Si tratta di un metodo che potremmo definire tirannico. Il presidente impone con violenza le sue volontà che non tengono conto degli altri, ma solo dell’immagine personale del mondo che lui stesso vuole costruire

(di Massimo Ammaniti – repubblica.it) – Non è la prima volta che si parla della salute mentale di Donald Trump. Anche nel 2017 quando fu eletto presidente per il primo mandato ci furono dubbi e interrogativi sul suo equilibrio personale. Addirittura in quell’occasione 27 psichiatri americani di università prestigiose come Yale e Harvard pubblicarono un libro dal titolo allarmante The dangerous case of Donald Trump (Il caso pericoloso di Donald Trump), curato dalla psichiatra di Yale Bandy Lee. Nel libro gli psichiatri pur riconoscendo i limiti di una diagnosi psichiatrica in absentia, ossia in assenza della persona interessata, giunsero a conclusioni inquietanti ipotizzando che Trump potesse avere una personalità pericolosa per la sua megalomania e il suo egotismo strabordante.
Nonostante questa diagnosi Trump è riuscito a raggiungere con una strategia elettorale efficace la seconda incoronazione adottando la parola d’ordine Maga-Make America Great Again a cui hanno risposto con entusiasmo maree di sostenitori ed elettori del popolo americano e ancora di più gli oligarchi delle nuove tecnologie e dell’IA.
È evidente che sia poco giustificabile supporre che Trump possa avere un disturbo psichico che potrebbe ostacolare gravemente i suoi executive order, gli ordini esecutivi con i quali si è imposto come leader mondiale. È stato in grado di applicare regole vincolanti dalla Palestina al Venezuela e ha giocato alzando e abbassando i tassi mondiali a suo piacimento, senza trovare opposizioni significative da parte dei Paesi colpiti.
Questo non vuol dire condividere in alcun modo le sue tattiche politiche, ma ammettere che hanno avuto un metodo efficace, non facile da riconoscere anche perché offuscato dalle sue stravaganze, dai comportamenti erratici e dall’ostentato disprezzo per quanti non condividono le sue decisioni.
Si tratta di un metodo che potremmo definire tirannico, con cui impone con violenza le sue volontà che non tengono conto degli altri, ma solo dell’immagine personale del mondo che lui stesso vuole costruire. E come ha profetizzato nel recente discorso sullo stato dell’Unione, presentandosi come Creso il Re che trasformava tutto in oro, è in arrivo per gli Stati Uniti un’età aurea. D’altra parte il senso grandioso di sé è alimentato dall’enorme potere di cui dispone e dall’opportunismo e dall’acquiescenza dei suoi collaboratori e anche dei suoi stessi oppositori costretti a rincorrerlo continuamente.
Per comprendere Trump più che ricorrere ai trattati di psichiatria occorre cercare di analizzare i cambiamenti antropologici delle classi al potere verificatisi negli ultimi decenni negli Stati Uniti e anche nel nostro Paese, nei quali si sono via via affermate nuove forme di personalità nelle classi dirigenti plasmate dal contesto sociale, politico ed economico.
In Germania, ad esempio, con l’avvento del nazismo giunsero al potere persone con un carattere fortemente autoritario e violento, come è stato poi indagato dalla Scuola di Francoforte guidata da Adorno. Questo è successo anche in Italia negli anni ’70 del secolo scorso quando si è verificato un cambiamento antropologico in alcuni esponenti delle classi imprenditoriali, la cosiddetta razza padrona (come l’avevano definita Scalfari e Turani in un loro libro) che voleva saccheggiare le casse pubbliche per arricchirsi indebitamente.
È quello che sta succedendo oggi in America in cui una razza predona, favorita da un capitalismo rapace, si è impossessata del potere per accumulare capitali smisurati, divorata da un’avidità incontenibile che cancella ogni etica e ogni regola civile.
Queste figure si caratterizzano per la ricerca compulsiva di potere e di dominio sugli altri, accecate da una competizione esasperata e una forte propensione per il rischio. Un narcisismo estremo con un baricentro esistenziale rivolto esclusivamente a sé stessi per garantirsi il proprio piacere e la propria felicità con nessun interesse, addirittura un disprezzo nei confronti delle altre persone, soprattutto quelle più vulnerabili. Non è necessario rifarci al filosofo inglese Thomas Hobbes per farci preconizzare un possibile ritorno alle leggi della giungla.
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Se gli Americani non hanno tolto le leve del potere a Biden che era visibilmente rimbambito, dubito che lo faranno con un Trump pazzo criminale. Dopo tutto non è il Presidente degli Stati Uniti che comanda ma i gruppi di potere finanziario che lo muovono come una marionetta. Speriamo ormai solo nello svelamento dei file Epstein da parte degli hacker, quei 6 milioni di documenti di cui sono 2 milioni sono stati pubblicato con oscuramento dei nomi dei carnefici. Chi è che li tiene e nasconde? Custodi principali dei documenti sono il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ): Detiene il materiale probatorio sequestrato dall’FBI durante le perquisizioni nelle residenze di Epstein (New York e Isole Vergini), inclusi hard disk, dispositivi elettronici e materiale fotografico.
La Corte Federale del Distretto Sud di New York (SDNY): Custodisce i fascicoli dei processi relativi a Epstein e Ghislaine Maxwell. Gran parte dei documenti resi pubblici recentemente (i cosiddetti “Epstein Files” del 2024) provengono dalla causa civile Giuffre v. Maxwell.
La Procura Generale delle Isole Vergini Americane: Gestisce i documenti relativi al patteggiamento e alle indagini sulle attività di Epstein nell’arcipelago, inclusi i registri dei voli e i dati finanziari legati alla gestione delle sue proprietà.
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