Roberto Vannacci ha parlato all’apertura dell’assemblea costituente di Futuro nazionale, il primo grande appuntamento da leader di una forza politica nascente. Il generale ha chiuso alle alleanze con il centrodestra e ha rilanciato diversi slogan di estrema destra, dalla “remigrazione” a “Italia agli italiani”. Ha detto: “Rappresentiamo la feccia, e siamo orgogliosi di esserlo”, e ha anche pregato dal palco.

(di Luca Pons – fanpage.it) – “Noi oggi rappresentiamo lo scarto e la feccia e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento abbiamo la sporca dozzina, fuori ci siamo noi, i figli di nessuno, contenti di esserlo”. Lo ha detto Roberto Vannacci, aprendo l’assemblea costituente di Futuro nazionale con un discorso durato circa un’ora. Il generale ex leghista ha inaugurato quello che di fatto è il primo evento nazionale del suo partito, che dovrebbe mettere le basi per la campagna in vista delle prossime elezioni politiche. Poco meno di 2mila persone, tra delegati e ospiti, hanno preso parte all’assemblea arrivando a Roma da diverse Regioni. Nel lungo discorso c’è stato spazio per un momento di preghiera, così come per diversi attacchi al centrodestra – senza mai citare per nome Giorgia Meloni.
“Siamo partiti pochi mesi fa e oggi il sogno si sta realizzando”, ha detto Vannacci, che ha rapidamente attaccato diversi giornalisti, ringraziandoli in modo ironico e dicendo: “Se siamo qui, è grazie a loro”. Poi ha messo all’erta contro le ‘infiltrazioni’: “L’infiltrazione dei giornalisti è già iniziata – dice – registrano di nascosto, come se si infiltrassero tra i Vietcong e io fossi il colonnello Kurtz. Attenzione, ormai ho cominciato a conoscerli. Qualcuno comincerà a girare tra di voi con il registratore nascosto. Ci sarà sicuramente qualcuno bene informato che dice di avermi visto al Circolo canottieri con Renzi, ma io non so nemmeno dove sia. Continueranno a scrivere su di noi, su di voi, ci esamineranno”.
“I pelati, quelli con i tatuaggi… sono degli estremisti. Così come quelli che hanno dei monili strani. Vorranno dimostrare che noi tutti siamo la feccia, lo scarto”. Il generale ha usato questo passaggio come spunto per rivendicare: “Noi oggi rappresentiamo lo scarto e la feccia e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento abbiamo la sporca dozzina, fuori ci siamo noi, i figli di nessuno, contenti di esserlo. C’è qualche massone? Perché stanno cercando anche quelli”.
Vannacci prega dal palco
Vannacci a un certo punto ha chiesto alla platea di alzarsi in piedi: “Ora preghiamo”, ha detto. Quella che Vannacci ha recitato è una preghiera attribuita al parà francese André Zirnheld, che l’avrebbe composta nel 1938. E recita:
Dammi, mio dio, ciò che ti resta, dammi ciò che nessuno ti chiede mai. Non ti chiedo il riposo o la tranquillità, né dell’anima né del corpo. Non ti chiedo la ricchezza, né il successo, né la salute. Tutto questo, mio dio, te lo chiedono talmente che ormai non devi averne più.Dammi, mio dio, ciò che ti resta; dammi quello che gli altri rifiutano da te. Voglio l’insicurezza e l’inquietudine, voglio la tormenta e la lotta e che tu me le dia definitivamente. Che io sia sicuro di averle sempre, perché non sempre avrò il coraggio di chiedertele. Dammi, mio dio, ciò che ti resta, dammi quello che gli altri non vogliono, ma dammi anche il coraggio, la forza e la fede.
A questo Vannacci ha aggiunto, in chiusura: “Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli”.
L’attacco al centrodestra: “O con noi o con Draghi, von der Leyen e il globalismo”
Giorgia Meloni non è mai stata citata per nome, e l’unico leader di centrodestra menzionato esplicitamente è stato Antonio Tajani. Ma Vannacci ha rivolto più di un attacco alla maggioranza di governo. Maggioranza che, alla fine, qualche rappresentante l’ha mandato. Erano stati invitati diversi esponenti del centrodestra: i ‘big’ hanno declinato, ma si sono visti i tre coordinatori cittadini di Roma di FdI (il deputato Marco Perissa), Forza Italia (Luisa Regimenti) e Lega (Angelo Valeriani).
Buona parte del discorso dei Vannacci è stata dedicata a respingere l’accusa di ‘aiutare’ in qualche modo le opposizioni. “Si parla di patrimoniale negli ultimi giorni, con la sinistra che la vuole imporre, senza rendersi conto che non funziona e che di patrimoniali ne paghiamo già parecchie”, come “l’Imu e il bollo auto”, ha iniziato il generale. “Tajani ha detto: ‘Fintanto che ci sono io al governo, non ci sarà’. Bene. In Europa però ha votato a favore per dare altri soldi all’Ue. E io sarei quello che vota con la sinistra e le fa da stampella?”, ha attaccato a quel punto Vannacci
“Alla prova dei conti c’è un asse tra il Partito popolare europeo e i Socialdemocratici in Europa” e questo governo “si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita von del Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra?”, ha insistito. E ancora: “Su tutta la stampa è apparso che Futuro nazionale sta con la sinistra, vota con Zan, con Fratoianni, ci hanno definito gli ‘utili idioti’. Dicono che aiutiamo la sinistra, che siamo la stampella. Ci dicono di smetterla e di allearci con questa alleanza di centrodestra, ma perché dovrei allearmi con questa alleanza di centrodestra che continua a portare avanti l’agenda Draghi, il Green deal o il debito comune?”.
Vannacci ha anche risposto all’idea che votare per lui sia come ‘buttare’ il voto e far vincere il centrosinistra: “Si invoca il voto utile, secondo questo manicheismo ‘o stai con noi o stai con la sinistra’. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro Nazionale, guardiani della sovranità, o con von der Leyen, Draghi, multinazionali e globalismo”.
La Russia, la remigrazione e “l’Italia agli italiani”
Infine, il generale si è assicurato di toccare diversi dei punti più cari ai suoi sostenitori. A partire dalla questione della Russia: “Si dice ‘E ma Vannacci fa gli interessi della Russia, di Putin’. Qualcuno sostiene che io sia pagato dalla Russia. Magari ce l’avessi la villa in Crimea… Ditemi dov’è che ci porto la famiglia e ci vado in vacanza. Deve essere un posto bello, io non ci sono mai stato”, ha detto. Ha anche attaccato Carlo Calenda, uno dei critici più duri di Vannacci sul tema della guerra in Ucraina, senza menzionarlo direttamente.
In un passaggio successivo, Vannacci ha rivendicato la battaglia sulla cosiddetta remigrazione, un punto su sui insistono numerose forze di estrema destra europee. “Prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, e ne vado orgoglioso”, ha detto l’ex leghista. “Si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. Eppure al poliziotto inglese Mark Bullen è stata tolta la cittadinanza senza essere mai stato giudicato o condannato, la sua unica colpa è stata quella di essersi trasferito in Russia e aver raccontato la sua vita”, ha continuato.
Infine, il generale ha rilanciato lo slogan “l’Italia agli italiani”. Lo ha fatto riferendosi a un caso finito nelle cronache nazionali: quello di una scuola di Cesena dove alcuni studenti, dopo aver esposto uno striscione che recitava “Italia agli italiani” e aver intonato dei cori inneggianti alla X Mas, sono stati puniti con il 6 in condotta e una tesina obbligatoria sulle leggi razziali. Naturalmente, tra i primi a cavalcare il caso c’è stato Matteo Salvini, ma i vannacciani hanno seguito poco dopo.
Vannacci ha detto: “Lo diciamo con forza e non ci vergogniamo, anzi vi chiedo di dirlo insieme: l’Italia agli italiani. Avrei voluto preparare un lenzuolo per esporlo qui oggi, così poi per ‘loro’ avremmo dovuto fare una tesina per essere rieducati”. E ancora: “Non ci scoraggiamo e andremo avanti con la fierezza di essere italiani e faremo della nostra nazione uno spazio di esistenza e il nostro sogno di vita”.
“…..ha rapidamente attaccato diversi giornalisti, ringraziandoli in modo ironico e dicendo: “Se siamo qui, è grazie a loro”.
Secondo l’articolista avrebbe ringraziato i giornalisti con ironia.
Secondo me non c’era ironia ma consapevolezza della verità. Quasi tutti i giornalisti che lo attaccano sanno che attaccandolo il suo partito crescerà a danno del centrodestra. E la sinistra potrà almeno pareggiare se ci sarà un Vannacci forte. Insomma, sono gli stessi che per distruggere i 5 stelle pompavano Salvini fino al punto di farlo scoppiare.
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L’ho sentito su Radio Radicale. Secondo me prende una barca di voti. Quello che resta della Lega, parte di FdI, e moltissimi frequentatori di Infosannio. Sentite cosa dice di Putin e vi sembrerà di leggere parola per parola, battuta per battuta, uno dei tanti post qui presenti. Ma anche un editoriale di MT. L’attacco è questo: “oggi ho fatto una passeggiata per Roma. Non ho visto cosacchi in giro. Neanche quando sono stato a Genova, a Napoli e a Palermo”. Non è uno sballo?
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Poteva risparmiarsi la preghierina
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Vannacci rivendica quell’orgogloo nazionale che la destra inginocchiata e l’inesistente sinistra hanno nascosto dietro la loro ipocrisia.
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Allora. Tu, sì proprio tu, quello che la domenica — o il sabato sera, o anche ogni sera, dipende dal grado di fervore — va a messa. Quello che ha la Bibbia in casa, magari sullo scaffale buono, quello dei libri “seri” insieme all’enciclopedia che non apri da vent’anni.
Bene. Adesso fammi un favore. Alzati. Sì, alzati davvero, non fare lo spiritoso che resti seduto a leggere col telefono in mano pensando “ma chi si crede di essere questa pecora”. Alzati, vai a prendere quella Bibbia, soffia via la polvere — tranquillo, è normale, capita a tutti, anche ai praticanti più scrupolosi capita che certe pagine restino vergini come la prima neve — e portala davanti allo specchio.
Sì, allo specchio. Hai capito bene.
E mentre sei lì, fammi indovinare: sei uno di quelli che la domenica arriva presto in chiesa per accaparrarsi i primi banchi, vero? Perché si dice che da lì il segnale dello Spirito Santo arrivi meglio — full bars, cinque tacche, altro che il tuo operatore telefonico. Prime file: ti senti illuminato, benedetto, quasi in diretta. Poi più ti allontani verso il portone, più la connessione cala. Ultime file: zero barre, solo correnti d’aria.
E in fondo, vicino alla porta, c’è quella povera acquasantiera che nelle giornate calde e afose diventa — ammettiamolo, dai, siamo tra noi — la tua fontanella personale per rinfrescarti i polsi.
BLASFEMO.
Per questo solo, altro che Spirito Santo: ti meriti un girone dantesco tutto tuo, magari proprio quello degli accidiosi, in buona compagnia con chi passa il resto della settimana a commentare a caso sui social senza aver letto l’articolo.
Apri la Bibbia, vai al Vangelo, e adesso leggi ad alta voce. Alta voce, eh, non quel bisbiglio imbarazzato che fai quando il prete ti chiede di leggere la seconda lettura e tu speri che finisca in fretta. Alta voce, magari ripeti due o tre volte lo stesso passo, se serve. E se ti senti più intellettuale (e meno stupido) usando il ditino per seguire le righe come si faceva alle elementari, usa il ditino. Nessuno ti giudica. Anzi sì, ti giudico, ma con affetto.
Per i più vintage — e qui mi ci metto anche io, classe di un’altra epoca — prima di iniziare pulite bene gli occhiali. Con l’idropulitrice, se necessario. Quella roba a pressione che usate per il terrazzo. Perché oggi serve vedere bene. Oggi serve leggere bene. E soprattutto oggi serve capire bene quello che si legge, cosa che — diciamocelo — a molti manca da un po’.
Allora, pronti?
Ecco cosa leggerete, e vi consiglio di ripeterlo finché non vi entra in testa:
“Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato.” (Matteo 25, 35)
Ripetete.
Ancora.
“Ero forestiero e mi avete ospitato.” Non “ero forestiero e ho dovuto presentare tre documenti, un contratto di lavoro e una dichiarazione dei redditi prima che mi facessero entrare nell’oratorio”. No. “Mi avete ospitato.” Punto.
Ora, rimettetevi gli occhiali — quelli appena idropuliti — e torniamo a noi, perché tutto questo cappello non è capriccio: è il setup necessario per quello che sto per dirvi.
Perché tutti, dico tutti, conosciamo Gesù.
Anche i nostri amici leghisti che imbracciano il rosario sentendosi i nuovi crociati in questa guerra santa contro il “nemico saracino”.
Quello, dico, vestito con la tunica bianca e i sandali senza calzini — perché coi calzini bianchi sotto i sandali sembrerebbe un turista tedesco di quelli che vediamo sui nostri litorali d’estate. Calzino bianco e sandalo da centurione romano: un must assoluto. Eleganza teutonica allo stato puro.
Pare che pure Himmler, quando andava al mare, avesse esattamente quel look… poi si suicidò per la vergogna… non è andata così la storia?
Dicevo: Gesù. Capelli lunghi, barba incolta e disordinata. Insomma, un tipo che oggi, solo a vederlo scendere da un pullman alla stazione centrale, qualcuno chiamerebbe già la Digos. Un sovversivo, infatti — arrestato, processato e condannato a morte dalle autorità del suo tempo. Se fosse successo oggi, altro che processo regolare: sarebbe finito dritto in un decreto di espulsione. Sì, ma verso dove? A Gaza non si può entrare. A Betlemme ci sono gli israeliani. Probabilmente Gesù Cristo, oggi, sarebbe finito in un CPR in Albania, in attesa del rimpatrio, con tanto di foglio di via firmato da qualche prefetto solerte.
E allora chiediamocelo davvero: cosa predicava, questo barbuto sovversivo coi sandali? Non ve lo dico io. Ve lo dice lui stesso, con una storia che probabilmente avete sentito cento volte in chiesa senza ascoltarla davvero: la parabola del Buon Samaritano. Un uomo viene aggredito dai briganti e lasciato mezzo morto sul ciglio della strada. Passa un sacerdote, lo vede, e tira dritto. Passa un levita — un altro uomo di religione, uno che il Tempio lo conosce a memoria — lo vede, e tira dritto anche lui. Poi passa un Samaritano: per gli ebrei dell’epoca uno straniero, uno che pregava “male”, uno che secondo le regole ufficiali non era nemmeno ammesso in certi luoghi sacri. Ed è lui che si ferma. Lui che lo medica. Lui che se lo carica e si prende cura di lui (Luca 10, 30-34).
Ecco cosa predicava Gesù. Non chi prega meglio, secondo i manuali. Chi si ferma per il diverso.
Tenetelo a mente, perché ora arriviamo al fatto del giorno — e a Baggio, in questi giorni, qualcuno si è fermato.
Prima però, un’ultima cosa, perché il discorso è quasi completo: Dio e Allah sono, dal punto di vista teologico, la stessa entità. Non è una provocazione mia, è storia delle religioni, quella che si studia (o si dovrebbe studiare) a scuola. L’Islam non è un corpo estraneo piovuto sulla Terra per dispetto: è la terza tappa di un percorso che parte dall’Ebraismo, passa per il Cristianesimo e arriva, appunto, all’Islam. Abramo è il padre comune. Mosè è un profeta fondamentale anche nel Corano. E Gesù — ebbene sì — è considerato un profeta importantissimo anche nell’Islam, dove viene chiamato “Isa”, nato da una vergine, capace di compiere miracoli per volontà di Dio.
E un’ultima chicca, prima di entrare nel vivo: il nome Youssef, comunissimo tra i ragazzi musulmani, e il nome Giuseppe, comunissimo tra i ragazzi cattolici, sono — letteralmente — lo stesso nome. Stessa radice semitica, Yosef, passata attraverso lingue diverse. E quando un ragazzo musulmano prega, apre con “Bismillah” — “nel nome di Dio” — un po’ come da noi, alla fine della preghiera, si chiude con “Amen”, “così sia”: stessa invocazione, agli estremi opposti del momento di preghiera.
Tenete bene a mente tutto questo. Il setup è finito.
A questo punto, però, cambio registro.
Perché stiamo per parlare di religione sul serio, e di religione — quella vera, non quella da bar — non si parla a voce alta. Si entra in punta di piedi, come quando si varca la porta di una chiesa, di una moschea o di una sinagoga: ci si abbassa la voce, ci si toglie il cappello, ci si guarda intorno con un minimo di rispetto anche se non si crede in niente. Questo è un argomento che lo esige, e lo tratteremo così. Niente urla, niente caccia alle streghe, da nessuna delle due parti.
Detto questo: l’idea di questo articolo mi è venuta leggendo un post di una pagina amica che seguo sempre con piacere… andate a farci un giro non ne resterete delusi [ Don Chisciotte ], che condivideva un servizio su una storia di cronaca arrivata in questi giorni da Milano. Eccola.
All’oratorio estivo della parrocchia di San Giovanni Bosco, a Baggio (Milano), il parroco don Giovanni Salatino ha raccontato al sito della Diocesi di avere “alcuni animatori, già grandi, di fede islamica”. Saranno loro, ha spiegato, a guidare un momento di preghiera per i ragazzi musulmani, “in un luogo separato”. Per il resto, tutti i ragazzi — cattolici e musulmani insieme — seguiranno la stessa riflessione quotidiana sul tema dell’anno, dedicato alla vita di San Francesco.
La Diocesi di Milano ha difeso pubblicamente la scelta, spiegando che la presenza di giovani di altre fedi in oratorio “non indebolisce l’identità cristiana di chi accoglie. Al contrario, può diventare occasione per riscoprirla più in profondità”.
E qui, puntuali come le campane della domenica, sono arrivate le proteste. Il consigliere regionale della Lega Alessandro Corbetta ha già ribattezzato il parroco “don Saladino” e ha parlato apertamente di “islamizzazione degli oratori”, tirando in ballo anche un precedente avvenuto a Veduggio, in Brianza, dove la palestra di un oratorio era stata messa a disposizione per la preghiera di fine Ramadan.
“Gli oratori devono rimanere un simbolo della tradizione cristiana e cattolica”, ha tuonato Corbetta, “non trasformarsi in spazi dove si organizzano momenti di preghiera legati ad altre confessioni religiose, a partire da quella islamica.”
E allora, ora che siete davanti allo specchio, occhiali puliti, Bibbia ancora calda in mano, ditino pronto a seguire le righe: la domanda è questa, e ve la faccio dritta, senza sconti.
Cosa vi disturba esattamente?
Che dei ragazzini, in una stanza separata, dicano due preghiere a un Dio che — l’abbiamo appena verificato insieme, con le fonti, mica a chiacchiere — è teologicamente lo stesso che pregate voi il sabato sera o la domenica mattina? O vi disturba semplicemente che lo facciano vestiti diversamente, che si chiamino Youssef invece che Giuseppe, che la preghiera si apra con “Bismillah” invece che chiudersi con “Amen”?
Perché se il problema fosse davvero la fede in sé — il rapporto con Dio, la preghiera, la ricerca dello spirituale in un’epoca che di spirituale non ne vuole sapere — allora dovreste essere i primi a essere contenti che qualcuno, di qualsiasi confessione, ancora si fermi a pregare. In un’epoca in cui la maggior parte dei ragazzini, cattolici compresi, non sa nemmeno cosa sia un Padre Nostro, qui ci sono dei quattordicenni che chiedono uno spazio per pregare. E la prima reazione di una parte del mondo cattolico, anzi cattolicissimo, è: no, non vale, non sei dei nostri.
Don Salatino, dal suo punto di vista, ha fatto esattamente quello che quel libro che avete in mano gli chiede di fare: si è fermato, come il Samaritano. Non ha convertito nessuno con la forza, non ha imposto nulla, ha semplicemente dato uno spazio. Separato, certo — nessuno sta parlando di messa in comune o di liturgie ibride, tranquilli, niente sincretismo da fantascienza. Solo una stanza, e un momento.
E se a questo punto qualcuno di voi sta pensando “sì, ma è diverso, loro vogliono imporsi, vogliono cambiare le regole, è un cavallo di Troia” — allora la domanda successiva è semplice: avete mai chiesto a uno di questi ragazzi cosa pensa? O preferite continuare a discuterne tra voi, davanti a un caffè, decidendo per loro cosa sono e cosa rappresentano, esattamente come si fa con i bambini quando si parla di loro sopra le loro teste convinti che non capiscano?
Io non sono qui per dirvi chi ha ragione tra don Salatino e Corbetta. Ci pensa da solo, il testo che avete appena letto.
Ma vi dico una cosa, e la dico chiara: quello che ha fatto don Salatino non è sottomissione all’Islam. Non è islamizzazione degli oratori. Non è il cavallo di Troia. È un parroco che ha applicato il Vangelo — quello vero, non quello da comizio — esattamente come gli è stato insegnato. Ha dato uno spazio a dei ragazzi che pregano. In una stanza separata. Con rispetto reciproco. Fine.
Corbetta e i suoi possono chiamarlo “don Saladino” quanto vogliono. Ma forse dovrebbero ricordarsi che Saladino, storicamente, era quello che quando riconquistò Gerusalemme non massacrò i cristiani — come avevano fatto i crociati prima di lui. Quindi se proprio vogliono usare quel soprannome, forse stanno facendo un complimento senza saperlo.
Del resto non mi stupisce. La confusione storica nella testa di un leghista è una condizione strutturale, non un incidente occasionale — le farneticazioni identitarie sono così radicate che a questo punto sospetto siano inserite nello statuto del partito, magari all’articolo 1, subito dopo “il Po è nostro” e prima di “Roma ladrona”. Gente che imbraccia il rosario come se fosse un’arma da guerra e poi non sa dire chi era Saladino — o peggio, lo sa e lo usa lo stesso — merita di essere corretta. Con calma, con pazienza, come si fa con i bambini. O con chi legge senza il ditino.
E per chi sta già digitando “ma allora vuoi aprire le porte a tutti, vuoi che diventiamo un paese islamico, la sostituzione etnica” — fermatevi un secondo. Respirate. Perché quella risposta automatica, quella che arriva prima ancora di aver finito di leggere, è esattamente il problema di cui stiamo parlando. Non stiamo parlando di sbarchi. Non stiamo parlando di flussi migratori. Stiamo parlando di ragazzini che vanno al Grest con i vostri figli e nipoti, che giocano a calcetto nello stesso cortile, e che il venerdì — o il sabato, o quando capita — vogliono dire due preghiere a un Dio che, come abbiamo visto, ha lo stesso indirizzo del vostro.
L’immigrazione va regolata, i flussi vanno gestiti, le regole esistono e vanno rispettate — su questo non si discute. Ma un oratorio di Baggio non è Lampedusa, e don Salatino non è il ministro dell’Interno. Sono due discorsi diversi, e chi li mischia lo fa perché non ha argomenti per affrontare quello vero.
Vi lascio con un ultimo passo, perché ve lo siete guadagnato con tutta questa ginnastica oculare:
“Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (Galati 3, 28)
Non c’è scritto “non c’è più cattolico né musulmano”, lo so. Ma il principio — che l’appartenenza a un gruppo non vale più dell’appartenenza a un’umanità comune — è esattamente lo stesso. E se davvero credete in quel libro, e non solo nella prima fila della chiesa la domenica, forse è il momento di applicarlo. Non a parole. In un oratorio, ad esempio. Con dei ragazzini veri. A Baggio o a Veduggio o ovunque qualcuno abbia deciso, semplicemente, di fermarsi come il Samaritano.
Don Salatino si è fermato. Corbetta ha tirato dritto.
Rimettete a posto la Bibbia.
Gli occhiali potete tenerli puliti, vi serviranno.
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Vedi meno
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