Lo scrittore: “Da vent’anni quel libro mi condiziona. Per farlo ho sacrificato la serenità mia e dei miei cari”

Saviano: “Non riscriverei Gomorra, mi ha rovinato la vita”

(ROBERTO SAVIANO – lastampa.it) – Gomorra mi ha distrutto la vita, non c’è altro modo per iniziare. O almeno io non ne ho trovato uno migliore. Ed è bene sapere anche che non vado fiero di quel che ho fatto alla mia vita: illudendomi di poter cambiare il mondo, o quantomeno quel pezzettino di mondo che mi circondava, ho sacrificato il bene più prezioso che ciascuno di noi possiede: la propria serenità e quella dei propri cari.

Uno scrittore che amo molto, James Baldwin, diceva che non tutto ciò che si affronta può essere cambiato, ma nulla può essere cambiato finché non lo si affronta. E io ci avevo creduto. Avevo creduto che la letteratura potesse essere uno strumento di trasformazione reale, che le parole potessero cambiare il mondo. E forse, dopo Gomorra, qualcosa davvero è avvenuto. Ma il prezzo – che non avevo calcolato, non perché fossi coraggioso ma perché ero semplicemente ingenuo – l’ho pagato io, e continuo a pagarlo, come un debito che non si estingue.

Ed eccomi qui, vent’anni dopo, ancora alle prese con un libro che non avrei dovuto scrivere. Spesso penso a me e a Gomorra, e in un paradosso che solo la letteratura può contemplare, mi viene da domandarmi se sia nato prima io o prima lui. Se sia stato io a scrivere il mio libro, o sia stato lui a scrivere me, la sua creatura. Vedo me stesso stanco, rotto, disilluso e lui ancora vivo, attuale, pronto per essere letto esattamente come vent’anni fa. Da vent’anni Gomorra mi dice come vivere. Con quali occhi svegliarmi al mattino e con quali coricarmi la sera. Spesso mi chiedono se, con il senno di poi, tornerei a scriverlo. La risposta è no, non lo riscriverei, nemmeno sotto tortura.

Solo pochi mesi prima di iniziare a scrivere Gomorra, ero uno studente di filosofia e le uniche armi che m’interessavano erano quelle del pensiero. Leggevo Giordano Bruno, Machiavelli, Bacon, Vico, Spinoza, Leibniz, Weber e dalla mia vita mi aspettavo questo: un continuo confronto con pensatori di ogni epoca da cui avrei preso linfa per la scrittura, idee per la vita. Eppure, c’erano storie, voci, immagini che non riuscivo a ignorare. Come il corpo di don Peppe Diana, ucciso nella sua chiesa a colpi di pistola dal clan dei Casalesi, e poi la sua memoria umiliata da chi inquina i pozzi rendendo indistinguibili, in terra di camorra, il sano dal marcio, il legale dall’illegale. Mentre il mio pensiero volava in alto, le voci e le immagini che raggiungevano il mio cervello lo trascinavano verso il basso, rendendolo bestiale. Esistono punti di contatto tra queste due sfere in apparenza così distanti: una certa filosofia da mattatoio che, pur puzzando di sangue, possiede una sua struttura, una sua articolazione logica, una sua intelligenza.

Nato a Napoli, cresciuto nella Terra dei Fuochi, potevo mai raccontare Giordano Bruno senza che il volto di Francesco Schiavone detto Sandokan venisse a tormentarmi? Così il pensiero ha assunto la forma di un Centauro e ha prodotto creature dotate di ferocia bestiale, ma mai prive di intelletto e strategia. Francesco Schiavone, che strangola a mani nude e passa ore a leggere pagine di storia borbonica. Gennaro Marino, detto McKay, che si fa costruire una dacia russa nel cuore di Secondigliano. Augusto La Torre, studioso di psicologia, ideatore del cosiddetto «metodo La Torre» per smaltire i cadaveri. Ognuno con i suoi slanci cerebrali, ognuno pronto ad ammazzare se necessario.

Oggi, quando ripenso a ciò che ha mosso la mia mano nella scrittura di Gomorra, mi sento uno sciocco. Ho creduto, ingenuamente, che raccontare la verità per come io l’avevo vissuta, annusata, ascoltata, letta nelle cronache quotidiane, alle udienze nei tribunali, dentro i fascicoli giudiziari, potesse rappresentare un valore a sé stante. Non stavo raccontando segreti mai rivelati. Stavo solo unendo i punti, ecco tutto.

Mi maledico per non aver compreso che avere tutto dinnanzi agli occhi non è come avere tutto in un quadro organico: vivere immersi in Gomorra non significava, per chi si muoveva nei suoi budelli e nelle sue strettoie, comprendere davvero Gomorra. E la presa di coscienza collettiva ha portato con sé una reazione di odio puro che no, non avevo calcolato. Non sto parlando solo dell’odio di chi mi ha minacciato, rovinandomi la vita e costringendomi sotto scorta. Sto parlando di chi quelle verità le aveva viste fluttuare, ma mai aveva alzato il braccio per afferrarle. La scrittrice turca Ece Temelkuran ha definito questa «la psicologia degli sconfitti»: le persone che dovrebbero essere dalla nostra parte si sentono sconfitte e si odiano per questo. L’odio che ci rivolgono è odio per sé stesse, proiettato su di noi. E di questo odio, certa politica si è nutrita, strumentalizzandolo. «Parla dal suo attico a Manhattan», «Una volta al governo gli toglieremo la scorta». Ma prima era stata la volta di altre accuse: «Sei un gufo», «Diffami il tuo Paese».

Su un altro fronte, altro ma non distante, è accaduto ciò che per me era impensabile: Gomorra portato in teatro, e poi il film di Matteo Garrone, e poi la serie tv. I David di Donatello, il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, i Nastri d’Argento. Gradualmente ho realizzato che Gomorra non mi apparteneva più, perché con Gomorra non volevo raccontare Napoli al mondo, ma il mondo attraverso Napoli. E, incredibilmente, il mondo, guardando Napoli, ha visto se stesso e si è riconosciuto. Persino in Messico, quando si descrivevano alcune dinamiche criminali, si iniziava a dire «à la Gomorra», perché Gomorra aveva cambiato radicalmente il modo di osservare certi fenomeni.

Eppure, nel corso di questi venti lunghi anni, le critiche più aspre mi sono arrivate da chi ha stigmatizzato Gomorra e le sue gemmazioni senza averli mai nemmeno sfiorati. Eppure io sono ancora qui, con quell’immagine del ragazzo che ero, quando tutto era diverso, quando ero immerso nei miei sogni, con i rulli delle stamperie che a me parevano cantare l’inno di un interesse nuovo per le dinamiche criminali, quelle stesse dinamiche che spesso, per quieto vivere, si preferisce ignorare.

«Se ti facevi i fatti tuoi, tutto questo non sarebbe successo» è la frase che mi sono sentito ripetere cento volte. Ma che ne potevo sapere io… a vent’anni giravo con la mia Vespa e con la fretta di tornare a casa, alla mia scrivania, per scrivere. Non volevo dimenticare nulla, dovevo mettere nero su bianco tutto quello che avevo visto, sentito, annusato.

Così è nato Gomorra… e così, piano piano, un pezzo alla volta, ho iniziato, forse, a morire io.