I nordisti di Zaia rivogliono la Lega. Il leader leghista sempre più solo, in pochi lo hanno difeso: così ha deciso di rinviare le decisioni. Aumenta il rischio rottura. I seguaci del Doge, che ironizza sui salviniani, spingono per il cambio di segretario. Ma si teme il contraccolpo sul governo

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Matteo Salvini è all’angolo, ma resiste. Non si sa per quanto riuscirà a farlo. Lo descrivono come amareggiato e anche stanco. Intanto si chiude nel fortino, prendendo ancora qualche giorno di tempo. Al consiglio federale di mercoledì 10 giugno, nella sala Salvadori alla Camera, non c’è stata alcuna nomina.

La riunione è stata aggiornata alla prossima settimana. A quel punto ci saranno le nomine e la riorganizzazione annunciata. Ammesso che basti a convincere l’ala nordista, capeggiata da Luca Zaia. La spinta sarebbe quella di un cambio radicale.

Il ritorno della voce del Nord per tornare alle origini, ripulendo l’immagine sovranista. Il siluramento del segretario aprirebbe un ulteriore quesito: Salvini resterebbe vicepremier? Sarebbe complicato dopo la “sfiducia interna”. Per questo si valuta una mediazione, proposta soprattutto dal sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon.

Anche perché l’unico punto che ha messo tutti d’accordo nella Lega è la volontà di andare avanti con il governo Meloni. Le contorsioni interne non dovranno avere ricadute sulla tenuta dell’esecutivo. Una crisi causata dalla Lega sarebbe una sciagura e l’ennesimo regalo a Roberto Vannacci. Indipendentemente dalla leadership.

Gli ultimi mohicani

Nel confronto Salvini è stato affiancato da pochi fedelissimi, come i sovranisti Alberto Bagnai e Claudio Borghi, il senatore Roberto Marti, e la mente economica del salvinismo, l’ex sottosegretario Armando Siri, che hanno cercato di perorare la sua causa, ricordando i risultati raccolti in questi anni. I pochi mohicani vicini al segretario. Il resto della Lega guarda già al futuro. L’ala nordista non contempla la leadership futura dell’attuale segretario. Senza un cambio di passo celere, il rischio è quello di arrivare a una rottura totale già nelle prossime settimane se il vicepremier dovesse irrigidirsi ulteriormente. Una delle vicesegretarie, Silvia Sardone, ha spiegato: «Non c’è stata nessuna nomina, sono rimaste quelle. Nulla esclude possano esserci in futuro, al momento non è stato detto nulla a riguardo».

«Ha ascoltato con attenzione gli interventi. È determinato a rafforzare sempre di più la Lega, valorizzando il grande impegno degli amministratori (apprezzati in tutti i territori) all’interno del partito», è stata la nota ufficiale del partito.

Zaia, all’uscita dalla riunione, ha detto: «Non esistono due Leghe e non sono mai esistite. La Lega è una sola». Poi ha risposto con un paragone: «Quando hanno chiesto a Carducci bambino di scrivere un tema su sua mamma ha scritto mia madre è mia madre».

Dietro la diplomazia dei comunicati e i richiami poetici delle dichiarazioni stampa, c’è la realtà tesa della riunione di mercoledì a Montecitorio. Al consiglio federale sono «volati i piatti», racconta una fonte interna per descrivere il clima con una metafora colorita. Salvini si è sottoposto al processo previsto. La sfilata di critiche lascia poco spazio all’immaginazione sul futuro. Molto dura è stata l’ala nordista di Zaia.

Processo a Salvini

L’allontanamento dall’identità originaria, legata al territorio, è stato il punto sottolineato a più riprese. Zaia ha trovato due validi appoggi nei governatori del Nord, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga. Anche il capogruppo del Senato, Massimiliano Romeo, è stato ruvido. Del resto, è lo stesso che aveva sfidato il leader leghista sul congresso in Lombardia: Romeo ha costretto al ritiro il candidato salviniano al ruolo di segretario regionale, il deputato Luca Toccalini.

Addirittura il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, ha presentato il conto dei malumori che accumula da mesi. È stato spesso lasciato solo di fronte all’emorragia di deputati attratti da Vannacci.

Sardone ha comunque escluso un suo passaggio a Futuro nazionale: «Sono cavolate», ha detto. Uno dei pochi a cercare la mediazione è stato il vicesegretario del partito Durigon, uomo forte al Centro-Sud: ha invitato a trovare un punto di caduta per tenere insieme il partito e pensare al rilancio in vista delle elezioni.

La sua prospettiva è complicata: rischia di vedere andare via il blocco della classe dirigente meridionale che ha reclutato negli anni. La sirene vannacciane sono attraenti per molti. Esemplare è il caso del deputato calabrese, Domenico Furgiuele. La soluzione proposta da Durigon è quella di un passaggio soft al modello delle “due Leghe”, seguendo l’esempio della Csu/Cdu in Germania.

Il consigliere del vicepremier Siri ha difeso a spada tratta il leader. Ha criticato lo scarso impegno alle Europee del 2024, quelle che hanno consacrato Vannacci, puntando anche il dito contro la partecipazione al governo Draghi nella scorsa legislatura. Raccontano che Zaia abbia replicato: «Fai il teologo». Schermaglie che contribuiscono a comprendere il clima del consiglio federale più complicato dell’epoca salviniana. Che è sempre di più avviata al crepuscolo.