Stiamo finendo dentro la bolgia facendo finta di nulla. Come conferma l’impressionante afasia della politica nostrana

Roma, 14 marzo: in piazza contro la guerra e il governo

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – «Sappiamo tutti che cosa fare ma non sappiamo come essere rieletti dopo averlo fatto». Questa sentenza appartiene a un genere letterario assai raro in politica: la confessione del vero. Altrimenti detta umor nero. Perché non sembra e loro fanno di tutto per farcelo dimenticare, ma anche i politici sono umani. Si impongono una maschera per distinguersi dai comuni mortali. Si esprimono nel gergo universale che accomuna i potenti o sé credenti tali. Non importa farsi capire ma far capire al volgo che chi parla quel dialetto conta. Sforzo ammirevole, considerando quanta parte di quella nobile professione sia noia, ripetizione, recita. Poi il patatrac: senza accorgertene, ti scappa di dire quel che pensi. Liberazione presto repressa.

La frase citata appartiene a uno dei più grigi e meno autorevoli presidenti della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, dai malevoli dipinto alcolista, da tutti riconosciuto tra i massimi architetti di quel formidabile paradiso fiscale che è il Granducato. Destinato a restare nella storia per quella piccola frase entrata nella crestomazia dei detti memorabili alla voce “Juncker curse” — maledizione di Juncker — oggetto di pensosi commentari accademici.

Reso omaggio all’ex dominus di palazzo Berlaymont, riconosciuto il nitore del suo motto nel tempo ordinario, osserviamo che nel tempo straordinario cui ci siamo consegnati converrebbe rovesciarlo: ad agitare i decisori è la coscienza di non saper cosa fare. Alternata con non omeopatiche dosi di incoscienza.

Vale anche per coloro che non debbono essere rieletti. Tipo Trump (se la sua moralità o la sua salute lo indurranno a rinunciare al terzo, incostituzionale mandato), Putin o Xi, giacché gli autocrati nascono e muoiono immuni dal suffragio universale.

La “maledizione” scade nella stagione bellica che ci sta trasfigurando. Perché questa guerra non è continuazione della politica con altri mezzi. È antipolitica fuori controllo. Del mondo attuale amiamo dimenticare che non è mai esistito prima. È ambiente entropico dunque refrattario a qualsiasi strategia ordinativa. Chi sogna un nuovo Congresso di Vienna è letteralmente fuori dal mondo. Se CastlereaghMetternichTalleyrandHardenberg e Alessandro I vivessero oggi, probabilmente non saprebbero che fare.

Sulla scena internazionale non c’è spazio per assi cartesiani, geometrie euclidee o recitazione di pseudodiritti internazionali. Serve negoziazione permanente, adattabile, incodificabile in trattati definitivi. Forma di trozkismo invertito. Conservatore per quanto di conservabile vi sia in questa temperie. Esercizio di pazienza necessario alla sopravvivenza della nostra specie. Nel quale l’Italia potrebbe distinguersi.

Ma per noi italiani accettare la realtà della guerra in espansione e derivarne gli obblighi politico-diplomatici che ne derivano parrebbe esercizio troppo doloroso. Chi ci osservasse da un altro pianeta avrebbe difficoltà a capire la paradossale retorica inclinante al bellicismo verbale — la famosa “pace giusta” sinonimo di guerra infinita — di chi non ha i mezzi per combattere.

Meglio: non abbiamo l’età per armarci. Mediamente quasi cinquantenni, ben nutriti e paciosi, siamo stati allevati nell’utopia della pax aeterna, fino a cullarci nella sovraordinazione dell’interesse di ciascuno rispetto alla patria. Trattiamo le Forze armate da corporazione a sé stante, autocentrata e adattata a tutte le funzioni meno la guerra vera.

Sapere che cosa fare è anzitutto sapere che cosa non possiamo fare: appunto la guerra. Il problema è che non dipende solo né principalmente da noi. La quasi fusione tra guerra di Ucraina e guerre del Golfo squaderna l’incapacità delle massime potenze, Stati Uniti in testa, a governare quindi delimitare le loro avventure militari. Troppi gli attori coinvolti e troppo alte le poste in gioco per una composizione ordinata di tutte le partite aperte. Stiamo finendo dentro la bolgia facendo finta di nulla, come conferma l’impressionante afasia della politica nostrana, capace di trattare il dramma del Golfo con apostrofi da campagna elettorale.

La pace perfetta non è di questo mondo. L’urgenza è la diplomazia, arte in cui eccellevamo fino a pochi decenni fa. Passione del compromesso. Fosse solo per responsabilità verso noi stessi, sarebbe tempo di ricordarsene. Nota a margine per i politici: e forse sareste pure rieletti.