Dal caso Del Deo a Equalize fino al trojan Paragon. Lo scambio di lettere fra il presidente di Montecitorio e il capogruppo Pd per occultare i rapporti con le società di Peter Thiel. Ecco come Palazzo Chigi tace con le Camere

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Non possiamo negare che sia una tradizione italiana, e però con questo governo pure le tradizioni si esasperano. Ogni tanto si adagia sui palazzi romani uno scandalo “spionaggio” con personaggi vecchi e nuovi, certamente usurati, sconcerto quasi unanime, mucchi di dossier, caterva di persone offese, e subito si applica il copione ormai talmente sperimentato da rientrare a pieno titolo nella tradizione italiana: chi lo aveva predetto, chi lo aveva combattuto, chi lo aveva smontato. Bravissimi a iniziare gli scandali, pessimi a finirli. (Salvo delegare al sistema giudiziario fortunatamente sopravvissuto alla riforma Nordio che lo voleva indebolire).
L’ultimo scandalo riguarda l’ex vicedirettore dei servizi segreti interni Giuseppe Del Deo e la squadra Fiore con l’appoggio dei “neri”. Si dice e si scrive che Del Deo, maestro delle intercettazioni preventive, fosse gradito e sempre atteso ospite a Palazzo Chigi, che era stimato dal ministro Guido Crosetto, che il sottosegretario con delega ai servizi segreti Alfredo Mantovano ne ha subito disposto la cacciata. Lo scandalo appena precedente riguarda l’utilizzo improprio – di mani ignote – del programma di spionaggio Graphite dell’azienda israeliana Paragon, inoculato nei telefoni di attivisti, come don Mattia Ferrari; di giornalisti, come Roberto D’Agostino e Francesco Cancellato, di amministratori/imprenditori, come Andrea Orcel, Flavio Cattaneo, Francesco Gaetano Caltagirone.
Che lo scandalo si chiami Del Deo oppure si chiami Graphite, e spesso la differenza è soltanto nominale, il governo Meloni fischietta, non commenta, fa finta di nulla, prende le distanze, e di conseguenza le prende anche da sé stesso poiché Del Deo è stato promosso due volte dal governo Meloni e l’azienda Paragon, dopo aver scoperto gli abusi, ha interrotto il contratto proprio con il governo Meloni. Palazzo Chigi ha paura della trasparenza, o quantomeno la pratica con grande patimento. Ne è prova il rifiuto totale di informare il Parlamento sui rapporti istituzionali, non certo privati, con la multinazionale americana Palantir e il suo fondatore Peter Thiel.
Sin dalle origini legata agli apparati di intelligence statunitensi, e di fatto allevata dalla Cia, Palantir fornisce ai clienti pubblici e privati strumenti per l’analisi massiva e predittiva dei dati: per tracciare migranti o per scovare terroristi o per la salute, i trasporti, la finanza. Per sorvegliare. Collabora con la Cia, la Fbi, la Nsa, le forze armate, i corpi di polizia. Palantir è fenomenale nella selezione dei bersagli, che siano esseri umani o infrastrutture nemiche: a Gaza per Israele, in Venezuela per gli Stati Uniti, in Iran per Israele più Stati Uniti. Ovunque a ridosso dei confini americani per la milizia federale Ice.
Palantir capitalizza circa 350 miliardi di dollari in Borsa. Thiel è meno ricco del suo amico/rivale Elon Musk – assieme hanno creato PayPal – e però è molto più potente. Soprattutto Thiel ha un piano per fare della Terra il suo mondo e non per fare il suo mondo su Marte: la supremazia della tecnologia contro la cultura “woke” che ha infiacchito l’Occidente. Il profitto senza regole. L’intelligenza artificiale senza limiti. Il controllo dei cittadini senza privacy. Sì, la filosofia, l’escatologia, l’Anticristo, le lezioni di René Girard, le conferenze riservate: non folklore, ma ostinazione. E per l’appunto, visione.
Thiel fu l’unico miliardario della Silicon Valley a puntare su Donald Trump dieci anni fa, l’unico datore di lavoro di Jd Vance, l’unico a finanziare con 15 milioni di dollari la candidatura del senatore Jd Vance, l’unico a spingere per la vicepresidenza a Jd Vance e dunque Thiel è il primo e unico mentore del vicepresidente e possibile prossimo presidente degli Stati Uniti. Nel frattempo Palantir ha aumentato la sua incidenza nelle attività dei servizi segreti americani, e viceversa. Affidare la sicurezza a Palantir vuol dire affidare la sicurezza, e la nostra sovranità, agli Stati Uniti di Trump. Negli archivi degli appalti pubblici – incluso quello dell’Anticorruzione – risultano diversi contratti del ministero della Difesa con Palantir dopo la “sperimentazione” avviata da Sogei addirittura nel 2013: 1,3 milioni di euro nel 2018; 1 milione nel 2021, 3 milioni nel 2023, 1 milione nel 2025. Il più recente, il milione, fa riferimento a una licenza per la piattaforma Gotham, uno strumento in grado di integrare dati che all’apparenza sono eterogenei.
Thiel è venuto in Italia a marzo a discettare di escatologia cristiana e, secondo indiscrezioni non confermate, suoi emissari proponevano accordi pluriennali al ministero dell’Interno. Curiosità: Palantir deriva da “palantiri” le pietre veggenti de “Il signore degli anelli”, la solita letteratura di fantasia che ha nutrito l’internazionale di destra. Questo appare sufficiente a indurre le opposizioni a pretendere i doverosi “chiarimenti” dal governo. Com’è facile intuire, e come L’Espresso ha potuto ricostruire, il governo s’è negato. E le motivazioni sono davvero difficili da accettare. Per la democrazia parlamentare, si intende.
Le prime domande su Palantir al governo sono arrivate il 9 marzo 2026 con un atto di sindacato ispettivo del gruppo Pd. Nulla. Si ripetono l’indomani, il 10 marzo 2026, con una informativa in aula. Nulla ancora. Il 24 marzo 2026, superate le due settimane di silenzio, il dem Andrea Casu e decine di colleghi hanno firmato una interpellanza urgente indirizzata al presidente del Consiglio e ai ministri di Difesa, Interno, Imprese, Infrastrutture, Pubblica Amministrazione. Il quesito ormai era noto: che relazioni economiche/istituzionali ci sono con Palantir e Peter Thiel? La sera di giovedì 26 marzo 2026, alla vigilia della risposta del governo, il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha scritto al gruppo Pd riportando a sua volta una lettera del sottosegretario Mantovano: «Il governo non può rispondere all’interpellanza in quanto coinvolge materie sulle quali sarà chiamato a riferire a breve al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir)». Per puntellare meglio il suo rifiuto, Mantovano ha citato l’articolo 131 comma 1 del Regolamento della Camera: «Il governo può dichiarare di non poter rispondere indicandone il motivo. Se dichiara di dover differire la risposta, precisa in quale giorno, entro il termine di un mese, è disposto a rispondere». Il motivo indicato era fragile perché il Copasir si era già mosso su Palantir, vero, ma non c’era ancora una data fissata e poi il Copasir, e le sue stanze ovattate, non possono essere il solo interlocutore del governo sull’intera materia della sicurezza nazionale. Quanto ai trenta giorni, sono passati e nessuno, né alle Camere né al Copasir, ha saputo qualcosa.
Il 31 marzo 2026 Chiara Braga, la capogruppo dem, si è rivolta direttamente al presidente Fontana per lamentare non un caso bensì un’abitudine del governo Meloni: «Nel corso della presente legislatura, il governo ha fatto ricorso all’articolo 131 del Regolamento in modo che non trova riscontro nella consolidata prassi parlamentare. Si evidenzia come precedenti analoghi risultino estremamente rari nella prassi parlamentare, con riscontri limitati al 1991 e al 2011, e comunque non caratterizzati dalla reiterazione e dalla concentrazione temporale che si registrano nella presente legislatura». Braga ha reperito due casi in 35 anni e tre in 3 anni e mezzo: le interrogazioni su Paragon e su Palantir e una di Benedetto Della Vedova sul naufragio sul Lago Maggiore durante un’operazione congiunta di agenti italiani e israeliani. Nella sua prudente replica a Braga, il leghista Fontana ha ripescato una riunione della Giunta della Camera del 29 marzo 2011 per affermare che se il governo non vuole parlare non c’è rimedio, se non parlarne, con la censura politica. A ogni modo, un colpo di qua e un colpo di là, Fontana ha salutato Braga spiegando di aver trasmesso le sue doglianze al ministro dei rapporti con il Parlamento. Sia mai che al governo Meloni torni la voglia di comunicare agli eletti «der popolo».
Atteggiamento tipico di chi non è ricattabile.
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