Il solo fatto che una simile ipotesi venga evocata, ci fa capire quanto si sia abbassata la soglia di tollerabilità

L’idea di Infantino all’Onu mi fa male fisicamente: il candidato ideale per un mondo capovolto

(di Anna di Milano – ilfattoquotidiano.it) – Confesso che quando ho letto ieri questa notizia sulla homepage del FQ, ho provato una repulsa fisica totale. Non perché sia solo grottesca, ma perché fotografa negativamente in modo aderente la percezione della realtà, del tempo che stiamo vivendo. L’idea che Trump possa sponsorizzare Gianni Infantino per un ruolo di vertice all’Onu non è una semplice provocazione: è il segnale di un potere che non riconosce più limiti e che considera le istituzioni internazionali come spazi da occupare, piegare, usare. Come se il mondo intero fosse proprietà privata dei più forti.

Da questo punto di vista, Infantino è persino il nome “perfetto”. Incarna una certa idea di servilismo globale: il dirigente che sorride ai potenti, che si adatta a tutto, che non disturba il manovratore. Il profilo ideale per un mondo capovolto, dove la fedeltà al capo conta più dell’autonomia, del diritto e della credibilità. Detto questo, una precisazione è necessaria (mi sono documentata): per fortuna Trump non può imporre da solo il nuovo Segretario generale dell’Onu. Esiste una procedura precisa, con candidature presentate dagli Stati membri, il passaggio decisivo nel Consiglio di Sicurezza e poi il voto dell’Assemblea Generale. Quindi non siamo davanti a una nomina automatica calata dalla Casa Bianca. E questa è una rassicurazione importante. Ma il problema politico resta tutto: il solo fatto che una simile ipotesi venga evocata, ci fa capire quanto si sia abbassata la soglia di tollerabilità.

E infatti non è un episodio isolato. Fa parte della stessa visione del mondo che si intravede nel delirante progetto trumpiano del “board of peace” per Gaza, dove il dramma di un popolo massacrato, affamato e privato di tutto, viene trattato come materia da amministrare, quasi da liquidare. È questo che sconvolge: la tendenza a guardare ai territori distrutti, ai morti, ai sopravvissuti, come se fossero caselle da ridisegnare secondo convenienza, nella disumanità totale. Non persone, non diritti, non popoli: solo interessi e dominio.

Ed è proprio qui che tutto il contesto torna a riferirsi inevitabilmente all’Onu. Perché un organismo internazionale serio dovrebbe servire a impedire questo scempio. Dovrebbe far prevalere il diritto internazionale sulla prepotenza; difendere la sovranità degli Stati e impedire che i soliti Paesi privilegiati, usino il veto come una clava per bloccare qualunque decisione sgradita. Finché questo meccanismo resta in piedi, l’Onu continuerà troppo spesso a sembrare un teatro impotente.

Per questo mi torna in mente il Professor Pino Arlacchi. E lo dico sinceramente: quando lessi qualche mese fa sulla app del FQ della sua candidatura come rappresentante del “Mondo del Sud” (fra cui c’è anche Gaza), mi commossi. Perché la parola Sud implica automaticamente una parte molto significativa di quella fetta di Mondo, che di solito rimane esclusa da tutti i consessi internazionali. Per una volta vedevo un nome con spessore, preparazione, visione politica e idea di riforma. Una figura che sembrava parlare la lingua che oggi servirebbe davvero: quella della credibilità, della competenza e del coraggio.

Mettere accanto a quell’idea il nome di Infantino, fa quasi male fisicamente. Da una parte una candidatura che prova a restituire senso a un’istituzione svuotata. Dall’altra un nome che evoca compiacenza verso il potere più arrogante del momento. È difficile immaginare un contrasto più netto. Ed è proprio per questo che “la riforma dell’ONU non è più solo un tema da specialisti”. È una necessità storica: togliere il privilegio del veto, rafforzare il diritto internazionale, difendere davvero i popoli e gli Stati aggrediti.

Se oggi qualcuno pensa di poter piazzare il proprio uomo anche lì, allora vuol dire che il recinto della Democrazia si è ristretto ancora. E che il lupo non si accontenta più di travestirsi da agnello: adesso vuole anche riscrivere da solo le regole del mondo.