Dazi, guerre, sovrapproduzione. Dopo anni di tumultuosa crescita il Piemonte ora teme la crisi: il mercato è saturo e crolla il prezzo dell’uva. «Ormai lavoriamo in perdita»

La bolla del vino: perché in Piemonte ormai si lavora in perdita

(Andrea Rossi – lastampa.it) – Alle sette di venerdì sera Sandro Vico sta ancora trinciando tra i filari nella sua vigna a Castel Boglione, nell’Astigiano. «Ho 66 anni, lavoro questa terra da quando ne avevo 14. Mio padre ci ha passato la vita, mio nonno pure e così il mio bisnonno. Mio figlio ha deciso di fare altro e non lo biasimo: perché mai dovrebbe lavorare in perdita e indebitarsi?».

Dopo anni di tumultuosa espansione il vino piemontese – e non solo – arranca. Sembrava una crescita inarrestabile e illimitata. Ora non sono in pochi a chiedersi se stia per esplodere una bolla. È successo tutto in pochi mesi: i dazi americani hanno colpito il primo mercato d’esportazione, con la Russia si lavora sempre meno, chi scommetteva sul Medio Oriente fronteggia un’altra guerra. In generale il mercato è saturo: le cantine sono piene, i magazzini anche. Per chi produce i costi sono lievitati: gasolio, energia, fertilizzanti. Una sequenza di fattori che ha fatto emergere storture celate nell’epoca del boom.

Sandro Vico coltiva uve destinate a moscato, brachetto, chardonnay, barbera, dolcetto. Le raccoglie e le vende a chi imbottiglia. «Stiamo lavorando in perdita, il 20-30%. Ci stiamo mangiando quanto messo da parte in anni».

Dal suo ufficio di Alba, dove da 25 anni commercia vini, Paolo Repetto si è fatto un’idea piuttosto chiara: «Attraversiamo una fase di forte rallentamento dal punto di vista commerciale. Le cantine – dei bevitori e dei produttori – sono piene. Tanti nodi stanno venendo al pettine a cominciare dall’eccesso di offerta: troppi produttori. E bottiglie vendute a prezzi eccessivi». Una sorta di ingordigia collettiva, spinta dalle moltitudini di visitatori sulle colline Unesco (1,6 milioni lo scorso anno), da un’abile strategia di marketing capace di attrarre turisti ad altissima capacità di spesa su cui edificare un modello di business: resort di lusso, esperienze esclusive, prezzi sostenuti. Ma ora che il mercato non promette più crescita illimitata tutti tirano il freno. E il sistema si è inceppato.

Prezzi dell’uva in caduta libera

A cominciare dalla base, i prezzi dell’uva, che dovrebbero tenere a galla i 33 mila produttori piemontesi. Tre anni fa un chilo d’uva destinato a diventare barolo veniva pagato fino a 4,30 euro al produttore; l’ultimo dato disponibile dice 2,70 euro al chilo. La barbera d’Alba è passata da 1,72 a 1,18 euro. L’uva da nebbiolo ha dimezzato il proprio valore: da 2,09 a 1,05 euro al chilo. Quella per vini meno pregiati ma molto diffusi, dalla barbera d’Asti al dolcetto al grignolino, non vale quasi più nulla: da 50 a 70 centesimo al chilo; appena tre anni fa veniva pagata intorno all’euro. Stesso discorso per il vino sfuso che i piccoli produttori vendono a chi imbottiglia: «In Langa nebbiolo o barbera si vendevano all’ingrosso a 2-2,50 litro. Sono scesi a 1-1,20», spiega Alessio Povero che guida l’azienda di famiglia, una realtà medio grande del Roero – a cavallo tra Langhe e Monferrato – arrivata alla quarta generazione. Producono, imbottigliano, vendono. «Se sei bravo nella gestione, con l’uva pagata da 1,20 euro in su al chilo riesci a stare a galla. Ma ora siamo sotto su quasi tutte le tipologie e quest’anno i prezzi scenderanno ancora perché il mercato è saturo. I produttori sono i primi a essere colpiti: se non hanno liquidità bastano un paio d’annate così per dare il giro. Chi come noi gestisce tutto il processo ha margini maggiori».

Se il mercato è fermo non si riduce solo il prezzo dell’uva ma prima ancora i volumi complessivi. «Chi negli anni scorsi comprava uva per aumentare la produzione ha smesso», spiega Povero. Altro elemento: i tempi di pagamento. «A fine giugno riceverò i soldi che aspetto dallo scorso settembre», dice Sandro Vico, «ma nel frattempo le spese corrono e nessuno le dilaziona o le sospende».

Dai suoi terreni a Serralunga d’Alba, una delle patrie del barolo, Enrico Rivetto assiste con disincanto al processo in corso: «Chi ha quasi cinquant’anni come me ha visto solo boom ed espansione. Hanno piantato vigneti ovunque, senza pensare che fosse necessario darsi dei limiti». Nella Langa è considerato un produttore illuminato: niente agricoltura intensiva, alternanza di vigna, a bosco e altre coltivazioni. «Negli ultimi anni molte cantine sono state organizzate come se a ogni annata si potessero vendere tutte le bottiglie prodotte. Quando si sono ritrovate dell’invenduto hanno cominciato a svendere pur di liberarsene. E poi a ridurre l’acquisto di uva, disdire i contratti con i produttori, evitare di acquistare nuovi terreni. Non credo siamo entrati in crisi, di sicuro in una fase di inevitabile riequilibrio».

Qualche giorno fa gli hanno offerto di acquistare un vigneto. «Bellissimo. Ho chiesto perché a me. Mi hanno risposto che i miei vicini, aziende molto più grandi, non sono interessati». Se c’è troppo vino in circolazione difficile che qualcuno voglia produrne di più.

I costi dei terreni alle stelle

Dal 2010 a oggi il valore dei terreni adibiti a vigneto ha vissuto una corsa forsennata. Secondo i valori agricoli medi dell’Agenzia delle Entrate e le stime del mercato fondiario del Crea (il Consiglio per la ricerca in agricoltura) un ettaro di vigna nelle Langhe può arrivare a 220 mila euro; dieci anni fa la quotazione media era 130 mila euro. Il valore dei terreni nella Langa monregalese è cresciuto del 20% dal 2010, nell’alto Monferrato alessandrino è quasi raddoppiato, nel medio Bormida dove si impianta uva da moscato è triplicato. Sulle colline del Gavi si è passati da 20-30 mila euro per ettaro a oltre 80 mila. «La terra è diventata un asset finanziario», riflette Rivetto, «però ora le compravendite sono pochissime. E i prezzi stanno scendendo». Il valore del terreno è arrivato a riflettere la sua rarità, il prestigio della denominazione, l’aspettativa di rivalutazione più che la redditività agricola.

Barolo e dintorni giocano un campionato a parte, riservato quasi esclusivamente a fondi di investimento e magnati. Eppure anche qui un riequilibrio è in corso: «Fino a un anno fa un ettaro di vigneto partiva da un milione, in alcune zone si arrivava a 2,5; adesso si parte da 6-700 mila euro. Valori comunque fuori da qualsiasi logica economica o agricola», ragiona Paolo Repetto. Quanti anni ci vogliono per rientrare dell’investimento iniziale? E chi se lo può permettere?

Il discorso, a maggior ragione, vale per chi lavora nelle zone meno “nobili” e coltiva uve meno pregiate senza imbottigliare e vendere direttamente. Se il costo di gestione di un ettaro di vigneto si aggira sui 15-16 mila euro l’anno, coltivare uva da nebbiolo oggi rende meno di 10 mila euro. Discorso analogo per tutti gli altri vini. Barolo escluso: si ricava sui 22 mila euro a ettaro, sopra i costi di gestione ma molto al di sotto dei 34 mila di appena tre anni fa.

«Non pensavo di arricchirmi a lavorare la terra, ma nemmeno di rimetterci», dice Sandro Vico. La base della piramide sta lavorando in perdita. E trema. La cima no, ma il sistema non è più in equilibrio e le conseguenze si potrebbero avvertire anche in alto.