Il presidente in vista dei colloqui in Pakistan evoca una furiosa ripresa delle ostilità in caso di mancato accordo. Teheran risponde che non si siederà al tavolo se non cessano i raid israeliani sul Libano. L’Europa alza la voce. Sánchez: «Non permetteremo che Beirut diventi un’altra Gaza»

(LUCIA MALATESTA – editorialedomani.it) – Se è vero quello che ha scritto Donald Trump su Truth, oggi avverrà «il più potente reset del mondo». E accadrà in Pakistan, dove è arrivato il suo vice per discutere delle prospettive di un cessate il fuoco e della pace con la delegazione iraniana – già arrivata due giorni fa a Islamabad. «Attendiamo con interesse i negoziati. Penso che saranno positivi. Vedremo, ovviamente».

Vance rivendica idee chiare prima dell’avvio dei colloqui – perché «linee guida piuttosto chiare» gliele ha date il presidente Trump prima di partire – ma prima di salire a bordo dell’aereo che lo avrebbe condotto in Medio Oriente, ieri, il numero due della Casa Bianca – da sempre contrario a interventi oltre confine e invio di truppe in terra straniera – ha avvertito Teheran lanciando un monito: bisogna non «prendere in giro» Washington, «se vogliono giocare, sappiano che noi non ci staremo».

Risposte letali

Se è un gioco, di certo somiglia sempre più a una battaglia navale, perché in serbo c’è altro fuoco per l’Iran: il tycoon ha avvertito che se i colloqui pakistani dovessero fallire, la risposta sarà immediata e letale: i suoi vascelli sono carichi di armi. «Stiamo riorganizzando le nostre forze. Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni, le migliori armi mai prodotte», ha detto al New York Post, aggiungendo: «Se non raggiungeremo un accordo, le useremo, e le useremo in modo molto efficace». Ma tra le mani, secondo il presidente, gli sciiti non hanno più “alcuna carta da giocare». Insomma, non si placano le ennesime minacce: «Se sono ancora vivi, è solo per negoziare».

A guidare la squadra di Teheran sarà il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il presidente del parlamento, Mohammad-Bagher Ghalibaf. È stata la guida suprema Mojtaba Khamenei a volere alla testa della squadra sciita Ghalibaf che ha chiosato che però i negoziati non inizieranno nemmeno senza il «rilascio dei beni iraniani bloccati» e un cessate il fuoco in Libano: «Due delle misure concordate tra le parti non sono ancora state attuate», ma un piano in dieci punti è stato concordato come base per far procedere i colloqui.

«Abbiamo sempre accolto con favore la diplomazia, ma non i colloqui basati su false informazioni volte all’inganno»: con questa fermezza si è espresso ieri il viceministro degli Esteri Majdi Takht Ravanchi.

Il primo incontro tra israeliani e libanesi si terrà martedì al Dipartimento di Stato americano. Le crepe diplomatiche sono sempre più evidenti, sempre più tensioni emergono in superficie, mentre il Libano si conferma snodo cruciale su più tavoli, anche distanti tra loro, per la tenuta della stabilità regionale: tese, secondo la ricostruzione della Cnn, sono state anche le tre telefonate intercorse tra Trump e Netanyahu prima che Israele rendesse noto che sarebbero cominciati i negoziati con Beirut per il cessate il fuoco. Bibi, intenzionato a tenere separati il dossier libanese e quello iraniano, alla fine si è dovuto piegare e cedere alla pressione dell’alleato: il tycoon ha imposto l’immediata apertura dei colloqui diretti con Beirut – subito – oppure, in alternativa, un ordine di tregua per mettere fine agli attacchi contro Hezbollah sarebbe partito direttamente dalla Casa Bianca. A gravare sull’intero quadro, le ultime offensive di Tel Aviv che sotto le macerie hanno lasciato 303 vittime.

Europa alza la voce

Mentre procedono quelli di Islamabad, sono dunque proprio i negoziati per il paese dei Cedri ad essere a rischio: che non ci saranno se non avverrà un cessate il fuoco, lo riferisce anche Beirut; in Europa ribadisce il messaggio il premier britannico Starmer (gli attacchi «devono cessare») e l’omologo spagnolo Sánchez: «Non possiamo permettere una nuova Gaza in Libano». L’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, che ha applaudito lo sforzo negoziale tra le controparti, rende noto che l’Ue «contribuirà a tutti gli sforzi diplomatici in questo ambito, tenendo conto dell’intera gamma dei propri interessi e delle proprie preoccupazioni, in coordinamento con i partner».

Attenzione a Hormuz

Ringrazia soprattutto il Pakistan e i partner regionali per la mediazione che garantirà la libertà di navigazione «nonché il passaggio libero e sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, in conformità al diritto internazionale». Anche lei ha chiesto l’immediata cessazione delle ostilità in Libano, «che stanno causando un pesante tributo alla popolazione civile»: la fine del fuoco è strategica per ottenere «una pace duratura in tutto il Medio Oriente». Per garantire equilibrio ovunque, nel mondo, «utile a entrambe le sponde» invece è «essenziale» la Nato, ha detto ieri Mattarella.

Con Trump – che già si lamenta del «pessimo lavoro» di Teheran nella gestione dello Stretto di Hormuz, dove è transitata una sola petroliera – ha parlato al telefono con Keir Starmer e ha litigato il segretario della Nato Mark Rutte: il primo ha dichiarato di aver discusso di «opzioni militari» e di star organizzando una coalizione di diversi paesi per consentire la navigazione nello Stretto; il secondo, dicono indiscrezioni del giornale Politico, a porte chiuse, ha subito l’ira e frustrazione del presidente americano perché gli Alleati non hanno fornito le basi per gli attacchi contro l’Iran.