
(di Marcello Veneziani) – L’Anazionale. Se vogliamo capire cosa è successo e cosa succede ormai da tanti anni all’Italia degli Azzurri, partiamo dal ridefinire il nome. Il nome più consono è Anazionale, non nel senso romanesco né con grevi allusioni anali, ma Anazionale con l’alfa privativo davanti, per indicare qualcosa che manca, come si dice apolitico chi non ha una posizione politica, anonimo o afono chi è senza un nome o senza voce. Dopo l’ultima sventura degli Azzurri con la Bosnia, e dopo l’ennesima esclusione dai campionati mondiali, è scattata subito la corsa al colpevole, al capro espiatorio. Ma quando poi vedi la sequenza dei fallimenti lungo gli anni, con responsabili sempre diversi, ti accorgi che sicuramente ci sono specifiche carenze e insufficienze a livello personale, per le quali è giusto che qualcuno poi risponda; ma il difetto è nel manico, è alle fonti. E allora se proprio vogliamo trovare il colpevole ve ne indico uno che per definizione è Innocente: il Bambino. Il colpevole è lui, a’ criatura, come dicono a sud, o el puteo, come dicono in veneto (e si potrebbe continuare nelle declinazioni locali). Perché il bambino è un disertore: diserta sin da piccolo la scuola dell’obbligo in cui nasce la passione del calcio, quel corso di teoria e prassi del calcio che si riassumeva ai tempi miei in due attività. In primis il gioco incessante al pallone per strada, nelle piazze, e per i più fortunati nei campetti di calcio. Ore di gioco, impazienza di uscire dopo i compiti o addirittura prima, taluni durante, pur di giocare; la caccia al pallone, la facile ricerca di complici e di sfidanti, la contesa coi vigili urbani che volevano impedirci di giocare negli spazi pubblici, le sfide senza quartiere, nel senso che i quartieri diventavano uno sfondo muto delle nostre partite. E poi le ginocchia ferite e gli indumenti impataccati, decorazioni sul campo al valor sportivo. Una passione che non vi dico. Ma oltre la prassi c’era anche la teoria e il culto del calcio. Ossia il corso di formazione, eccitazione e culto figurativo, estetico e feticistico che era l’album di figurine Papini. Era quello il nostro universo iconico, come oggi si dice, le immaginette venerabili, come quelle dei santi e le nostre devozioni per alcuni calciatori prediletti o più introvabili; e il fervore della ricerca, il consumismo elementare delle bustine da acquistare, la primordiale scoperta del mercato tramite lo scambio delle figurine davanti alle edicole, i primi conati di socialità e di interclassismo per i bambini per strada.
Voi dite, ma che c’entra con l’Anazionale? C’entra, eccome se c’entra. Era da quel fervore che nascevano i talenti del calcio; quel fervore alimentato poi con i quotidiani sportivi, con Tutto il calcio minuto per minuto alla radio e la Domenica sportiva in tv (sono così antico che la seguivo quando la conduceva il mitico Enzo Tortora). Scusa Ameri, a te Ciotti, e sullo sfondo Bortoluzzi dallo studio. E in tv da Carosio a Martellini, fino a Pizzul, forse l’ultimo della dinastia.
Il calcio nasceva come un fiore selvatico sul cemento, non c’era bisogno di scuole o educazione, nasceva spontaneamente, per contagio, emulazione, ereditarietà, agonismo ed esuberanza fisica. Poi i privilegiati andavano allo stadio a vedere la squadra locale o lo squadrone di serie A. Ma il culmine per tutti, il Rito per eccellenza, in cui le Parti si riconoscevano nel Tutto, era la Nazionale, sintesi a priori di ogni differenza, direbbe Kant.
Intendiamoci, anche noi da bambini fummo traumatizzati da un’esclusione. Ricordo ancora come se fosse ieri quando da bambino patì l’esclusione della Nazionale nel mondiale del 1966 ad opera della Corea, che diventò poi un modo di dire, un nome per evocare un’infamia, la Caporetto del calcio.
Ma ricordo anche la sollevazione di popolo contro quella nazionale, quel Commissario tecnico (Fabbri); la rabbia, gli ortaggi, l’onta per l’orgoglio patrio ferito, che riaffiorava in quelle sconfitte. E poi con gli anni la gioventù mundial, la riscoperta del tricolore grazie alla vittoria del 1982, dopo trentaquattro anni dalla celebre doppietta della Nazionale di Vittorio Pozzo ai mondiali, nel ’34 e nel ’38 (meglio tacere, epoca fascista).
Ora il calcio non alleva più i nostri bambini, non è più la prima palestra di vita e passione collettiva; si va in piscina, in palestra, a sciare, ora è esploso il tennis. Gli sport più seguiti sono individuali, ma non è un caso. È la nostra società che si è fatta più individualista, meno sociale; anche se individualisti siamo sempre stati e i social vanno oggi per la maggiore. Ma l’individualismo d’indole cresceva nella coralità, nella comunità famigliare, nella comitiva. E quella socialità era fatta di vita, di strada, di corpi, di passeggio, non da remoto e da smartphone. Se cercate un colpevole prendetevela col solito telefonino, con quell’intreccio di solitario e globale che caratterizza il nostro essere al mondo tramite quel totem portatile.
Certo, si può anche sfidare il fatalismo, cercare di andare controcorrente, e proporre – come sento in giro – nuove scuole di formazione dei ragazzini al calcio. Ma se non si coltiva il calcio da bambini non ha senso poi prendersela con la conseguenza, gonfiata dall’aspetto mercenario e commerciale del calcio, vale a dire lo shopping di calciatori dal resto del mondo. Non so se sia possibile a colpi di leggi, scuole e campagne promozionali contrastare la tendenza che sembra irreversibile allo scemare del calcio. Ma si può pure tentare. O in alternativa prendere atto che il calcio è finito, fu la passione del novecento e poco oltre.
Restano alcuni problemi preliminari, che sono da un verso psicologici e culturali e dall’altro strutturali. Per rianimare la passione del calcio e poi reclutare nuovi talenti bisogna riaccendere almeno tre ingredienti di base. Il primo è vivere di più insieme, fare comitiva (non solo branco o clan rancoroso), vivere la dimensione corale dello sport, recuperare la naturale socievolezza che permetteva il formarsi spontaneo di squadre e di sfidanti. Il secondo è riattivare il gusto e la passione del marchio italiano; quel made in Italy che sta scomparendo in ogni settore, ormai colonizzato da marchi stranieri o reso apolide, transnazionale. Se non conta più il made in Italy e il calcio dei club è pieno di stranieri, poi non lamentatevi del calcio italiano. Infine, terzo ingrediente, è saper non solo formare ma anche selezionare i migliori: la società sembra voltare le spalle a questo criterio elementare, dal mondo del lavoro alla politica. Non nascono classi dirigenti e non si riconoscono e premiano i migliori, se non in ambiti spontanei, in alcuni risvolti del mercato e della ricerca, di solito lontani dai centri in cui dovrebbe avvenire: le scuole, le università, i centri di prima formazione.
In un paese come il nostro che non si vuole bene, che sente l’amor patrio come un peso e una vergogna, che detesta tutto ciò che è nazionale e dall’altra parte sfugge a tutto ciò che esige dovere, sacrificio, responsabilità, riconoscimento dei talenti e delle gerarchie fondate sulla capacità e sul merito, da dove pensate che possa rinascere una fioritura del calcio? Il problema non è un presidente o un meccanismo burocratico, ma a monte, e a me pare quasi insormontabile. Intanto, se vi basta, consolatevi col dire che non ha perso l’Italia degli Azzurri, ha perso l’Anazionale.
Certo dope una filippica del genere, magari per dare un senso reale
Figurine PaNini Modena e non Papini.
Che con le Valide, Bisvalide, Pentavalide se collezionavi 4000 punti ti spedivano 11 magliette di calcio che si distruggevano dopo un quarto d’ora.
L’incontro della settimana scorsa per chi capisce sa che avrebbe potuto concludersi con 4 reti se non 5 a favore dell’Italia che comunque è una galassia distante ora dalle più quotate a partire dalla Norvegia.
Capitano nella vita come amori e passioni.
Ognuno le vive in sè e non c’è bisogno di filosofare.
Quando l’Italia vinse, quando perse due finali con il Brasile c’erano tutti gli elementi per piangere, gioire cercando di scaricare su un match le illusioni perse.
L’articolista dovrebbe informarsi.
L’Italia dello sport è campione del mondo nella Pallavolo sia Femminile che maschile uno sport dove conta l’atleta, la squadra, la tecnica, la resistenza e la fiducia folle che ce la puoi fare.
E non puoi fare cretinate come spaccare le gambe ad un giocatore così anche se ti “espellono” gli hai tolto il fuoriclasse.
L’Italia di quelle gesta , tempi, parodie , trasmissioni non c’è più.
Sarti, Burgnich, facchetti, Bedin, Guarneri,Picchi, Domenghini, jair, Mazzola,Suarez. Corso.
Conti, ciccio cordova. Morini, Losi, Penzo, Santarini Cappellini e Peirò
Valerio
Spadoni
"Mi piace""Mi piace"
"Mi piace"Piace a 1 persona
lasciamo perdere la nostalgia, io ricordo rarissime partite dove la nazionale abbia giocato bene, per tanto tempo le abbiamo anche prese.
Il problema maggiore è organizzare e sfruttare al meglio le risorse che si hanno e la mentalità sportiva.
Per mentalità sportiva intendo quanto viene investito per le attività sportive di massa? Quante strutture sono usufruibili? Quante risorse vengono investite dallo stato per l’educazione sportiva nei ragazzi/e fin dalla tenera età? non sono certo le due ore settimanali di educazione fisica nelle scuole che possano assolvere alla funzione. Lo sport di vertice è una conseguenza di quanto bene si è lavorato alla base.
Molte nazioni hanno da insegnare come si fa.
"Mi piace""Mi piace"
Ai miei tempi le società ti davano tutto. Scarpe, borsone ecc ecc .Il tesserino rimaneva loro..
Poi si è cambiato sistema. Oggi devi pagare tu per fare giocare tuo figlio in una squadra. Circa 500 euro più l’ abbigliamento Spese trasferte ecc ecc. Ma il cartellino rimane tuo.
E’ cambiato l’ approccio alla situazione
Dei miei amici sono stati contattati da Genoa e Sampdoria.
Per anni hanno fatto avanti indietro, vivo in provincia con un costo notevole. Ai 18 anni i ragazzi sono stati scaricati. Su 100 uno fa il salto nel professionismo.
Vale anche per i ragazzi presi all’ estero
"Mi piace""Mi piace"
Sull’entusiasmo dei più giovani pesa enormemente la sovraesposizione mediatica del calcio. Marcello Veneziani sostiene che oggi vadano di moda gli sport individuali, ma la realtà è diversa: discipline come pallavolo, pallacanestro e pallanuoto riscuotono da anni successi internazionali straordinari, eppure sui giornali restano confinate in brevi trafiletti.
Puntare tutto sul calcio è un errore strategico e culturale. Spesso i bambini non sono spinti da una reale passione, ma dalle proiezioni dei genitori che vedono nel pallone — per i figli, ma soprattutto per le proprie ambizioni — uno sbocco di carriera facile e remunerativo. Finché il calcio sarà vissuto come un’industria del guadagno e non come uno sport tra i tanti, la base del movimento continuerà a inaridirsi, soffocata da aspettative economiche irreali.
"Mi piace"Piace a 1 persona