L’obbligo di indicare il presidente del Consiglio mira a seminare il caos nel campo largo

(Flavia Perina – lastampa.it) – Il Piano B di Giorgia Meloni, sul quale tanto si era fantasticato dopo la catastrofe referendaria, comincia a delinearsi in Parlamento e sui social.
Sarà un duello personale su larga scala: non tanto una scommessa costruita su programmi, elenchi di cose realizzate, nuove e vecchie promesse, forza della squadra, ma una questione di facce e personalità. La sua contro quelle di tutti gli altri. Contro Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Contro chiunque sia scelto in loro vece come lord del campo largo. Contro Roberto Vannacci, anche, e ogni altro rompiscatole d’area in cerca di facile fortuna.
La sciabola sarà la legge elettorale con l’obbligo di indicare il capo della coalizione e/o candidato premier. Chiusi ieri i preliminari, lunedì si sfoltiscono gli emendamenti in Commissione. Martedì si comincia a votare. A fine giugno, con o senza relatore, si va in aula alla Camera e metà dell’opera sarà compiuta. Il resto seguirà in velocità.
La leadership è un tipo di arma che i progressisti non hanno quasi mai maneggiato, sono fuori esercizio da un ventennio, dall’epoca di Prodi. Meloni la usa benissimo. E lo spettacolo degli ultimi due giorni, con l’umiliazione del generale remigrazionista in diretta tv e la sberla a Conte per il video di propaganda furbetto, sono solo il debutto della nuova fase. Gli elettori si accomodino. Lo spettacolo della premier in campagna elettorale è appena cominciato.
Il nome latinesco della riforma, Stabilicum, e l’intera retorica sul tema della stabilità da preservare, non devono portare fuori pista. Il vero nocciolo dell’operazione non è il premio di maggioranza, né le nuove alchimie del proporzionale con listini bloccati: tutti sanno che se spunta un nuovo Bertinotti, un nuovo Mastella, un nuovo Scilipoti, non ci saranno blindature capaci di evitare una crisi. Il vero nocciolo è: obbligare l’opposizione a dire chi vuole portare a Palazzo Chigi. Un emendamento in extremis ha reso il capitolo “indicazione del premier” più articolato e gentile, allo scopo di salvaguardare i poteri del capo dello Stato. Ma il senso non è cambiato. Sarà quella disposizione a definire il tipo di sfida che vedremo nei prossimi mesi: individuale, soggettiva, tarata sulla forza personale dei contendenti.
È il campo migliore per Meloni, che su moltissimo altro non può contare. Non sul cambiamento impresso al Paese, che è impalpabile; non (non più) sul ruolo di pontiere che si era attribuita tra l’Europa e gli Usa; non sul vento Maga che ha portato sfortuna a chiunque l’ha usato; non sulla squadra, che ha generato in quattro anni una sequenza di disavventure picaresche con pochi precedenti, tra amanti-consulenti, bisteccherie, mini-pistole di Capodanno, sgangherati attacchi alla magistratura.
La stessa ossatura della maggioranza scricchiola. Matteo Salvini è raccontato anche dai suoi come un leader a fine corsa. Antonio Tajani vive di rendita sulla nostalgia del berlusconismo, ma quanto può durare?
Il quadro è politicamente disgraziato, ma risulta perfetto per il duello su larga scala che Meloni ha cominciato a impostare. Nessun fastidio all’interno, dove i partner hanno i guai loro e sono terrorizzati dalla prospettiva di una decimazione nel prossimo Parlamento. E, fuori, un campo largo che non ha ancora né un’identità né una faccia a cui affidarla, e dove ogni giorno si può scegliere un nemico a piacere, mostrandosi al proprio mondo come la Giorgia dei bei tempi dell’opposizione: sferzante, combattente, indomita.
Alla sciabola, dunque, e senza mezze misure pure nella sfida sulla “vera destra”. Contro Vannacci l’arma è stata messa sul tavolo a sorpresa. Non con un tweet, un retroscena, un’intervista, ma nella solennità dell’ultimo dibattito parlamentare, il giorno dopo la performance televisiva a Otto e Mezzo in cui il generale furbacchione aveva blandito Meloni e molti già dicevano: accordo dietro l’angolo. Tutto il contrario. «Avete votato sei volte con la sinistra» ha ricordato la premier a quelli di Futuro Nazionale. Il resto è conseguenza, non c’è neanche bisogno di esplicitarlo. Tradimento. Fellonia. Badoglio. L’accusa ha stroncato personalità ben più attrezzate di Vannacci, e il tribunale speciale è già in allestimento: se l’uomo del Mondo al Contrario riuscirà a uscirne vivo, potrà sempre essere recuperato. Se ci resterà sotto, meglio.
Il timing frettoloso imposto alla riforma elettorale è dunque l’allestimento di un contesto che si vuole immediatamente operativo per due motivi. Il primo, avere mani libere nella determinazione del momento migliore per andare al voto con la legge più favorevole. Il secondo, portare il caos nel campo largo prima possibile e creare lo scenario giusto per poter mettere a confronto, giorno dopo giorno, mese dopo mese, la leadership indiscussa, effettiva, consolidata, di Giorgia Meloni con i troppi volti che si affollano e sgomitano dall’altra parte
Tocca al campo largo giocare di squadra e puntare con precisi schemi su un regista che possa rintuzzare la nana e la sua arroganza. Ma questo deve avvenire in tempi brevi così da non perdere per strada l’ entusiasmo delle rispettive tifoserie post referendum e non farsi trovare spiazzati al confronto senza schemi precisi e collaudati. Infatti la “zoccoletta” berlusconiana è pronta “alla pugna” e sta mettendo a lucido le sue menzogne elettorali. E il suo gracchiare ci accompagnerà fino a fine partita.
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Credo che l’obbligo di indicare prima il PDC confligga con la Costituzione che assegna al PDR il compito di indicarlo.
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