(di Michele Serra – repubblica.it) – Litigare sulla sicurezza e l’ordine pubblico ogni volta che il sangue infiamma gli animi è la maniera peggiore di affrontare il problema. E però è quella usuale: il sistema politico-mediatico funziona per sussulti emotivi, per tempeste di decibel, addossandosi a vicenda responsabilità che sarebbe più interessante e fruttuoso condividere.

Le bande di adolescenti latinos, per esempio, e le violenze dei ragazzi nordafricani di seconda generazione: sono il frutto di una disastrosa e antica incapacità di integrazione non di questo governo, ma del sistema-Italia nel suo complesso.

Questo governo, di suo, oltre alla speziatura razzista che lo qualifica, ci ha messo la demagogia securitaria: i centri in Albania sono un grottesco caso di scialo e presunzione e le grida contro i rave party con le quali si inaugurò la legislatura fanno ridere i polli.

Le opposizioni, per contro, non riescono a spendere mezzo ragionamento autocritico sulla differenza, enorme, tra accoglienza e integrazione. Accogliere è facile, mette in pace la coscienza. Integrare è difficile, richiede visione politica, investimenti, scuole e corsi appositi, lotta feroce al lavoro nero (nelle campagne non è più neanche una vergogna, è una cancrena), edilizia popolare, e soprattutto una forte connessione tra diritti e doveri.

La cittadinanza non è una candelina da accendere sull’ara della solidarietà. È una cosa seria, una materia che già gli italiani di quarta, decima, cinquantesima generazione masticano male e applicano peggio.

Governare l’immigrazione, governare l’ordine pubblico e governare in generale ha ben poco a che fare con le rispettive posture emotive, chiamiamole così “buonista” e “cattivista”, della sinistra e della destra. Le accuse e le urla valgono zero. Varrebbe domandarsi dove si è sbagliato; e come provare a rimediare.