Villa Cipriani in Uruguay: Minetti, feste e squillo. ”Nel ranch cellulari vietati. Per alimentare il traffico di sesso a pagamento un sistema di corruzione che oggi è nel mirino del governo uruguaiano”

(estr. di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) […] La luce del Mediterraneo abbaglia. E nasconde. Sotto la linea di galleggiamento restano i segreti. Per sei mesi l’anno, la parte “bella e ufficiale” dell’impero di Giuseppe Cipriani naviga a bordo del gigantesco yacht “Gin Tonic”. Sul ponte tintinnano i calici di star internazionali e icone globali: Shakira, Naomi Campbell… Feste esclusive, lusso, immagini perfette. Il ritratto immacolato di un mecenate globale e “normoinserito”, come lo definiscono i legali della sua compagna Nicole Minetti nell’istanza di grazia. Poi l’estate finisce. I motori si spengono. E la scena si sposta dall’altra parte dell’oceano. L’ancora si pianta in Uruguay, dove quella luce viene inghiottita da due “cuori di tenebra”: il lato oscuro della coppia Cipriani-Minetti.

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“È una depravazione. Tutto, tutto è una depravazione”. A parlare è una persona che per anni ha lavorato, dormito, servito dentro il “gemello” terrestre dello yacht: la tenuta-bunker di Cipriani a La Barra, dipartimento di Maldonado. Su Google Maps, spiega chi ci ha lavorato, si vedono solo alcuni edifici, perché l’area sarebbe schermata da un sistema anti-drone capace di accecare le riprese aeree. Paranoia, forse, ma nei loro racconti è una fortezza isolata, difesa da guardie e polizia privata.

Solo ieri svelavamo come Cipriani non fosse solo un imprenditore dell’ospitalità di lusso, ma il socio occulto di Jeffrey Epstein, il finanziere al centro del più grande scandalo di pedofilia globale. E come le loro agende di affari e di piacere si siano incrociate per decenni (“Sarò a New York martedì, a Parigi sabato”, una delle centinaia di mail dagli Epstein files). Un legame così stretto che Naomi Campbell, intima amica di Epstein, ha soggiornato più volte proprio nella chacra uruguaiana fin dal 2004. Secondo le testimonianze raccolte dal Fatto, in quell’angolo assolato di Sud America si replicavano torbide dinamiche predatorie di soldi e sesso alla Epstein. Il miliardario americano avrebbe persino trascorso un’intera estate nella villa di Cipriani, muovendosi come un fantasma intoccabile. La regola per la servitù: “Non lo potevamo guardare negli occhi”.

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Superate le guardie, la villa si rivela un dedalo costruito per nascondere. Una lunga galleria dominata da un “camino gigantesco”, un ponte in legno sospeso su una piscina rialzata, salottini che sprofondano nel buio. Sotto la camera da letto del padrone di casa si trova il sancta sanctorum: sauna, lettino per i massaggi e vasca gelata. Attorno, come satelliti, sei casette separate: alloggi per le modelle destinate alle feste. Cellulari vietati. Qualcuna li usa, ma per farsi selfie in bagno.

Per alimentare il traffico, Cipriani avrebbe organizzato una catena di montaggio garantita da un sistema di corruzione doganale oggi sotto osservazione del ministero degli Interni. “A dicembre, le ragazze arrivavano direttamente con il suo aereo privato. Ma all’immigrazione non risultava nulla”, raccontano i media locali che già a febbraio avevano raccolto le prime testimonianze, a rischio della loro incolumità. Il meccanismo: i piloti consegnavano solo due o tre passaporti. Le altre entravano “come fantasmi”. I controllori dell’ufficio immigrazione non salivano mai a bordo per verificare il numero reale dei passeggeri. È per questo che i funzionari ora sarebbero finiti sotto inchiesta. A orchestrare i silenzi, una donna che era la sua factotum in Sud America. “Era l’unica capace di oliare i funzionari corrotti con regalini sistematici”. Non solo denaro: modifiche ai timbri per coprire soggiorni irregolari negli Usa e favori di altro tipo. “Per compiacere una capa dell’immigrazione, le hanno spianato gratis un terreno con i macchinari dell’hotel”.

[…] Dentro le sei “casette”, la donna diventava merce. Turni implacabili e tariffari precisi, la “lista de precios”. Al mattino venivano fatte sgomberare le uruguaiane e le argentine, considerate la fascia bassa. Nel pomeriggio piovevano dal cielo le modelle élite brasiliane, seguite poi dalle italiane. Le regole per loro erano dictatoriales: palestra quotidiana per essere sempre nella forma migliore per i clienti e divieto di indossare lo stesso abito due volte.

L’isolamento della tenuta crea catene di messaggi solidali e consigli pratici tra ragazze che si muovono tra Montevideo, Maldonado e voli intercontinentali. “Hoy sigo para Dubai”, scrive una. La dimensione lavorativa affiora senza essere mai esplicitata. “¿Vos trabajando?”. E la risposta: “No, hoy estoy en casa”. Poi i dettagli pratici. Piccoli accorgimenti funzionali. “Hai delle caramelle? Ho mangiato aglio e se devo assistere Giuseppe devo avere l’alito profumato”. “Ho finito gli assorbenti, ne hai?”. Dei padroni di casa parlano poco. “Giuseppe se fue ayer”. Ma se lui è partito, Nicole è arrivata. Movimenti che le interlocutrici seguono e commentano in tempo reale. Era “de esperarse”, prevedibile.

La sera entrava in scena un facilitador argentino. “Chiamava per ordinare il numero esatto di donne e durante la festa le affiancava agli uomini d’affari, anche seminude. Bastava uno sguardo e sparivano nelle stanze buie o nelle casette private”. Un testimone riferisce di averlo riconosciuto durante una visita dell’attuale presidente uruguaiano Luis Lacalle Pou, arrivato ufficialmente per un sopralluogo. Parte del suo entourage, racconta, si sarebbe poi allontanata con alcune ragazze. A governare il sistema, con ruolo di madame, ancora e sempre lei: Nicole Minetti.

Nel 2013 era stata condannata in primo grado a cinque anni per favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby, pena ridotta nel 2014. In attesa della sentenza definitiva che sarebbe arrivata nel 2019, Nicole Minetti cambiò vita? Pare proprio di no. A settembre del 2017 l’imputata viene “pizzicata” al “Downtown Ibiza” di proprietà di Cipriani, dove la lady della “coppia padronale” faceva lo stesso lavoro di sempre. Così la raccontava il nostro mensile Millennium. Minetti era la DJ resident del sabato sera, stava alla consolle e scendeva in sala per accogliere gli ospiti di riguardo e i Vip al tavolo del compagno; perlopiù ricchi uomini d’affari – russi, arabi, americani – col portafogli a fisarmonica, circondati da schiere di “belle ragazze compiacenti, piene di curve e tatuaggi, che si mostravano generosamente a uomini facoltosi in cerca di conquiste facili”. Quando scendeva in sala le “ragazze” le andavano incontro come in un vero e proprio “pellegrinaggio”, guardandola con ammirazione, come per chiederle in dono un riflesso della sua capacità di capitalizzare le doti che la natura le ha riservato.

Neppure allora l’ex consigliera regionale aveva “cambiato vita”, come assicura l’istanza con la quale a febbraio ha ottenuto la grazia. Si era semplicemente trasferita nel dorato mondo del compagno per poi seguirlo fino in Uruguay, dove nel 2018 Cipriani avvia quello che nell’istanza viene descritto come “il più grande investimento nella storia del Paese, il progetto dell’Hotel San Rafael”. Nell’istanza di grazia il periodo di Arcore viene definito “un contesto di vita definitivamente chiuso”, collocato in un “ambito temporale circoscritto”. Invece, a quanto pare, dopo Ibiza lo replicava anche in Sud America, dove è rimasta per anni e fino al 2024-2025, ma su scala industriale. E dove, peraltro, riappare il fantasma delle minorenni. La condanna definitiva per Minetti fu per favoreggiamento della prostituzione “semplice”, senza cioè una qualificazione autonoma legata alla vicenda della minore marocchina Karima El Mahroug, fermata per un furto, per il quale in una notte di 16 anni fa corse alla Questura di Milano a giurare che fosse la nipote di Mubarak.

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Un’uruguaiana, che chiameremo Marìa, fu “gettata nel giro a 16 anni in cambio di viaggi di lusso a New York, Los Angeles e Dubai”. Un’italiana, nome d’arte “Lulù”, sarebbe stata trascinata lì a soli 15 anni. “Viveva alterata dalle sostanze. Il fidanzato era morto per overdose e Cipriani viveva nel terrore”. Cipriani non vietava le droghe per etica, ma per controllo: solo alcol, per evitare “disastri con i clienti”. L’incubo: “Che la quindicenne morisse lì, scatenando uno scandalo ingestibile”. Al Fatto la ragazza non ha voluto rispondere. C’era anche una copertura, la più perversa di tutte. Periodicamente Cipriani apriva la chacra ai bambini orfani dell’Inau. “Invitati a pranzo, i piccoli venivano serviti personalmente da lui ma solo a favor di telecamere per costruirsi l’aura del filantropo”. Così i bambini finivano a giocare sulle stesse assi sotto cui, poche ore prima, si era consumato il commercio delle donne. L’inganno perfetto: un impero scintillante, fatto anche di soldi e sesso a pagamento, che affiora di nuovo dal fondo in cui era nascosto, coperto da uno scafo da 4 milioni di dollari. Minetti e Cipriani, contattati dal Fatto, hanno preferito non rispondere.