Solito decreto del Primo maggio per il governo. Ma intanto si continua a morire: nel 2025 le vittime sul lavoro sono state 1.093.

(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Per il quarto anno di fila, il governo ha scelto il Primo maggio per varare un decreto sul lavoro. Stessa data, stesso rito: conferenza stampa, miliardo, parola magica. Quest’anno è “salario giusto”. L’anno scorso era sicurezza. Prima gli incentivi, il cuneo. Ogni Primo maggio la sua formula, ogni formula più lontana dalla realtà.
Il decreto vale 934 milioni, quasi tutti alle imprese. Gli sgravi per chi assume giovani o donne nelle aree Zes li incassa il datore, non il lavoratore. L’adeguamento per i rinnovi scaduti è al 30% dell’inflazione: tre punti con inflazione al 10%. I contratti già scaduti aspettano il 2027. Il salario minimo legale rimane il “logoro vessillo della sinistra”. Il decreto “Primo maggio 2023” aveva allargato i contratti a termine, il reddito di cittadinanza è stato abolito. Quattro anni, quattro decreti, quattro operazioni di retorica della dignità che hanno coperto lo svuotamento delle garanzie.
Intanto si continua a morire. Nel 2025 le vittime sul lavoro sono state 1.093, tre in più del 2024: 148 nelle costruzioni, 117 nella manifattura, 110 nei trasporti. I lavoratori stranieri muoiono a un ritmo doppio: 72 decessi ogni milione di occupati contro 29. Questi numeri non compaiono nelle conferenze stampa.
Ieri mattina Meloni si è svegliata con un’altra urgenza. La Global Sumud Flotilla era stata intercettata dalla Marina israeliana in acque internazionali, a 960 chilometri da Gaza, davanti a Creta. Tra i fermati, 57 italiani. Palazzo Chigi ha convocato Tajani, Crosetto e Mantovano. La nota finale condanna “il sequestro” e chiede “il pieno rispetto del diritto internazionale”. La stessa premier che per mesi ha coperto ogni escalation con il silenzio, che ha votato contro la sospensione degli accordi commerciali con Israele in sede europea. FdI è sceso al 27-28% dopo il referendum perso. Il Mediterraneo è tornato a essere uno specchio in cui si vede l’opinione pubblica.
La logica è la stessa del lavoro. Si cambia idea quando la pressione costa consensi. Un abbordaggio in acque greche basta a spostare Netanyahu dalla lista degli alleati impliciti. Resta da capire quale arrembaggio serva nel mare dei diritti. Finora non è bastata la morte di oltre mille persone l’anno.
I veri fascisti
(Di Marco Travaglio) – Complimenti vivissimi ai censori della Commissione Ue e ai loro servi italiani, da Meloni a quei geni di Giuli e Fazzolari, per avere sfregiato uno dei fiori all’occhiello italiani dell’arte e della cultura mondiale: la Biennale di Venezia, che persino Mussolini, pur usandola come instrumentum regni, aveva trasformato da dépendance comunale a ente autonomo statale. Ora a calpestarne l’autonomia provvedono i nuovi fascisti, chi più (in Ue) e chi meno (a Roma). La forsennata russofobia di chi vede Putin dappertutto, anche nelle opere di Dostoevskji, nei balletti di Ciaikovskji, nel Moscow Mule e nell’insalata russa, ha partorito quattro anni di censure tanto occhiute quanto ottuse contro direttori d’orchestra, pianiste, soprano, ballerini, cantanti e intellettuali russi, ma anche ucraini nati nel posto sbagliato (Donbass e Crimea). Come se fossero tutt’uno con il loro governo. Questa cura omeopatica contro l’autocrazia (solo russa, ci mancherebbe) a colpi di censure ha finito col trasformare l’Europa in una simil-autocrazia, ma più stupida.
Poi è cascato l’asino a Gaza, in Venezuela e in Iran. E lì le cantatrici calve dell’“aggressore e aggredito” e della “pace giusta” si sono ammutolite, perché l’Europa sta con gli aggressori americani e israeliani, liberi di sterminare decine di migliaia di innocenti senza uno straccio di condanna né tantomeno di sanzione (contro i 20 pacchetti anti-Russia). Restava un’isola felice: la Biennale guidata da Buttafuoco – infinitamente più liberale dei fascisti democratici che gli danno del fascista – che l’ha aperta a tutti, a prescindere dai governi: Russia, ma anche Israele e Iran, perché nessuna guerra può spegnere la cultura, ultimo canale di comunicazione fra i popoli che deve restare sempre aperto. Giù botte da destra e da sinistra (si fa per dire: Pd, Iv e Azione). Questa gentaglia pretende di chiudere il padiglione russo lasciando aperti tutti gli altri, inclusi quelli di Arabia, Qatar, Siria, Cina, Turchia, Azerbaigian, Kazakistan, Pakistan, Egitto, Marocco, Somalia e altre culle della democrazia. La Banda Ursula l’ha detto chiaro: “La cultura deve promuovere i valori democratici, il dialogo aperto e la libertà di espressione, valori non rispettati in Russia” e solo lì. Così la giuria, per non ridersi in faccia, ha risposto alle indicibili pressioni dell’Ue (“vi tagliamo i fondi”) e di Roma (“vi mandiamo gli ispettori e boicottiamo la vernice”) con un simulacro di par condicio: gli artisti russi e israeliani potranno esporre, ma non essere premiati. Ma un artista israeliano l’ha diffidata, minacciando di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo per “discriminazione razziale”. E i giurati si sono dimessi. Quod non fecerunt mussolini, fecerunt melones et ursulini.
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praticamente sono stati assassinati,
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Le cazz@te sono come le ciliegie..una tira via l’altra, e in questo periodo si sta perdendo il conto e non si riesce più a starci dietro. Ormai è un esercizio quotidiano. Non esiste un assassino buono e uno cattivo e per me un assassino rimane sempre un assassino. Siamo alla pura follia.
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