Il metodo. Francesca Albanese spiega: “Estraggono frammenti di discorsi, eliminano i contesti, modificano i toni”. Da oltre due anni, un meccanismo sempre più evidente domina il discorso pubblico che circonda il mio mandato di relatrice speciale delle Nazioni Unite sul territorio palestinese occupato. È vieppiù soggetto a vitrioliche polemiche create a arte. Non sono le critiche a preoccuparmi: lo scrutinio è legittimo. Il dissenso è prevedibile, senza eccezioni o quasi: nel mondo dei diritti umani solo chi fa poco o male il proprio lavoro […]

(Estratto di Francesca Albanese – ilfattoquotidiano.it) – […] Da oltre due anni, un meccanismo sempre più evidente domina il discorso pubblico che circonda il mio mandato di relatrice speciale delle Nazioni Unite sul territorio palestinese occupato. È vieppiù soggetto a vitrioliche polemiche create a arte. Non sono le critiche a preoccuparmi: lo scrutinio è legittimo. Il dissenso è prevedibile, senza eccezioni o quasi: nel mondo dei diritti umani solo chi fa poco o male il proprio lavoro, riceve poche critiche. Ciò che è nuovo – e corrosivo – nel mio caso, per intensità e costanza, e corrosivo, è la distorsione sistematica del mio mandato, del mio operato e delle mie dichiarazioni al fine di fabbricare scandali e screditare il mio contributo di esperta indipendente Onu sui diritti umani.
[…] Sono l’ottava persona e la prima donna a ricoprire questo incarico; conferito dal Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, che consiste nell’indagare le violazioni del diritto internazionale nel territorio palestinese occupato da Israele dal 1967. L’attenzione su Israele non è una mia scelta o un’ossessione personale, bensì il perimetro del mio incarico. I miei omologhi su Afghanistan o Iran non vengono accusati di essere “ossessionati” o “monotematici” perché conducono inchieste sul Paese oggetto del loro mandato. Perché allora non mi occupo anche di Hamas o dell’Anp? Me ne occupo in misura proporzionale a ciò che osservo. […]
La risoluzione Onu 1993/2A del ’93 che istituisce il mio mandato fa riferimento a Israele in quanto potenza occupante e ai diritti senza protezione dei palestinesi sotto occupazione. È quindi naturale che sia Israele a essere il principale oggetto di scrutinio nel territorio su cui esercita autorità. Documento i fatti e mi esprimo in punto di diritto. I miei critici sostengono che la focalizzazione su Israele sia sintomo di pregiudizio da parte dell’Onu e di mancanza di neutralità.
Nel luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia ha definitivamente affermato che la presenza di Israele nel territorio palestinese occupato è illegale e deve cessare in modo perentorio e incondizionato. La data ultima per conformarsi a quest’obbligo era settembre 2025. La Corte ha anche riscontrato discriminazione sistemica, violazione del divieto di segregazione razziale e apartheid, insieme a politiche di annessione. Non si tratta di slogan per attivisti, ma di conclusioni giuridiche. Nel corso del mio mandato ho documentato il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, ancora senza indipendenza e protezione, dedicandogli il mio primo rapporto nel settembre 2022. Nei rapporti successivi ho documentato la sistematica e arbitraria privazione della libertà che colpisce i palestinesi da generazioni, la situazione dell’infanzia palestinese.
È stata però la mia analisi sulla complicità delle imprese nel genocidio a suscitare la reazione più dura, fino alle sanzioni adottate dagli Stati Uniti nei miei confronti. Nel mio rapporto più recente ho descritto il genocidio a Gaza come un crimine collettivo, sostenuto con la partecipazione diretta, l’aiuto e l’assistenza di altri Stati, parte di un sistema di complicità globale. Italia inclusa. Anzi, in prima fila. Tra quelli nominati ci sono Stati che oggi mi attaccano apertamente, distogliendo l’attenzione dal genocidio in corso a Gaza da oltre 860 giorni e dal regime di apartheid coloniale che continua a espandersi, a Gaza come in West Bank e Gerusalemme est colpendo l’intero popolo palestinese.
Il mio lavoro si inserisce nel solco tracciato dai miei predecessori, come John Dugard, Richard Falk e Michael Lynk, che hanno documentato, per oltre vent’anni politiche descritte come apartheid, facendosi dare degli “antisemiti” e “sostenitori del terrorismo”.
[…] Le conclusioni del lavoro sui diritti umani, chiunque ne sia l’autore, sono scomode, perché la verità giuridica, quando incide su rapporti di potere consolidati, non può che esserlo. L’ultima campagna contro di me si inserisce in una strategia che dura da decenni: silenziare, intimidire e delegittimare chiunque difenda i diritti del popolo palestinese. Analoghe operazioni di diffamazione hanno colpito in passato altri relatori speciali sulla Palestina, attraverso l’attribuzione di dichiarazioni manipolate o false, finalizzate a ottenerne la rimozione, da parte di gruppi quali UN Watch che, pare, abbia diffuso per prima il video manipolato contro di me. Da anni tali attori promuovono narrazioni che tendono a silenziare la realtà palestinese e, al contempo, di attenuare o giustificare le violazioni attribuite a Israele. Attori che a Ginevra vengono spesso considerati marginali da diplomatici e funzionari delle Nazioni Unite sono invece ritenuti fonti credibili in alcune capitali europee, influenzando il dibattito politico e contribuendo a minare la fiducia nelle istituzioni multilaterali.
Se un’analisi giuridica indipendente, fondata su prove documentate, può essere così facilmente sostituita da rappresentazioni distorte, l’intero dibattito pubblico diviene vulnerabile alla manipolazione. Il diritto internazionale richiede prove, interpretazione e applicazione rigorosa. L’adesione ideologica è irrilevante. Quando il confronto viene sostituito da frammenti montati per suscitare indignazione, diviene impossibile affrontare la sostanza delle accuse — proprio nel momento in cui gravi violazioni dei diritti umani e persino ipotesi di genocidio sono sottoposte al vaglio delle più alte giurisdizioni internazionali.
Ma in molte capitali occidentali, la sostanza giuridica delle conclusioni formulate nell’ambito del mandato viene raramente affrontata. Si concentra l’attenzione sulla persona. Si estraggono frammenti di discorsi, si eliminano i contesti, si modificano i toni, si diffondono insinuazioni atte a suscitare indignazione.
Il casus belli del mio discorso a Doha dopo decine di casi simili, ha permesso alla manipolazione di essere smascherata e di avere grande riverbero a causa dell’assurdità delle accuse, delle personalita coinvolte (il ministro degli Affari esteri francese) e della veemenza nei miei confronti. Ma la questione che preme non è personale: è strutturale. Non è un caso: è un metodo. Tale tecnica è stata impiegata per insinuare che avrei giustificato le atrocità del 7 ottobre, negato crimini quali la violenza sessuale occorsa in quel terribile giorno, o minimizzato la sofferenza degli ostaggi e delle loro famiglie. Nulla di ciò corrisponde al vero. Colpisce, tuttavia, che gli esponenti politici che dedicano tempo ed energia ad attaccare la mia persona non abbiano riservato neppure una frazione di tale veemenza a coloro che ammettono che a Gaza siano state uccise 75.000 persone e sono accusati di crimini internazionali dinanzi alle principali corti internazionali. […]
La critica è elemento essenziale della democrazia. La menzogna la corrode. In una fase in cui le istituzioni globali sono sottoposte a pressioni crescenti, le scelte compiute oggi incideranno in modo determinante sulla loro credibilità futura.[…]
E’ vergognoso che una persona venga trattata in questo modo solo per le sue idee mentre chi ammazza donne bambini e rade al suolo intere città la passa liscia e viene accolto con benevolenza come amico e alleato dalla maggior parte dei paesi nel mondo compresa l’ Italia.Mi chiedo dove sta’ il patriottismo tanto sbandierato da questo governo che dovrebbe includere la difesa della dignità di ogni singolo cittadino.🤔
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Tutta la mia ammirazione e stima incondizionata verso questa donna che con notevole coraggio ha sempre esposto pragmaticamente quello che osservava, continuando pedissequamente ad andare avanti incurante delle conseguenze negative puntualmente sempre arrivate e per assurdo proprio dai paesi cosiddetti civili, baluardi di una democrazia d’accatto che finalmente ha svelato il suo vero volto e i suoi scopi non più nascosti a cui si è accodata anche (ahimè) la nostra Nazione. Ben vengano quindi ( lo auspico) tante Francesca Albanese a fare scogli e da Mose a questa alta marea di mare/mondo impazzito in attesa che passi finalmente questa destrosa burrasca…
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ALESSANDRO DI BATTISTA
Israele tortura i giornalisti in carcere
Il nemico di Israele è la verità.
Il nemico principale di Israele non è il terrorismo (sono gli israeliani, del resto, i peggiori terroristi al mondo). No, il nemico di Israele è la verità. Per questo lo Stato genocida finanzia campagne propagandistiche sui social media, per questo chiede che vengano criminalizzate tutte le voci che si ostinano a raccontare gli orrori sionisti, per questo hanno sterminato 300 giornalisti palestinesi dall’inizio del genocidio e per questo torturano all’interno delle carceri israeliane i giornalisti palestinesi detenuti illegalmente. Anche loro sono ostaggi, anche se nessuno li chiama così.
Il Committee to Protect Journalists (Comitato per la protezione dei giornalisti), meglio noto come Cpj, è un’organizzazione indipendente statunitense con sede a New York. Ha il compito di difendere la libertà di stampa e i diritti di tutti i giornalisti del mondo.
Ebbene, la Cpj ha condotto un’inchiesta sui giornalisti palestinesi detenuti all’interno delle carceri israeliane. La conclusione? Subiscono tutti abusi, violenze, torture, intimidazioni di ogni tipo.
In un rapporto pubblicato il 19 febbraio scorso la Cpj dichiara di aver intervistato 59 giornalisti palestinesi in mano israeliana e, su questi, 58 hanno denunciato “torture, abusi o altre forme di violenza”.
I poliziotti israeliani usano manganelli con i quali, oltre a picchiare, praticano abusi sessuali; utilizzano l’elettroshock, utilizzano tecniche di tortura collaudate come il waterboarding, l’annegamento simulato.
Sami al-Saim, giornalista palestinese, ha detto di essere stato penetrato con un manganello nel carcere israeliano di Megiddo. L’intento è torturare, terrorizzare e lasciare persino cicatrici permanenti, oltre che danni psicologici impossibili da curare. “Hai raccontato la verità su quel che facciamo? Adesso te la facciamo pagare”. Questo è il sionismo, del resto. Da decenni i terroristi israeliani colpiscono i giornalisti palestinesi o gli attivisti internazionali che osano raccontare la verità. Questo avviene da ben prima del 7 ottobre. Andate a leggere la storia di Shireen Abu Akleh o dell’attivista statunitense Rachel Corrie, uccisa a Gaza, precisamente a Rafah, nel marzo del 2003, schiacciata da un bulldozer che stava distruggendo le case dei palestinesi.
Tornando all’inchiesta del Cpj, nel rapporto si legge che i poliziotti israeliani minacciano i giornalisti e anche le famiglie dei giornalisti palestinesi ostaggio dello Stato genocida: “Uccideremo le vostre famiglie”, dicono i torturatori ai torturati.
Amin Baraka, giornalista di al Jazeera, ha detto di essere stato più volte minacciato.
“Un soldato israeliano mi ha detto, parola per parola in arabo, ‘Il corrispondente di Al Jazeera Wael al-Dahdouh ci ha sfidato ed è rimasto nella Striscia di Gaza, quindi abbiamo ucciso la sua famiglia. Uccideremo anche la vostra famiglia’”, ha dichiarato Baraka.
E ancora: “In ogni prigione in cui mi hanno trasferito, sono stato sottoposto ad abusi fisici. Soffro ancora per i colpi allo stomaco… e ho bisogno di un intervento chirurgico”.
Ripeto, il nemico numero uno dello Stato terrorista di Israele è la verità, soprattutto quella che diffondono i giornalisti eroi.
“Le torture non sono episodi isolati ma parte di una strategia deliberata per intimidire e mettere a tacere i giornalisti, e distruggere la loro capacità di testimoniare”, ha affermato Sara Qudah, Direttrice Regionale del CPJ.
L’80% dei giornalisti intervistati è detenuto da Israele in base al sistema di detenzione amministrativa. Cosa significa? Che non sono accusati di nulla. Devono solo stare in carcere senza alcuna accusa e spesso senza il permesso di vedere un avvocato. E c’è ancora chi chiama Israele una democrazia.
Ma non è tutto. Come i terroristi dell’IDF usano la fame come arma di guerra a Gaza, lo stesso fanno i poliziotti all’interno delle carceri. La denutrizione degli ostaggi palestinesi è una strategia realizzata per umiliare e persino uccidere. Andate a vedere le immagini degli ostaggi palestinesi rilasciati, andate a vedere i loro volti.
Rammento che il ministro terrorista della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir si è sempre vantato di aver imposto “condizioni abominevoli” agli ostaggi palestinesi, chiedendo che fossero affamati fino al decesso. Questo è Israele oggi. Uno Stato terrorista, genocida, una dittatura religiosa mascherata da finta democrazia protetta dal 99% del cosiddetto libero e democratico Occidente.
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