all’inizio non ha nulla, e che solo indagando si comprende chi c’è dietro e i collegamenti».

Dica la verità: si riesce a indagare con incisività o no?
«Con le limitazioni delle intercettazioni, quelle per il sequestro dei cellulari, con l’abolizione dell’abuso di ufficio, non solo è molto difficile “arginare” i danni, ma è anche difficile intervenire dopo».

Questo per dire cosa?
«Che spero di sbagliare, ma a me pare ci sia un disegno globale per eliminare qualunque forma di controllo, rendere tutto più permeabile, con la finalità di rendere la giustizia una strana rete da pesca, incastrare i piccoli pesci e perdere i grandi pesci».

È corretto o no dire che – per le caratteristiche acquisite e per la capacità economica e di professionisti a sua disposizione – una mafia come la ’ndrangheta sia in grado potenzialmente di cannibalizzare l’opera dalla progettazione all’esecuzione, alla consegna al committente?
«Sono anni che la ’ndrangheta non è più quella con lupara e cappello si è evoluta a 360° gradi. Oggi è composta da professionisti che hanno studiato all’estero, che parlano tre lingue, che conoscono i mercati. Certo, sono nelle condizioni di potere infiltrare tutti gli step dell’opera».

Se il quadro di rischio è così alto, c’è chi dice: allora l’opera non si faccia. Sarebbe una resa?
«In questo caso devo dare una duplice risposta».

La prima?
«Sarebbe stata cosa giusta fare molto tempo addietro una valutazione costi-benefici, perché in Calabria e in Sicilia mancano molte infrastrutture che definirei primarie: dalle autostrade, alla rete ferroviaria, dagli ospedali, alle dighe. Se si continua a pensare di non volere investire in “queste opere”, molto più urgenti del Ponte sullo stretto, si fa un danno a tutta l’Italia, non solo che per noi cittadini che abitiamo in quei luoghi. Quindi bisogna capire: è una resa dire che questa cifra esorbitante sarebbe preferibile investirla per fare altro? Io, con tutte le cautele e le accortezze del caso, direi di no, anzi sarebbe una presa di coscienza».

La seconda?
«Il dilemma non è fare o non fare il Ponte perché c’è il rischio di infiltrazioni mafiose. Il problema è che non abbiamo gli strumenti per prevenire e per intervenire, come sarebbe necessario, per contrastare l’infiltrazione mafiosa in questo come in altri casi. Questa è una resa. La resa di uno Stato che a fronte di una criminalità organizzata sempre più sofisticata, lascia forze dell’ordine e magistratura con le armi spuntate. Se avessimo gli strumenti necessari, per contrastare le infiltrazioni, non ci sarebbe alcuna necessità di farsi questa domanda».

Un quadro sconfortante. Come se ne esce?
«Bisogna avere personale specializzato per contrastare la criminalità organizzata con strumentazione informatica e strumenti investigativi adeguati; è necessaria una seria revisione della geografia giudiziaria, redistribuendo le risorse secondo le esigenze dei territori, è necessario avere il pieno organico negli Uffici, sia dei magistrati che del personale amministrativo; bisogna snellire le procedure riducendo al massimo i rimedi impugnatori, che ingolfano corti di appello e Corte di Cassazione. L’efficienza e i tempi della giustizia non potranno mai migliorare se noi continuiamo ad essere sempre meno e i processi sempre di più».