
(Giovanni Tonlorenzi – lafionda.org) – Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.
Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.
Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.
Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.
Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.
Sigonella, ovvero i confini della sovranità consentita
Si accavallano in maniera tale che persino il ministro della Difesa Crosetto, membro autorevole di un governo iper-atlantista e in piena sintonia con l’amministrazione Trump, si è trovato costretto a rendere pubblica una nota misurata ma in sostanza inequivocabile: rispetto dei trattati, incrollabile alleanza con gli USA, ma indisponibilità all’utilizzo delle basi militari come quella di Sigonella, per gli aerei militari statunitensi impegnati in operazioni di guerra contro l’Iran¹.
Il governo ha presentato il gesto come puramente procedurale. L’opposizione ha risposto con un “serve di più”, prontamente sopito, anche perché sapendo da che pulpito arrivava l’invito, la cosa diventava addirittura grottesca.
Ciò che è rimasto di questo episodio è la solita, sostanziale convergenza tra governo e cosiddetta opposizione sulle grandi questioni della geopolitica, che ha chiarito una volta di più il perimetro del pensiero politico e della sovranità consentita.
Una convergenza che non è tattica né contingente, ma strutturale. Ed è precisamente lì, in quella convergenza di fatto e che molte volte si è esplicitata, che si misura la distanza minima tra chi governa e chi si dichiara opposizione.
Il riferimento a Sigonella ha evocato naturalmente l’altro caso, quello del 1985, quando Bettino Craxi riaffermò con nettezza la sovranità italiana di fronte all’amministrazione di Ronald Reagan. Un accostamento che, al di là del nome della base, non ha in comune con la situazione attuale assolutamente nulla, anzi dimostra la plastica evidenza dell’abisso che separa l’attuale classe politica italiana da quella di quegli anni, qualunque cosa se ne voglia pensare. Allora, con mille difetti, c’era una classe dirigente capace di porre un limite al potente alleato, oggi ci si affretta a chiarire che quel limite è solo procedurale, mancava la consultazione preventiva.
Ma il caso Sigonella è importante perché, come un filo d’Arianna, ci guida nella comprensione di quanto la guerra e la crisi energetica stiano già entrando in casa nostra e quanto, invece, il dibattito nell’opposizione sia, appunto, lunare.
La coalizione Epstein e la guerra che non va come previsto
Alla data del 24 febbraio 2022, l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, se ne è aggiunta un’altra che è destinata anch’essa a lasciare il segno, ed è il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.
L’obiettivo dichiarato della ormai nota coalizione Epstein era la neutralizzazione dell’inesistente programma nucleare militare iraniano, la decapitazione della sua leadership e il conseguente cambio di regime.
Ma le cose non sono andate come previsto².
Nonostante settimane di bombardamenti intensivi, la capacità militare iraniana non risulta neutralizzata, e le infrastrutture strategiche, in particolare le basi missilistiche, per lo più sotterranee e disperse sul vasto territorio della Repubblica islamica, continuano a garantire operatività e resilienza al paese.
Teheran mantiene una pressione costante attraverso attacchi missilistici e con droni sulle strutture energetiche dei paesi del Golfo Persico e su Israele, aumentando progressivamente il livello tecnologico delle proprie offensive.
La leadership politica e militare iraniana, di cui fu predisposta una cospicua decentralizzazione, ha continuato a funzionare nonostante i raid sui centri di governo, e la governance della Repubblica islamica prosegue secondo il proprio quadro costituzionale².
La situazione in cui si è impantanata la coalizione Epstein si sta incancrenendo al punto che tra molti analisti comincia a circolare l’ipotesi che Israele, in caso di sconfitta, potrebbe mettere in atto la cosiddetta “Opzione Sansone” e cioè il ricorso alle armi nucleari³.
Una prospettiva che non appartiene alla fantascienza geopolitica, ma al calcolo strategico di chi si potrebbe trovare presto con le spalle al muro.
Sul fronte della superiorità aerea, poi, la realtà operativa è ben più complicata di quanto la narrazione ufficiale voglia dare ad intendere.
Diversi episodi, velivoli abbattuti, emergenze in volo, difficoltà nelle missioni di recupero dei piloti, indicano un contesto sempre più ostile per gli Stati Uniti e per il piccolo ma potente e aggressivo alleato⁴.
Come osserva con consueta lucidità Simplicius the Thinker – nome de plume di uno dei più seguiti analisti geopolitici e militari a livello globale – la riduzione delle capacità di attacco a distanza obbliga statunitensi e israeliani a missioni sempre più rischiose, con un’esposizione crescente e un tasso di perdite in aumento.
In questa prospettiva, le ripetute minacce di intervento terrestre, non solo a parole, ma accompagnate dall’invio nell’area di consistenti reparti militari – rischiano di trascinare l’intero quadrante, ed oltre, verso esiti ancora più gravi e distruttivi.
Nel frattempo, tre generali sono stati rimossi dai vertici del Pentagono nel pieno della conduzione del conflitto, segnale questo inequivocabile di forti divergenze tra le alte sfere militari e la Casa Bianca sulla gestione dell’operazione Epic Fury⁵.
Che la situazione presenti chiari elementi di caos, e dunque di enorme pericolosità, lo dimostra anche la linea comunicativa di Trump, sempre più aggressiva e sempre più contraddittoria, con elementi di imbarazzante grossolanità. Il presidente ha dichiarato pubblicamente che Mohammed bin Salman deve “baciargli il culo”, una frase che, al di là del registro, misura plasticamente il livello raggiunto da questa amministrazione⁶.
Di fronte a tutto questo, l’opposizione italiana tace, o commenta a margine, con vuote frasi di circostanza, spesso con la stessa superficialità con cui commenterebbe un risultato elettorale locale. Non una proposta, tantomeno una visione, non un pensiero che sia all’altezza della posta in gioco.
Kallas e gli altri: il pensiero unico europeo di fronte alla guerra
Quattro anni fa, con l’inizio l’operazione speciale militare della Federazione Russa in Ucraina, finalizzata a porre uno stop all’espansione della NATO verso est, si è messo in moto un processo destinato a cambiare, probabilmente in maniera definitiva, le linee storiche che sembravano fatali dalla fine della Guerra Fredda. Eppure l’attuale leadership europea, totalmente agita da volontà d’oltreoceano, non ha nemmeno tentato di difendere gli interessi dei popoli europei.
Si è chiusa in una ostinata propaganda spesso imbarazzante, incapace di elaborare un punto di vista autonomo ancorato alla realtà dei fatti, e rifugiandosi nella ripetizione di un unico mantra: lotta senza quartiere contro il pericolo russo in procinto di espansionismo su grande scala.
A sottolineare e rendere ancora più evidente questo asservimento, un asservimento che è addirittura metapolitico, che precede e condiziona qualsiasi scelta politica concreta – sono intervenute la macelleria genocida perpetrata ai danni del popolo palestinese dallo Stato di Israele con il sostegno dell’amministrazione del democratico Joe Biden, la guerra dei dodici giorni contro l’Iran del giugno 2025, e la vicenda venezuelana di inizio 2026.
Con la guerra scatenata contro la Repubblica islamica, la nullità dell’establishment europeo si è confermata definitivamente lampante. Al di là del non riuscire a svolgere alcun ruolo di mediazione reale, la leadership europea è addirittura arrivata a invitare, sostanzialmente, l’Iran a non difendersi⁷. Il culmine lo ha raggiunto Kaja Kallas, che nel suo quotidiano delirio anti russo non ha trovato di meglio da dichiarare che “la Russia sta aiutando l’Iran con informazioni di intelligence per uccidere americani, e ora fornisce anche droni perché possa attaccare i paesi vicini e le basi militari statunitensi”⁸.
Una dichiarazione che dice tutto sulla qualità del pensiero strategico europeo, ossessionato dalla Russia al punto da perdere di vista qualsiasi lettura autonoma della realtà.
E la classe dirigente italiana che fa? Assente, silente, e l’opposizione discute di federatori mentre il continente brucia.
Lo Stretto di Hormuz e il crollo dell’ordine unipolare
La situazione attuale racconta in modo incontrovertibile che l’unipolarismo occidentale a guida statunitense è sempre meno tollerato. La posizione iraniana, rigida nel non aprire ad alcun compromesso finché non saranno raggiunti gli obiettivi strategici di lungo periodo, a cominciare dalla propria sicurezza nell’area mediorientale, fa evidentemente il paio con le posizioni portate avanti dalla Federazione Russa fin dal 2007. Posizioni queste che non sono più liquidabili con la propaganda, come l’establishment occidentale ha tentato di fare per quasi vent’anni.
Oggi emerge che la vera forza iraniana non è solo militare, ma soprattutto geografica, economica e monetaria.
Lo Stretto di Hormuz — principale nodo marittimo per il commercio energetico globale — è diventato il teatro dello smottamento del vecchio ordine geopolitico ed economico. Da quello stretto transita circa il 20% del petrolio mondiale, il 22% del gas naturale liquefatto globale, e una quota rilevante di fertilizzanti, prodotti chimici ed elio⁹. La sua inagibilità produrrebbe una crisi di approvvigionamento energetico su scala planetaria di proporzioni del tutto inedite, con prezzi del petrolio che potrebbero raggiungere i duecento dollari al barile in brevissimo tempo. Questo significa pesanti rincari per riscaldamento, trasporti, produzione industriale, filiere alimentari, significa la vita quotidiana di decine di milioni di italiani ed europei.
Come segnala efficacemente Pepe Escobar, c’è una dimensione ulteriore evidente ma le cui conseguenze non sono ancora del tutto analizzate: la strategia iraniana, imponendo pagamenti in yuan per il transito delle merci attraverso Hormuz, incide sulla centralità del dollaro come valuta di riferimento globale, il che determina che al conflitto militare si aggiunge sempre più sensibilmente un conflitto sistemico¹⁰.
Con il sostegno di Russia e Cina, il conflitto regionale si colloca irrimediabilmente in uno scontro di dimensione globale, con tutte le conseguenze del caso.
Anche l’attuale formato dei BRICS ne risentirà in modo sostanziale, visto che alla prova dei fatti si rivela ben poco strategicamente coeso e quindi inadeguato come attore in una situazione così complicata. Ma al suo posto si va delineando un asse più ristretto ma decisamente più coerente, fondato sull’integrazione tra Russia, Iran e Cina.
Questo triangolo strategico unisce risorse energetiche, capacità industriali e controllo dei principali corridoi logistici eurasiatici, configurandosi come il nucleo operativo di un possibile ordine multipolare. E l’Iran non è un attore periferico, in quanto controlla uno dei principali snodi energetici del pianeta e rappresenta il crocevia geografico tra Asia e Medio Oriente, collegamento essenziale tra i sistemi economici e infrastrutturali russo e cinese¹⁰.
Qualcuno nell’opposizione italiana ha ritenuto opportuno aprire un dibattito su tutto questo? Ha proposto una posizione, una lettura, una prospettiva che non fosse quella dell’atlantismo come riflesso condizionato? La risposta, come sappiamo, è no. E questo elemento non è solo una lacuna, suona quasi come condanna politica.
Anche Kagan lo ammette. L’opposizione italiana no. Trent’anni di Washington Consensus non si cancellano con le primarie
Il livello di consapevolezza della situazione internazionale da parte della classe dirigente italiana sembra essere impermeabile a tutto.
In nessuno dei poli della geografia politica italiana si riesce a scorgere uno straccio di volontà di uscire da quel perimetro che è storicamente consentito dai signori ai vassalli.
Impermeabile anche alle domande di cambiamento provenienti dalle persone in carne e ossa, sempre più strette in una crisi che diventerà ingestibile. Il voto No al referendum contiene molto probabilmente anche, e soprattutto, questo elemento. Là fuori qualcosa forse si sta muovendo, qualcosa di profondo, ancora embrionale e difficilmente descrivibile, ma la politica ufficiale non se ne accorge o, peggio, finge di non accorgersene.
Il vecchio mondo sta crollando rapidamente e lo riconosce persino Robert Kagan, un neoconservatore, intellettuale organico dell’interventismo americano, sostenitore storico della NATO e di Israele, tutt’altro che un pensatore critico dell’ordine liberale.
Su The Atlantic ha scritto che la guerra con l’Iran ha esposto e aggravato le divisioni tra gli Stati Uniti e i propri alleati, ha rafforzato le potenze che lui chiama – e qui si intende la sua natura – revisioniste cioè Russia e Cina, ed ha accelerato il caos politico ed economico globale, lasciando gli USA in una posizione di isolamento che non si vedeva dagli anni Trenta del XX secolo¹¹.
Il fatto che sia Kagan a scriverlo non è un dettaglio, ma la misura di quanto la realtà abbia superato anche i suoi più convinti e aggressivi architetti.
Negli States persino falchi neoconservatori si interrogano se Israele possa ancora considerarsi un alleato affidabile, cercando forse di mettersi al riparo da quella che potrebbe svilupparsi come una sconfitta epocale.
Ma qui, coloro che dovrebbero convocare, chissà, una sorta di Stati Generali non sanno nemmeno suonare nell’orchestra del Titanic che sta colando a picco, e perché si rendono conto che affrontare certi temi, seriamente, significherebbe la dissoluzione istantanea di troppe carriere politiche fini a sé stesse.
Il Partito Democratico, come quasi tutto ciò che popola la geografia politica italiana, ha formato la propria identità, il proprio ceto dirigente, la propria rete di relazioni dentro il Washington Consensus, il Fiscal Compact, la privatizzazione forsennata dei servizi pubblici, la conseguente continua cessione di sovranità alla burocrazia irresponsabile dell’Unione Europea e al postulato atlantista. Tuttavia, per onestà bisogna ammettere che non è solo il PD il problema, ma è la stragrande maggioranza del mondo politico, culturale, intellettuale e dell’informazione nella sua quasi totalità, per un motivo o per l’altro, che ha portato il cervello all’ammasso.
Eppure il PD rimane l’equivoco che fa da tappo a quella grande mobilitazione che sarebbe necessaria e che prima o poi avverrà autonomamente.
E per dirlo con chiarezza, non siamo davanti soltanto a scelte sbagliate, fautrici di politiche sempre più impopolari, ma ad un problema strutturale. Come quando si sente dire, ad esempio, che Renzi fu un incidente di percorso per il Partito Democratico, senza capire che Renzi era il figlio legittimo del PD e sua discendenza naturale. Non è nemmeno questione di mancanza o di cattiva volontà, è questione di quello che si è diventati, e di cosa si è scelto di essere nel corso di trent’anni.
Chi non avrà il coraggio di uscire da quel perimetro sarà spazzato via, con tutta probabilità, dall’impetuosità degli eventi.
No Kings: il marchio americano che i progressisti hanno comprato, senza leggere l’etichetta
La cartina di tornasole più recente di questa cecità strutturale è stata la manifestazione “No Kings” del 29 marzo. In Italia come in Europa se ne è fatto un uso entusiastico e del tutto acritico, esattamente l’uso che ci si aspetterebbe da chi non sa leggere i movimenti sociali che non ha prodotto e non capisce quelli prodotti altrove.
Perché No Kings è, nella sostanza, uno strumento dei Democratici americani, il cui obiettivo non è altro che lo status quo ante, quello dei Biden, di Kamala Harris, delle famiglie Clinton e Obama, delle politiche neocon già viste all’opera.
Un movimento che pone come ideale il repubblicanesimo americano del XVIII secolo,senza fare menzione del fatto che da quel momento quei padri fondatori costruirono una nazione sul genocidio dei nativi, sullo schiavismo, su un calvinismo che ha fatto dell’arricchimento individuale uno dei perni dello sviluppo, dando progressivamente vita al mito del destino manifesto.
No Kings è contro le politiche di Trump che mettono a repentaglio quell’America che c’era prima, appunto quella di Biden, primo sostenitore concreto del genocidio palestinese.
Quell’America non è poi così diversa da quella di Trump. E chi in Europa ha sfilato sotto quel marchio senza porsi una sola di queste domande ha dimostrato esattamente il livello di analisi politica di cui è capace.
Il meccanismo è stato quello di un franchising acritico, si è preso un marchio, lo si è un po’ adattato, senza chiedersi nulla sul contesto locale, sugli obiettivi reali, sulle forze che lo animano, sugli interessi, grandi, che lo finanziano.
Contro chi si stava manifestando, la piazza esattamente? Per quale alternativa? Con quale orizzonte? Scrive tale Tom Joad in un articolo su Substack: “così la piazza protesta dentro le coordinate del mondo che contesta, con gli strumenti di quel mondo, nel linguaggio di quel mondo, e il risultato più ottimistico è una versione leggermente più umana del medesimo ordine, ciò che la retorica progressista chiama ‘un mondo più giusto’, intendendo esattamente lo stesso mondo governato dalle medesime strutture con un personale politico più gradevole e una distribuzione della ricchezza lievemente meno oscena”¹².
È, in fondo, la stessa logica che governa tutta l’opposizione italiana, rimanere dentro le coordinate del sistema che certo non si vuole cambiare ma sperare che sia meno violento ed aggressivo, sperando che cambino gli attori senza che cambi la commedia.
Quando arriverà lo shock, non ci salveremo con le primarie
Come annota con amara lucidità Ugo Boghetta su La Fionda¹³, analizzando i dati del referendum, risulta chiaro che il campo largo non può affermare di essere in ripresa; i voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste e liberiste. Forse cambieranno gli attori senza che cambi la commedia ma rimangono milioni di cittadini orfani di proposte convincenti, milioni di persone che hanno votato No senza che nessuno sia capace di dare un orientamento a quella domanda di cambiamento in qualcosa di politicamente credibile, sia per politiche che per interpreti.
Esisterebbe, teoricamente, la possibilità di costruire qualcosa di diverso, una posizione antiliberista che combini l’attuazione piena della Costituzione con lo sgancio progressivo dell’Italia dagli organismi internazionali che ne comprimono la sovranità, cogliendo le opportunità che la contingenza storica offre per avvicinarsi a obiettivi concreti di neutralità e indipendenza reale.
Potrebbe non essere solo utopia, ma la è la condizione necessaria per perseguire un interesse nazionale popolare e rilanciare qualcosa che assomigli alla democrazia.
Ma richiede coraggio intellettuale e politico che oggi, nell’opposizione italiana, non si vede all’orizzonte.
Purtroppo, la storia insegna che le grandi inversioni di rotta nelle opinioni pubbliche non avvengono per sola persuasione, ma assai spesso per uno shock. Non ce lo auguriamo, ovviamente anche perché non si sa mai che piega possono prendere quelle inversioni di rotta. Ma sarebbe disonesto ignorarlo e sarebbe sbagliato non tenere conto che, quando quello shock arriverà, chi avrà scelto di trastullarsi con federatori, primarie e altre cosette, non avrà nessuna credibilità per essere ascoltato.
Note
- https://www.lastampa.it/politica/2026/03/31/news/italia_nega_base_sigonella_usa_crosetto-15566208/
- Crooke, A., Iran’s Audacious Strategic Moves, Unz Review, 27 marzo 2026, https://www.unz.com/acrooke/irans-audacious-strategic-moves-declared-missile-dominance-over-the-occupied-territories-a-warning-of-nuclear-deterrence/
- https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/22/why-the-world-should-worry-about-israels-nuclear-doctrine; https://jacobin.com/2026/03/israel-iran-war-nuclear-weapons
- Simplicius, https://simplicius76.substack.com/p/disaster-operation-stone-age-begins
- https://edition.cnn.com/2026/04/02/politics/hegseth-removes-randy-george-army-chief-of-staff
- https://thewire.in/world/trump-claims-saudi-crown-prince-kissing-my-ass
- https://www.theguardian.com/world/2026/mar/24/ursula-von-der-leyen-iran-us-hormuz-crisis-australia; https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/eus-costa-urges-iranian-president-to-ensure-freedom-of-navigation-in-strait-of-hormuz/
- https://ejpress.org/kallas-russia-is-providing-intelligence-support-to-iran-in-the-middle-east-war-to-kill-americans/
- https://www.iea.org/about/oil-security-and-emergency-response/strait-of-hormuz
- Escobar, P., https://www.unz.com/pescobar/the-china-pakistan-gcc-riddle/
- Kagan, R., https://www.theatlantic.com/international/2026/03/trump-us-power-iran/686567/
- Joad, T., https://revolvepl.substack.com/p/la-piazza-incorporata
- Boghetta, U., https://www.lafionda.org/2026/04/04/post-referendum-quo-vadis/
Se uno esordisce con “con campo largo e coalizione Epstein” sorge il dubbio che non ci abbia capito un granchè…quindi potrebbe evitare successivi ampi sbrodolamenti.
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Logorroico?!
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Sembra la versione in forma di articolo del film “il tifoso, l’arbitro e il calciatore”; con la differenza che nell’articolo il calciatore è in panchina.
Articolo che affronta n temi senza svilupparne nessuno; non si capisce chi sia il soggetto, o meglio ci sono molti soggetti da cui, appunto, la rievocazione del titolo del film.
Il tifoso emette giudizi emotivi, urla “inadeguati!”, “lunari!”, “nullità!”, senza spiegare perché o come cambiare le cose. L’arbitro: cerca di dare un contesto, menziona guerre, geopolitica, referendum, basi militari, ma senza decisioni chiare o analisi metodica; sembra dire “guardate che il mondo è complicato!” senza indicare chi fa cosa.
Il calciatore: teoricamente dovrebbe giocare la partita, cioè proporre soluzioni concrete o una strategia, ma qui non c’è: niente piani, niente alternative politiche reali, quindi è un calciatore che sta in panchina.
Poi nel pescare a strascico qualcosa prende: l’inconsistenza della classe politica di tutto l’arco costituzionale è un dato di fatto, la mancanza di visone, di strategia che accomuna maggioranza e opposizione e di strategia è un male nel male.
Chi ha un orizzonte di 5 anni non può ragionare in modo diverso; chi guida un paese in declino conclamato dai numeri cerca di massimizzare a breve; del diman non v’è certezza.
La classe politica europea è inadeguata, se per classe politica si intendono i front men o i front women; lo meno se anziché guardare il pupazzo e le sue dichiarazioni si guarda il puparo il quale ha la colpa di agire con lentezza, non di non agire.
La situazione geopolitica è seria? si ma non è conclusa; aspettiamo a trarre conclusioni.
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