(di Michele Serra – repubblica.it) – Quelli come Ben-Gvir, a dispetto della loro prosopopea etnico-religiosa, non appartengono ad alcuna razza o religione. Sono, a qualunque latitudine e in qualunque epoca, dello stesso stampo: sono gli ingiusti. Sono i prevaricatori, i segregatori, gli sbeffeggiatori di chi è in ginocchio. Figure risapute e spregevoli, che nei romanzi non occupano mai il posto dell’antagonista, del vero cattivo: al massimo sono comprimari. Ben-Gvir non è don Rodrigo, se gli va bene può ambire a essere il Griso. Prende ordini, e per illudersi di poterne dare ha bisogno di infierire sulle persone inginocchiate, ammanettate, carcerate. Lo ha già fatto in passato, lo rifarà in futuro: gli viene bene. È la sua parte nella storia.

Ben-Gvir si vede ebreo nella misura in cui questo gli consente di sentirsi superiore agli altri. Come l’inquisitore quattro secoli fa, l’ideologo ariano un secolo fa, il khmer rosso mezzo secolo fa, e oggi il terrorista islamico, il suprematista bianco, il dittatore tribale africano, chiunque nel mondo si consideri superiore per nascita o per destino.

L’identità per queste persone è un’arma e al tempo stesso un alibi. Se infieriscono sugli altri, possono sempre dire di averlo fatto nel nome di un’appartenenza, di un “noi” indimostrabile (quanti ebrei, nel mondo e anche in Israele, disprezzano Ben-Gvir?), così da camuffare la loro responsabilità individuale dietro l’ombra di una bandiera, o di un Dio, o di un Libro. Ma no, per carità, non gli si deve concedere, ai Ben-Gvir, questa via di fuga. Non diamogli l’illusione di giudicarlo male in quanto israeliano o (come lui vorrebbe) in quanto ebreo. Lo giudichiamo male come essere umano. Punto.