
(Salvatore Toscano – lindipendente.online/) – Una volta c’erano 5 miliardi di euro che la Chiesa cattolica doveva allo Stato italiano. Riguardavano i mancati pagamenti dell’ICI, la vecchia tassa sugli immobili sostituita poi dall’IMU. A stabilire il risarcimento è stata la Corte di Giustizia dell’Unione europea nel 2018, ma da allora l’Italia si è mostrata disinteressata alla riscossione, unendo con un filo rosso le varie maggioranze succedutesi a Palazzo Chigi. Nel 2024 il governo Meloni ha approvato il decreto Salva infrazioni, prevedendo deroghe e sconti che hanno ridotto sensibilmente la quota dovuta. Secondo le stime, i rimborsi dovuti oscillerebbero oggi tra i 200 e i 500 milioni di euro. A quanto pare, però, l’Italia non ha ancora voglia di battere cassa: il governo Meloni ha appena prorogato di altri sei mesi la scadenza dei pagamenti.
L’imposta comunale sugli immobili (ICI) è stata una tassa in vigore in Italia dal 1993 al 2011, quando l’imposta municipale unica (IMU) l’ha sostituita. Oggi la Chiesa cattolica versa l’IMU allo Stato italiano per gli immobili che generano profitto, come nel caso degli alberghi. Per tutte le strutture prive della vocazione economica — chiese, oratori, mense e così via — la Chiesa cattolica è esentata dal pagare la tassa municipale. È stato così per diverso tempo anche con l’ICI, fino al 2006, quando il governo guidato da Silvio Berlusconi decise di estendere l’esenzione anche agli immobili commerciali. Poi nel 2011, con l’introduzione dell’IMU, il vecchio regime economico è stato ripristinato. Nel frattempo — come stabilito dalla Corte di Giustizia dell’UE — la Chiesa cattolica aveva generato dei profitti impropri, in contrasto con la normativa europea sugli aiuti di Stato che vieta le differenziazioni fiscali tra rivali commerciali. Secondo le stime, l’Italia avrebbe dovuto incassare circa 5 miliardi di euro ma dal 2018 è venuta meno la volontà politica.
Dopo anni di disinteresse trasversale all’arco politico italiano, la Commissione europea ha sollecitato il nostro Paese ad adeguarsi e a raccogliere quanti più soldi persi. Così nel 2024 il governo Meloni ha varato il decreto Salva infrazioni, per provare a districare la matassa ed evitare nuove sanzioni provenienti da Bruxelles. Sono stati cancellati tutti i debiti inferiori ai 50mila euro — il che ha escluso la maggior parte degli enti religiosi coinvolti — mentre per quelli superiori ai 100mila euro è stata data la possibilità della rateizzazione. Contestualmente sono state disposte le regole per il recupero delle risorse, con gli enti religiosi invitati a presentare i dati fiscali degli ultimi vent’anni all’Agenzia delle Entrate. Viste le scadenze strette, il governo ha optato per un rinvio, prolungato nuovamente a fine marzo. La data ultima per la conciliazione con lo Stato italiano è quindi fissata, almeno per il momento, al 30 settembre. Solo dopo si potrà avere contezza di quanto resta, alla luce degli sconti, di quei 5 milioni iniziali che la Chiesa cattolica doveva all’Italia.
L’articolo parte con un dato di 5 miliardi che la Chiesa cattolica deve allo Stato e finisce con 5 milioni. A meno che non si tratti di un errore di battitura del giornalista, ho la vaga impressione che, di proroga in proroga, alla fine sarà lo Stato — cioè noi contribuenti — a dover dare soldi alla Chiesa, come sempre.
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