Perché, malgrado le vecchie e nuove divisioni, la destra può vincere ancora

(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) – Su Strisciarossa del 21 novembre Michele Ciliberto, illustre storico della filosofia e studioso del Rinascimento, metteva a fuoco un aspetto interessante del consenso a Giorgia Meloni, che invece di diminuire pare crescere, malgrado i grami risultati della sua azione di governo: la crescita delle povertà, i bassi salari, lo sviluppo inchiodato allo 0,6 e l’aumento complessivo della pressione fiscale. Tutte cose ampiamente documentate da Istat, Banca d’Italia e altre autorevoli fonti economiche non partigiane.

Qual è questo aspetto di cui ci parlava Ciliberto? È l’aspetto magico e teatrale della recita politica di Meloni, assieme ad altri innegabili fattori, come la stabilità, la tregua dello spread, la fuoriuscita dalla procedura di infrazione UE, con la discesa del deficit sotto il 3 per cento, malgrado l’aumento del debito e gli obblighi del riarmo. Obiettivo infine disatteso con lo sforamento dello 0,1 e la necessità di evitare la procedura di infrazione.

A questo si aggiunge una certa cautela attendista e opportunista in politica estera, unita alla relazione speciale che Meloni ha teso ad accreditare sia con il paterno Biden sia con il ruvido ammiratore Trump, naturaliter vicino, in quanto Maga, al malcelato sovranismo di Giorgia. Insomma un mix di prudenza, stabilità, furbizia e aggressiva femminilità conservatrice. Già tutto questo non è poco, in un Paese stremato dagli allarmi: dalla crisi del 2008 alle vicissitudini delle crisi politiche in pandemia, al disincanto seguito alle divisioni in seno al campo progressista e allo shock delle guerre, con ripercussioni immediate su inflazione e costo della vita.

Ebbene, era giusto il rilievo di Ciliberto sulla magicità dello spettacolo politico incarnato da Meloni, tra faccette e istrionismo, reprimende e toni acuti, silenzi con la stampa e vittimismo. Del resto già con Berlusconi avevamo assistito al “policomico”, ossia alla politica come carnevale informale e trasgressivo in chiave di spettacolo. Ma c’è un di più in Meloni, non miliardaria né ricattabile, che fa la differenza: un di più magico, appunto, che però va individuato meglio. Ed è l’archetipo favolistico multiplo di Cenerentola ribelle, locandiera, underdog rivoltosa anti-Stato e ragazzina giamburrasca plebea. Che incarna a meraviglia l’individualismo proprietario, familista e deprivato, quello della teatrante Giorgia, una figura debole e senza padre che si riscatta e indossa i panni dell’autorità restaurata, sulle macerie del permissivismo e contro gli egoismi edonisti delle élite.

Qui nascono il transfert di massa e la simpatia. E questo è l’archetipo fiabesco: gatta Cenerentola del popolo minuto, messa al margine dalla sua storia personale e politica, minoritaria nelle istituzioni. Fascista e postfascista, nipote di Giorgio, alla conquista del cielo.

Ebbene, il ceto medio anti-Stato e impoverito, commerciale e imprenditoriale, che è l’ossatura del capitalismo familiare italico con milioni di addetti, si sposa a meraviglia con Giorgia mamma cristiana — persino tradita ieri e abbandonata nell’infanzia — ed è il vero nocciolo sociale duro della destra postfascista, passato dalla Dc a Berlusconi, con smagliature anche grilline, e infine a Fratelli d’Italia. Lo abbiamo visto nella standing ovation tributata di recente a Giorgia dall’assemblea di Confcommercio.

E questo blocco sociale e socioculturale trova appunto in Meloni la sua vera identità. Debole e vessato, forte e radicato, esposto a fisco e burocrazia, antipolitico e culturalmente estraneo alle grandi idee e all’alta cultura, tradizionalista oltre che consumista, tale blocco trova nella ribelle popolana il suo specchio vitalista e risentito. Il che, unito alla stabilità, chiude il cerchio magico dell’incanto per la giovane madre armaniana che sa farsi rispettare.

Qui, avrebbe detto Gramsci, c’è la connessione sentimentale con la teatralità da Sora Lella o Sora Cecioni, con gli occhiacci e le faccette. Sorta di donna in Parlamento che mette tutti in riga, venuta su quasi dal nulla. Un ruolo di cui Meloni, pur sconfitta dal no democratico sulla giustizia, chiede oggi conferma con la sua legge-truffa a premio elettorale premierale, che divide il campo avverso costringendolo a primarie e a scelte potenzialmente divisive.

In altri termini, Giorgia Meloni, postfascista scaltra, incarna comunque un popolo e un senso comune plebeo. A cui fa certo da riscontro, sul versante opposto, una leadership femminile, quella di Schlein, tenace e combattiva, che via via sta migliorando la sua presa sul popolo di centrosinistra e il suo legame con i ceti popolari e subalterni, insieme al ceto medio colto e riflessivo. E che non può certo imitare, con segno inverso, la mitopoiesi populista di Meloni. Ma che può però ricostruire un blocco avverso e una comunità politica di massa. Una cultura. Legando attorno a un partito a baricentro di sinistra il ceto medio più colto e il lavoro disperso, dipendente e atomizzato. Articolando il blocco, con la sinistra nel mezzo e forze moderate al centro, progressiste, radicali e civiche. Un fronte repubblicano largo con un’idea di libertà non proprietaria. E un alfabeto alternativo di progresso, equitativo e solidale.

Demistificando la magia tribunizia del potere che finge di fare sempre opposizione. E anche rilanciando l’interesse nazionale, strappando dalle mani della destra la bandiera della finta prudenza e della pace dentro un’Europa subalterna e velleitaria che ci inchioda a un riarmo folle e devastante. Destinato a essere un banco di prova economico decisivo per ribaltare i rapporti di forza del consenso.

Purtroppo la direzione fin qui intrapresa dal Pd pare andare in una direzione tutt’affatto contraria e favorevole alla narrazione di Giorgia Meloni. Da un lato con proposte estemporanee e isolate di “patrimoniale”, che spaventano mediaticamente il ceto medio senza distinguere tra grande rendita e risparmio. Altro sarebbe infatti tassare la prima secondo le aliquote Irpef vigenti e a tassazione separata: fino a 28 mila euro al 23 per cento e poi via via a salire, eccetto i Bot al 12,5. Laddove invece le plusvalenze da mille euro annue o da milioni pagano la stessa imposta del 26 per cento.

E poi ancora, in chiave di programma, battersi contro uno sciagurato Rearm che prevede 6.800 miliardi nella UE fino al 5 per cento del Pil in difesa. Un vincolo che all’Italia, unito al rigore liberale, comporterà via via un esborso di cento miliardi in spesa pubblica. Tema anche questo su cui la destra si mostra sempre più prudente e incline a contravvenire agli impegni votati dal governo stesso in Europa.

E il paradosso potrebbe essere alla fine proprio questo: una destra “pacifista” e mediatrice su tregua e spartizione in Ucraina, e prona a Trump su tutto il resto, dai dazi a Israele. E una sinistra antitrumpista sul piano dei valori, ma impotente, divisa o addirittura favorevole al riarmo nel segno di un’Europa non garante dell’Ucraina dall’esterno, ma volenterosa e favorevole sia a un riarmo keynesiano-industriale sia al ruolo dell’Europa come antemurale armato della Russia e avversa alla coesistenza pacifica, con Kiev integrata nella difesa europea.

Il che sarebbe un drammatico segnale di insipienza e di frattura con i Cinque Stelle, con i quali pareva essere stata concordata una mozione alla Camera contro Rearm e Fiscal Compact europeo, fin qui saltata e rinviata a nuovo ordine.