Altro che allarme astensionismo, gli elettori sono corsi alle urne spaventati più dalle mosse Usa che dal quesito troppo tecnico. Così la Costituzione si conferma il primo bene rifugio del Paese

Il presidente Usa Donald Trump

(Flavia Perina – lastampa.it) – Altro che quesito “troppo tecnico”, altro che allarme astensionismo. Il referendum sulla Giustizia segna un punto e a capo. Ieri raccontavamo l’Italia del disimpegno e degli interessi tiepidi, oggi guardiamo stupiti un Paese che davanti alla prospettiva di una modifica sostanziale della Costituzione è uscita di casa in massa e ha e risposto: no grazie. Il voto conferma un dato storico: ottenere il consenso popolare su una riforma della Carta è difficilissimo, quasi impossibile. Ci hanno sbattuto contro premier che si credevano onnipotenti, Silvio Berlusconi nel 2006, Matteo Renzi dieci anni dopo e adesso tocca a Giorgia Meloni, pure lei certa di vincere grazie a dati di consenso personale altissimi, pure lei sconfessata dal pronunciamento degli elettori.

La Costituzione si conferma una sorta di “bene rifugio” del Paese, e anche l’estintore che il popolo imbraccia per spegnere l’incendio di leader percepiti come troppo sicuri di sé, strabordanti, che chissà cosa si sono messi in testa. Ma stavolta il Centrodestra è scivolato soprattutto su un fenomeno più recente e travolgente, contro il quale nulla ha potuto: il fantasma del sovranismo realizzato, della “primazia degli eletti” rispetto a ogni potere concorrente, che ha preso forma nella vicenda americana in una catena di bullismo verbale, abusi interni, guerre.

La storia della campagna elettorale è, anche, la storia di una crescente preoccupazione per le possibili derive di un potere politico liberato dai contrappesi che lo contengono. I grandi testimonial-gaffeur della riforma – il ministro Carlo Nordio, la sua fedelissima Giusi Bartolozzi – ma anche tante figure minori dei dibattiti televisivi, hanno raccontato il loro progetto come mezzo per “tagliare le unghie” a settori della magistratura politicizzati e ostili al governo. I media vicini all’esecutivo e la stessa premier hanno tambureggiato quotidianamente sui casi di cronaca gestiti contro il presunto interesse nazionale, i delinquenti liberati, i clandestini riportati in patria, le famiglie divise, eccetera. Ma mentre elaboravano questa narrazione, ogni giorno i cittadini scoprivano cosa significa vivere in un Paese dove la politica può perseguire i suoi scopi in assoluta libertà e interpretare l’interesse nazionale oltre ogni limite di legge. Gennaio, i fatti di Minneapolis, due omicidi di cittadini innocenti da parte della polizia anti-immigrazione, con l’impunità degli assassini rivendicata apertamente dal governo Usa. Subito dopo, la minaccia di una invasione militare della Groenlandia, così concreta – lo si scopre adesso – che la Danimarca invia nell’isola esplosivi per minare strade e aeroporti. Febbraio, il caos sui dazi, con la Corte Suprema americana che li boccia e Donald Trump che ne annuncia di aggiuntivi. Marzo, l’attacco della Casa Bianca all’Iran deciso mentre gli inviati dei due Paesi sono al tavolo delle trattative, la rappresaglia su Hormuz, petrolio ed energia alle stelle, il rischio di un conflitto globale.

È questo il contesto allarmante in cui si è svolta la nostra campagna elettorale. E hai voglia a mobilitare i Comitati del Sì – erano ben undici, c’erano tutte le categorie dai penalisti agli sportivi – per spiegare la necessità di una magistratura che “non boicotti” il governo e remi nella sua stessa direzione, magari non sottomessa ma sicuramente allineata al potere politico. Ogni mattina gli italiani hanno visto quel modello agire oltreoceano. Non gli è piaciuto. Ne hanno avuto paura. Sono usciti di casa per dire la loro. E hanno trovato nella difesa della “vecchia” Costituzione lo strumento per chiudere un percorso giudicato ad alto rischio per gli equilibri italiani e forse per il loro stesso, personale, destino.

I numeri notevolissimi dell’affluenza, quel 59 per cento che ha stupito i sondaggisti, sono anche il frutto di questa percezione: la cornice di sicurezze e stabilità che la Carta ha offerto al Paese per ottant’anni non è sostituibile. Non adesso, mentre l’America ci mostra i pericoli della democrazia plebiscitaria. Non con un governo in carica che aspira al premierato, e se vince potrebbe correre in quella direzione.

Nell’ultima settimana prima del voto la maggioranza aveva puntato molto su un concetto: se vince il No sarà impossibile per un decennio rimettere mano alla questione giustizia. In realtà quel che ci dice il voto è un po’ diverso: l’idea di toccare la Costituzione con una prova di forza è infelice e destinata all’insuccesso, chiunque ci provi. Il testo fondativo della Repubblica nasce dal paziente lavoro di incontro e sintesi tra storie politiche diverse, addirittura contrapposte, e chi vuole cambiarlo deve sottoporsi alla stessa fatica.

In fondo la vera buona notizia è proprio questa: persino nell’era del bipolarismo muscolare, il sentimento profondo del Paese rifiuta l’idea di un cambiamento fondato sulla lacerazione della Repubblica. Persino con un governo solidamente maggioritario, gli italiani respingono la prospettiva di una svolta imposta da una parte contro l’altra.