Meloni e i vice. FdI e Lega ora spingono sulla legge elettorale, FI vuole ritocchi proporzionali. E su Trump: “Se sbaglia va detto”

Destra nella palude: il go verno s’incarta su tutto

(estr. di Giacomo Salvini – ilfattoquotidiano.it) – […] Qualcuno l’ha ribattezzato il patto della spigola. La spigola c’era, ma non il patto. Sia perché il vertice di governo a Palazzo Chigi ha deciso ben poco. Sia perché anche sul dossier politico trattato ci sono ancora divisioni nella maggioranza. Non a caso la premier Giorgia Meloni avrebbe voluto tenere segreto fino all’ultimo il pranzo con i vice Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi.

[…] I quattro si sono incontrati all’ora di pranzo per parlare dell’ultimo anno prima del voto e al centro del vertice c’è stata soprattutto la discussione sulla legge elettorale “Stabilicum”, le cui audizioni sono iniziate nei giorni scorso alla Camera. La premier Meloni ha chiesto di accelerare sull’approvazione in prima lettura della legge perché “bisogna far sì che chi vince governi” e avrebbe ottenuto l’appoggio di Lega, Noi Moderati e Forza Italia. Soprattutto in uno scenario in cui potrebbe scendere in campo la sindaca di Genova Silvia Salis e dietro a lei Matteo Renzi, è stato tra gli argomenti del vertice.

Ma è sul testo e sulle modifiche da fare che Forza Italia frena. Il leader azzurro Antonio Tajani ha dato la sua disponibilità ad andare avanti, ma ha chiesto ritocchi, come stabilito nella riunione coi dirigenti di partito di martedì sera. In particolare su due punti: abbassare il premio di maggioranza e garantire che sia lo stesso tra Camera e Senato. Gli azzurri propongono di non assegnare il premio in caso di mancanza di una maggioranza tra le due Camere per lasciare al presidente della Repubblica il potere di decidere con un impianto proporzionale. Inoltre, rispetto a Fratelli d’Italia e Noi Moderati, Forza Italia e Lega sono più tiepide a introdurre le preferenze come chiede Meloni. Meloni lo ha chiesto espressamente nella riunione dei leader: “Bisogna far scegliere i cittadini: è una nostra battaglia”, ha spiegato. Di questo e dei tempi parleranno i delegati della maggioranza in una riunione che si terrà la prossima settimana.

La decisione di accelerare sulla legge elettorale stringe Tajani in una morsa, tra Meloni che vuole approvarla il prima possibile e la famiglia Berlusconi che invece è per rimandarla a data da destinarsi. Ma martedì sera, Tajani, incontrando i suoi dirigenti di partito, ha proprio risposto indirettamente a Marina Berlusconi e alle voci sulla sua volontà di spingere per le larghe intese: “Noi non vogliamo il pareggio – ha detto Tajani – non stiamo con i piedi in due scarpe, siamo nella coalizione di centrodestra”.

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Durante il vertice però si è parlato anche a lungo della situazione politica internazionale e delle conseguenze della crisi di Hormuz. Domani la premier, il ministro degli Esteri Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto incontreranno il segretario di Stato Marco Rubio, e Meloni ha dato la linea: l’Italia rimane ancorata all’alleanza atlantica e ai suoi impegni ma, quando serve, bisogna saper dire anche agli alleati quando sbagliano, è stato il senso delle parole della premier. Durante l’incontro si è parlato anche della crisi a Hormuz con l’Italia che appoggia la missione navale europea dopo il cessate il fuoco. Sulla crisi energetica, invece, si prosegue sulla linea di chiedere la deroga al Patto di Stabilità e di accelerare sulla legge delega sul nucleare.

Non si è parlato, invece, delle nomine. Al tavolo Lupi avrebbe chiesto lo stato dell’arte su Consob e Antitrust, ma Meloni ha risposto che non “è l’occasione per parlarne”. Le nomine, previste per oggi, sono in bilico. Il Consiglio dei ministri non è stato nemmeno convocato.

[…] Riforme Bluff e sceneggiate sul “melonellum”, scomparsi dai radar il premierato e l’autonomia
Urge procrastinare. La vecchia battuta è adatta per le riforme istituzionali promesse dal governo. Vale anche per la legge elettorale, il Melonellum che per FdI è fondamentale per evitare il pareggio nelle Politiche, ma che per ora giace in commissione alla Camera. “Acceleriamo” giurano dalla maggioranza. Ma la Lega resta gelida, perché l’abolizione dei collegi uninominali le potrebbe costare sangue. E da FI giurano che dalla casa madre di Milano l’ordine sia di rallentare. Per questo da FdI sussurrano di un possibile voto di fiducia in Senato, se la legge venisse approvata entro l’estate a Montecitorio. Nell’attesa alla Camera se la dorme anche il premierato, riforma delle riforme per Meloni, che però piace poco o nulla ai suoi alleati, e che avrebbe bisogno di un rischiosissimo referendum per essere approvata. Poi ci sarebbe la legge sull’autonomia differenziata cara al Carroccio, stroncata dalla sentenza della Consulta a fine 2024, che ne bocciò parti fondamentali. A novembre, il ministro per le Autonomie e padre della legge, il leghista Roberto Calderoli, ha pubblicato le pre-intese con quattro regioni. Ma la strada resta strettissima. Anzi, paludosa.
Luca De Carolis

Economia Conti pubblici nei guai, ma bruxelles non concede deroghe sui vincoli di stabilità

A un anno dal voto è la situazione dei conti pubblici che può schiantare Meloni&C. Basta vedere il decreto con cui il governo ha appena prorogato il taglio delle accise, dimezzandolo, per 10 giorni, prorogabili di altri dieci (5 centesimi sulla benzina, 20 sul gasolio) raschiando il fondo del bilancio pubblico (pure gli incassi delle multe Antitrust). I prezzi dei carburanti, però, restano alti – con lo sciopero dell’autotrasporto fissato per fine mese – e se lo Stretto di Hormuz non riapre tra poco si dovrà decidere il da farsi. Il governo ha impostato tutta la sua strategia nella richiesta all’Ue di avere flessibilità per poter affrontare il caro energia. Problema: Bruxelles non ne vuol sapere, a meno di recessioni gravi, e anche sulla possibilità di scorporare le spese per la crisi energetica dai vincoli del Patto di Stabilità, come è previsto per quelle sul riarmo, non tira aria di concessioni. Senza aperture, si dovrà decidere se procedere a uno scostamento di bilancio non autorizzato. Le stime di crescita non sono buone e la crisi energetica fa alzare il costo dei debiti pubblici con il rischio che la Bce in estate inizi a rialzare i tassi per frenare l’inflazione. Pessimo scenario.
Carlo Di Foggia

Cultura Vigilanza Rai sempre in ostaggio, rischio sanzioni dall’europa. Appelli a vuoto sul cinemaUna commissione di vigilanza in ostaggio da oltre un anno e mezzo. E una riforma urgente della tv pubblica di cui la maggioranza non si cura. È la Rai al tempo delle destre. Non è servito neppure il monito del presidente della Repubblica Mattarella – “inaccettabile che la Vigilanza Rai non sia in grado di funzionare” – per smuovere la maggioranza. Vogliono come presidente di Viale Mazzini Simona Agnes, indicata da FI. E finché non l’avranno, la commissione resterà ferma. Vergogna contro cui Roberto Giachetti (Iv) ha iniziato uno sciopero della fame, citando tra i motivi anche lo stallo in Senato sulla legge che dovrebbe recepire il Media Freedom Act, regolamento Ue che prevede tv pubbliche indipendenti dai governi, e che va applicato, pena sanzioni. Non va meglio sul cinema, con la legge di riforma impantanata da due anni in commissione a Montecitorio. Dal Quirinale il ministro della Cultura Giuli ha invocato “una legge delega condivisa” con le opposizioni. Ma a sinistra non si fidano. E ieri Pd, M5S e Avs, assieme a Iv e Azione, hanno risposto con una nota fitta di proposte, in cui avvertono: “Aspettiamo la maggioranza alla prova dei fatti”.
@lucadecarolis

[…] Dossier internazionali Imbarazzo sulla flotilla e la Biennale trasformata in caso diplomatico
Sono giorni di tensioni e impotenza anche su due dossier internazionali. Sul caso Flotilla, dopo l’abbordaggio israeliano e il sequestro delle imbarcazioni in acque internazionali, Palazzo Chigi ha condannato l’operazione israeliana e chiesto la liberazione degli italiani fermati. Nessun atto concreto, ma un atteggiamento opposto rispetto a sette mesi fa, quando Meloni definì la Sumud Flotilla “una provocazione”. A “ristabilire” la rotta della destra italiana, le parole di Ignazio La Russa: per il presidente del Senato, la flotilla è “propaganda”, i suoi attivisti “se vengono fermati, gridano alla tortura”. L’altro guaio, per Meloni, è a Venezia, dove il governo si è distinto per l’incapacità di gestire il dossier del padiglione russo. Pietrangelo Buttafuoco ha ignorato le direttive del ministero della Cultura (del suo ex amico Alessandro Giuli) e rivendicato l’autonomia dell’istituzione che presiede. Lo strappo è anche interno alla maggioranza (Salvini domani visiterà la Biennale, “nessun padiglione escluso”) e ha trasformato la manifestazione culturale in un caso diplomatico anche con l’Unione europea.
Tommaso Rodano

Giustizia Effetto referendum: il gip collegiale slitta, ferma la legge sul sequestro dei telefoni
Un governo impaludato nella riforma della giustizia e che fa fatica a uscire dal fango nel quale la sconfitta al referendum sembra averlo fatto cadere. Reduce dal fallimento sulla separazione delle carriere, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha rinviato a data da destinarsi l’entrata in vigore della norma sul gip collegiale, secondo la quale la decisione – in caso di richiesta da parte del pm della custodia cautelare in carcere per l’indagato – spetterebbe a tre giudici per le indagini preliminari. Complicato, con gli attuali organici. Arenati in Parlamento ci sono poi altri due provvedimenti. Il primo, già votato in Senato e fermo alla Camera, riguarda le regole sul sequestro degli smartphone, con la novità della necessaria autorizzazione del gip e non più solo del pm. Il secondo, fermo al Senato dopo il voto alla Camera, è invece la cosiddetta riforma sulla prescrizione, un disegno di legge volto a modificare la disciplina introdotta dalla “riforma Cartabia” con l’abrogazione dell’improcedibilità e la sospensione condizionata. Una riscrittura delle regole ravvicinata alla precedente che creerebbe incertezze negli uffici giudiziari.
Elisabetta Guglielmi

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Nomine e banche Veti di FI sul presidente Consob Testacoda su Mps: il “risiko” è sfuggito di mano
Le nomine bloccano il governo. Consob, Antitrust e Anac sono da mesi in cerca di presidenti ma Meloni & C. si scannano ancora sui vertici. Il 20 gennaio il vicepremier di FI Antonio Tajani ha posto il veto sulla nomina del sottosegretario leghista al Mef Federico Freni alla Consob, chiedendo in cambio l’Antitrust. L’uscente Paolo Savona è scaduto ma sulla nomina, che si sarebbe dovuta discutere ieri e forse lo sarà oggi, è silenzio. Stessa scena anche per i cda delle società pubbliche, con un’inusuale doppia infornata tra uscite eccellenti (Cingolani) ed entrate tentennanti (Giuseppina Di Foggia). Lo scontro ricade sulle banche. Governo e Mef prima hanno spinto la scalata di Mps, Caltagirone e Milleri su Mediobanca, poi hanno cacciato l’ad senese Lovaglio, quindi con un’inversione a U hanno fatto vincere la lista Lovaglio per il cda del Monte, estromettendo Caltagirone. In ballo c’è Generali, voluta dall’imprenditore e UniCredit. In risposta ai francesi di Bnp Paribas, la Lega con Giorgetti sponsorizza il terzo polo Mps-Banco Bpm. E la Procura di Milano che indaga su Mps – Mediobanca vuol leggere i messaggi del Mef. Compresi quelli tra politici.
Nicola Borzi