Spedizione. A marzo Crosetto aveva annunciato l’arrivo in Arabia. Con l’escalation il governo non ha cambiato i piani e neanche aggiornato l’Aula

(di Lorenzo Giarelli e Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – Circa 350 militari italiani schierati da marzo in Arabia Saudita, un’altra cinquantina nei Paesi del Golfo, una task force di difesa aerea a protezione della base di Taif e una polemica politica esplosa solo adesso. Dopo la ricostruzione della missione, Pd, M5S e Avs chiedono che Guido Crosetto riferisca alle Camere, denunciando un coinvolgimento insufficiente del Parlamento, anzi “una forzatura inaccettabile”. Ma anche i riflessi dei parlamentari di opposizione hanno lasciato a desiderare. Su questo gioca lo stesso ministro della Difesa: “Sarebbe bastato seguire con attenzione le audizioni del Capo di Stato Maggiore della Difesa e del Comandante del Covi davanti alle Commissioni Difesa, oppure leggere il decreto Missioni e le relative schede, per verificare che il quadro normativo e operativo è stato illustrato con la massima trasparenza”, replica Crosetto.
Ha le sue ragioni, in un sistema che però rivela tutti i suoi limiti di trasparenza. Lui stesso aveva riferito del trasferimento del personale in Arabia Saudita nelle comunicazioni rese alle Camere il 5 marzo: “In Kuwait, presso la base di Ali Al Salem, è in atto un movimento di personale: 239 militari, che sposteremo in Arabia Saudita, per alleggerire il dispositivo, mantenendo una capacità operativa essenziale, con 82 militari sui 321 che c’erano prima. Un discorso analogo per il Qatar. Anche qui, sette dei dieci militari stanno raggiungendo l’Arabia Saudita, per poi essere trasportati in Italia. Le tre unità rimanenti assicureranno la continuità di collegamento e coordinazione con tutta la componente aerea regionale”.
Cos’è successo, quindi? A marzo il governo fa approvare dal Parlamento una risoluzione che dà l’indirizzo politico sulle missioni estere. In quel momento c’è già la guerra in Iran, il Medio Oriente è area di crisi ma l’Arabia è più sicura di altri Paesi lì intorno, al punto che molti militari vengono spostati in territorio saudita. Sono circa 200 dell’Aeronautica e 150 dell’Esercito, sono richiesti dal governo locale insieme ad alcuni sistemi d’arma ma sono lì anche – spiegano dalla Difesa – per “proteggere interessi nazionali”, a partire dai commerci che passano dal Mar Rosso. Per dire: l’Italia ha portato in Arabia Saudita un sistema anti-missilistico Samp-T, che richiede di volta in volta una ventina di uomini che ne curino l’utilizzo.
Lo spostamento di uomini in Arabia Saudita, poi, era stato effettivamente citato durante l’audizione del comandante del Covi, Giovanni Maria Iannucci, il primo luglio. Un’informazione fugace e generica, come sostengono le opposizioni, che però ne avevano ignorato il peso politico. Ascoltato in commissione, Iannucci aveva illustrato “la rimodulazione del dispositivo italiano” nella missione internazionale contro l’Isis: “A seguito del mutato quadro securitario e delle ostilità che hanno interessato l’area, il dispositivo è stato rimodulato nell’anno in corso” e “le componenti operative di supporto e sorveglianza sono state dislocate in Arabia Saudita, Giordania e Italia”.
Altrettanto generico è il riferimento all’Arabia nelle schede tecniche che hanno accompagnato i passaggi parlamentari per l’ok alle missioni. Dopo le risoluzioni di marzo, i decreti hanno avuto il loro iter, proseguito fino a pochi giorni fa. Nessuno ha dato peso all’Arabia perché la task force non è stata autorizzata come nuova missione, ma come la rimodulazione di una precedente, soltanto da prorogare, che parlava genericamente di “Medio Oriente”. Dalla Difesa spiegano che spesso le missioni devono avere un perimetro ampio per consentire elasticità a seconda del mutare della crisi nelle varie aree. Le stesse fonti spiegano però che le regole di ingaggio per i nostri militari sono rimaste le stesse e che, nonostante negli ultimi giorni il ruolo dell’Arabia sia cambiato (di fatto entrando in guerra con gli Usa contro l’Iran), al momento non si ritiene di dover spostare di nuovo i nostri soldati.
Le opposizioni però oggi contestano proprio questo. Il contesto politico è cambiato, dunque il governo avrebbe dovuto parlare esplicitamente della missione in Arabia, non nascondendosi dietro la delega in bianco della proroga. Il Pd attacca Crosetto: “Nella delibera missioni non c’è alcun esplicito riferimento a operazioni in Arabia Saudita” mentre invece una scelta di questo tipo avrebbe meritato un’informativa dedicata. Il M5S sposta invece il baricentro sull’evoluzione della crisi, sostenendo che “nel frattempo l’Arabia Saudita è entrata in guerra partecipando direttamente ai raid aerei americani” e chiedono che il governo riferisca “data la mutata postura dell’Arabia Saudita”. A sera, la Difesa ricorda le audizioni svolte finora: “Colpisce chi grida allo scandalo ed insulta con arroganza, piuttosto che accettare il confronto sereno. Sostenere che il Parlamento fosse all’oscuro non è una critica al governo ma la confessione di non aver seguito le audizioni e non aver letto gli atti”. Certo, senza nuovi passaggi dopo l’escalation, l’ok del parlamento è nato già vecchio. Un buco non secondario su un tema cruciale come una missione militare.