(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “L’indipendenza dell’informazione e la salvaguardia del suo pluralismo sono condizione e strumento della libertà di tutti, pietra angolare di una società sana e di una democrazia viva” (Sergio Mattarella, presidente della Repubblica – Roma, 5 gennaio 2024)

Con tutti i giornali, giornalini e giornaletti che percepiscono contributi diretti dallo Stato, l’ineffabile senatore Calenda è andato a prendersela proprio col Fatto Quotidiano, l’unico che fin dalla fondazione dichiara sotto la testata che “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. Ed è anche l’unico che, da diversi mesi, risulta in continua crescita nella classifica Ads (Accertamento diffusione stampa): nell’ultima rilevazione disponibile, quella di febbraio 2026, ha raggiunto un totale di 57.595 copie, fra cartacee e digitali a pagamento, segnando un +10,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente e piazzandosi al quarto posto dopo i “giornaloni” Corriere della SeraRepubblica e Sole 24 Ore.

In un comunicato pubblicato in queste pagine il 17 aprile scorso, l’amministratrice delegata del Fatto, Cinzia Monteverdi, ha puntualmente replicato alle illazioni dell’ex ministro ed ex dirigente d’azienda sui conti della nostra società editoriale, precisando che l’indebitamento di Seif “è avallato da accurate analisi di stimabili istituti di credito e dal nostro revisore KPMG che certifica il bilancio con la dovuta attenzione”. E l’incauto Calenda non ha potuto fare altro che ringraziare “per la risposta che assumiamo essere consapevole e ponderata”.

Il caso si potrebbe chiudere qui se non fosse che l’improvvida sortita di un parlamentare della Repubblica, già eurodeputato del Pd e poi transfuga in un partitino di centro da lui stesso fondato, tocca il tema della crisi che attraversa tutta l’editoria e in particolare la questione dei finanziamenti pubblici. In nome del pluralismo e della libertà di stampa, si può considerare anche giusto e opportuno che il governo intervenga a sostegno dell’informazione. Ma bisogna verificare bene a quali condizioni per evitare abusi: altrimenti, si rischia di fare di tutti i giornali un fascio e di provocare una reazione avversa, come quella della petizione contro il cosiddetto “reddito di giornalanza”, promossa dall’associazione Schierarsi.

Finché si tratta della stampa d’ispirazione cattolica, cioè della religione largamente più radicata e seguita nel nostro Paese, i contributi diretti hanno una loro legittimazione: i 5,5 milioni di euro corrisposti nel 2024 al quotidiano Avvenire, i 6 milioni tondi a Famiglia Cristiana e i 287mila euro alla rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica possono anche essere considerati leciti. E altrettanto vale per testare pubblicate da cooperative di giornalisti, come per esempio il manifesto (3,257 milioni), La Provincia (1,397 milioni) o La Discussione (990mila euro). Ma deve trattarsi di vere cooperative, non di società private travestite.

Che senso può avere, allora, un sostegno pubblico di 5,4 milioni a un quotidiano come Libero che appartiene a un imprenditore della sanità qual è Antonio Angelucci, parlamentare assenteista della Lega, che già controlla Il Giornale e Il Tempo di Roma? Oppure, un contributo di 2,4 milioni alla Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, acquisita da Antonio Albanese (rifiuti) e Vito Miccolis (trasporti), poi trasformata in un’impresa sociale? Di questi casi, piuttosto, farebbe bene a occuparsi un parlamentare che si professa democratico e liberale come Calenda. Tanto più che i contributi diretti (70-75 milioni annui) si aggiungono alle agevolazioni, pari al 30% delle spese sostenute nell’anno precedente, riconosciute a tutti i giornali come credito d’imposta per l’acquisto della carta, portando il totale a circa 140 milioni all’anno.