L’organizzazione del lavoro condiziona inoltre la solidarietà tra lavoratori e l’efficacia della loro azione politica collettiva: senza stabilità non vi è organizzazione, e senza organizzazione non vi è contropotere. Il problema del precariato, per non parlare dello sviluppo di tecnologie sostitutive quali l’intelligenza artificiale, non è dunque solo un problema di giustizia sociale, ma riguarda l’indebolimento dei contropoteri

(Chiara Cordelli – editorialedomani.it) – Il Primo maggio non è solamente la festa dei lavoratori e la celebrazione dei diritti conquistati dal movimento operaio: la giornata di otto ore, il diritto di sciopero, le ferie pagate, la tutela della salute. È anche la festa della democrazia, o meglio del lavoro quale fondamento e condizione necessaria di essa. Dovrebbe dunque essere il momento per ricordare — a chi ci governa in primis — che perché il lavoro sia effettivamente condizione di democrazia non basta che i cittadini non rischino la vita lavorando, né che vengano pagati il giusto. Occorre anche che il loro lavoro sia stabile, che ne favorisca lo sviluppo di capacità critiche e partecipative, e che non li subordini all’arbitrio dei datori di lavoro.

Affermando che «l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», i padri costituenti intendevano dire che la Repubblica non si fonda sulla ricchezza, sulla nascita nobile, sulla religione o sulla forza militare. I cittadini hanno pari dignità in quanto persone che contribuiscono attivamente alla vita collettiva, che lo facciano attraverso lavori manuali, di cura o intellettuali. Il lavoro è riconosciuto al tempo stesso come diritto e come dovere civico. Affermarlo come fondamento democratico significa dunque riconoscerlo come strumento di eguaglianza contro il privilegio, di dignità personale e di riproduzione socioeconomica della società.

Ma vi sono anche altre ragioni per le quali il lavoro è parte centrale di un sistema democratico.

La prima riguarda il legame tra qualità del lavoro e sviluppo di capacità e virtù civiche: un lavoratore schiacciato dalla precarietà od obbligato a svolgere funzioni ripetitive e puramente meccaniche difficilmente sarà un cittadino attivo e consapevole. Le capacità di cooperare e partecipare alle decisioni collettive si sviluppano soprattutto al lavoro. È quindi essenziale che in una società democratica esistano forme di democrazia economica, grazie alle quali i lavoratori possano partecipare a decisioni importanti concernenti le proprie condizioni di lavoro all’interno dei loro contesti occupazionali.

Come scrisse John Stuart Mill, uno dei padri del liberalismo, la forma di associazione a cui l’umanità dovrebbe aspirare non è quella che esiste tra un datore di lavoro capo o padrone e lavoratori privi di voce a esso subordinati, bensì «l’associazione degli stessi lavoratori su basi di uguaglianza», un’associazione all’interno della quale i lavoratori possano lavorare «sotto la guida di dirigenti da loro stessi eletti e revocabili» o, potremmo aggiungere noi, quantomeno abbiano voce in capitolo nelle decisioni prese da tali dirigenti. Mill descrisse inoltre l’impresa cooperativa come la trasformazione dell’attività lavorativa «in una scuola delle simpatie sociali e dell’intelligenza pratica», entrambe qualità essenziali per una democrazia liberale.

L’organizzazione del lavoro condiziona inoltre la solidarietà tra lavoratori e l’efficacia della loro azione politica collettiva: senza stabilità non vi è organizzazione, e senza organizzazione non vi è contropotere. Il problema del precariato, per non parlare dello sviluppo di tecnologie sostitutive quali l’intelligenza artificiale, non è dunque solo un problema di giustizia sociale, ma riguarda l’indebolimento dei contropoteri necessari alla salute democratica. A chi è al potere il precariato conviene.

Infine vi è il ruolo che il lavoro gioca nella formazione di un popolo non asservito: lavoratori dipendenti dall’arbitrio dei propri datori di lavoro non sono cittadini liberi, e una democrazia di cittadini non liberi è una falsa democrazia. Anche qui, perché il potere dei datori di lavoro non venga esercitato in modo arbitrario, è necessario che i lavoratori stessi abbiano voce in capitolo all’interno delle loro aziende e imprese. Ossia è necessaria la democratizzazione del lavoro stesso.

In un paese dove ancora si dibatte sull’opportunità di un salario minimo, dove la precarietà cresce e dove molti italiani — giovani in testa — emigrano per mancanza di opportunità, parlare di democrazia economica — ossia democrazia all’interno delle imprese — sembrerebbe un lusso che solo chi filosofeggia può permettersi. Non dobbiamo però dimenticare che l’Italia, grazie soprattutto alle cooperative dell’Emilia-Romagna, è stata terreno sperimentale per una organizzazione del lavoro più umana, solidaristica e democratica. Faremmo dunque bene, in questo Primo maggio come in quelli a venire, a costruire su tali esempi e a pretendere che chi ci governa faccia altrettanto.