I mali della giustizia sono i procedimenti infiniti e le correnti. Dalla moto di Woodcock ai calzini di Mesiano: i magistrati dovrebbero vivere come i preti

(di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – Ho assistito venerdì scorso al dibattito sulla “separazione delle carriere” fra Piercamillo Davigo e il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto. Io mi sono laureato in Giurisprudenza con Gian Domenico Pisapia, l’autore del nuovo Codice di procedura penale del 1988 con una tesi su “Libertà di stampa e segreto istruttorio”, che mi valse il 110 e lode e che mi pare ancora molto attuale.
Bene. Ci ho cpaito poco. I relatori parlavano uno strettissimo “giuridicese”, quasi più ostico del “marxese” usato oggi dall’ultimo giornale veramente di sinistra, il manifesto. Quando ero giovane cronista all’Avanti! facevo la giudiziaria e inoltre, avendo avuto ventitré processi, tutti vinti, ho qualche esperienza fatta sulla mia propria pelle. Quindi dello iure dovrei sapere qualcosa.
Per prima cosa non credo che la “separazione delle carriere” sia un vero problema o se lo fosse è del tutto marginale. Davigo, come buona parte del centrosinistra, sostiene che “potrebbe” diventarlo perché porterebbe a sottoporre il pm all’esecutivo. Sisto, che certamente non è un soggetto raccomandabile, perché è stato l’avvocato di Berlusconi e ne prosegue la linea, si è però giustamente inalberato di fronte a quel “potrebbe” perché è un cattolico processo alle intenzioni. In diritto, in politica e in generale nella vita si giudicano i fatti non le intenzioni. Putin voleva annettersi tutta l’Ucraina? Non l’ha fatto e a questo dato bisogna stare. I veri problemi della nostra Giustizia sono altri. Due in particolare, in ordine di gravità: l’esasperante lunghezza del processo e delle procedure e le correnti in cui si dividono i magistrati.
Gli anglosassoni hanno preso dal diritto romano, un diritto pragmatico, contadino oserei dire, che privilegia la velocità delle procedure sulla certezza del giudizio scontando quindi anche qualche errore (a Ceylon il diritto latino è pari pari quello dei Romani come nel Duecento a.C.) noi abbiamo preso invece dal diritto di Gaio e Giustiniano (le Pandette del 530 circa d.C.). Questo diritto intende arrivare alla certezza assoluta con una serie di corsi e controricorsi, controlli contro controlli, esami controesami. Ma nella realtà pratica non è nemmeno così, perché nel frattempo i testimoni sono morti, le carte sono ingiallite, ecc. Recentemente, da quando Silvio Berlusconi divenne per la prima volta capo del governo le cose sono ulteriormente peggiorate perché Berlusconi ha disseminato il Codice di procedura penale di una tal serie di norme fintamente garantiste in modo da arrivare a un “fine processo mai” (si è detto di passata: termini come “garantista” e “giustizialista”, che occupano, almeno dall’epoca di Mani pulite l’intero dibattito pubblico, non esistono in nessun altro paese al mondo: non esiste un’applicazione della legge garantista e un’altra giustizialista, esiste semplicemente l’applicazione della legge, alla quale il magistrato si deve attenere).
L’altro problema cui accennavo è quello dell’esistenza delle “correnti” nella magistratura. Perché le correnti si richiamano a questa o quella ideologia, di sinistra, di destra, di centro, non importa. Ora il magistrato come la moglie di Cesare “non solo deve essere onesto, ma deve anche apparire onesto”. Ora che tranquillità posso avere io cittadino se so che il magistrato nei suoi atti è indirizzato a una ideologia?
C’è stata un’involuzione anche nei magistrati. Un tempo il magistrato parlava solo “per atti e documenti” cioè non rilasciava interviste, non faceva conferenze e via di seguito. La cosa ha resistito in parte anche durante il primo periodo di Mani pulite. Se voi andate a ripercorrere quel periodo, né Di Pietro, né Francesco Saverio Borrelli, pur sollecitati da ogni parte non rilasciavano interviste. E io che scrivevo all’ora per l’Indipendente mi riferivo sempre e solo alla Procura della Repubblica di Milano. E ciò si intreccia con un’altra questione, il Codice di Alfredo Rocco, che sarà stato anche fascista, ma era un grande giurista, non prevedeva avanzamenti di carriera fra i magistrati se non per età. E questo proprio per evitare il personalismo dei magistrati, perché la funzione in quanto tale è inattaccabile, il magistrato no, perché se anche lui personalmente è integerrimo avrà comunque una moglie, una fidanzata, dei figli. In questi anni ho visto comportarsi in questo modo asettico solo il pm Henry John Woodcock, non a caso di origini inglesi, che quando lasciava l’abitazione nella quale viveva con la fidanzata non le faceva sapere nemmeno dove andava. Per questo è stato sempre odiatissimo. Dalla destra, ma non solo, che per far vedere che non aveva la testa a posto lo fotografò su una motocicletta. Peggio capitò al giudice Raimondo Mesiano, colpevole di aver concluso a favore della Cir di De Benedetti contro la Fininvest la vertenza per la proprietà della Mondadori. Mesiano fotografato da un programma Mediaset mentre, alla fine di un’udienza, fumava una sigaretta in un giardinetto pubblico indossava, sotto il risvolto dei pantaloni, dei calzini turchesi. E questo fu ritenuto un segno della sua bizzarria e della non idoneità a fare il magistrato. I responsabili del programma furono poi sanzionati in nome del rispetto della privacy, ma intanto il danno d’immagine era stato fatto.
Ho detto prima che i magistrati non dovrebbero rilasciare interviste né fare conferenze. Ma, si obietta: il diritto di parola è garantito dalla Costituzione all’articolo 21. Ci sono professioni che stanno nell’ambito istituzionale e che limitano questo diritto. Il Presidente della Repubblica, per esempio, non può dimostrare in alcun modo la sua simpatia per questo o quel partito. Lo faceva Francesco Cossiga, chiamato la “lepre marzolina” dagli inglesi, violando non solo il galateo istituzionale, ma la legge in quanto tale (Gladio). Il magistrato dovrebbe poi stare molto attento nelle sue frequentazioni. Insomma la sua è, o dovrebbe essere, una vita d’asceta, dovrebbe corrispondere a una vocazione come quella dei sacerdoti.
bah.
un madornale errore di Fini, che da gionalista di lungo corso dovrebbe sapere
“separazione delle carriere” contiene una cosa aberrante: il governo decide quale saranno i reati che si dovranno perseguire, non ci sarà più l’obbligatorietà dell’azione penale.
Era quello che voleva Berlusca, resuscitato con questa riforma.
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Gelli e B. erano a favore, e mai nella loro esistenza hanno fatto qualcosa che non fosse nei loro interessi ed a favore del bene comune, Gratteri invece e’ contrario. Non serve sapere altro.
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e il tuo amichetto di Rignano? che dice? che dice? che vota? che vota?
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Guarda che pure io sono a favore della separazione delle carriere ED, come del resto lo era Falcone, molti del PD che ora se lo negano, come sono a favore fior di professori e avvocati; del resto è un sistema che esiste ovunque tranne che in Italia. Ma nonostante io sia a favore, io voterò contro, anzi voterò contro proprio perchè sono a favore, perchè questa non è la separazione delle carriere, che è un’altra cosa, non è questa cosa che hanno fatto loro che non so nemmeno identificare. E’ una specie di ibrido, boh.
La separazione delle carriere è quella che c’è negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Germania, in Francia (giusto per citare quattro stati), non questa cosa qua.
Creare un CSM solo per i PM e non abolire l’obbligatorietà dell’azione penale (che pur essendoci è una barzelletta, ma il discorso è lungo) vuol dire che la separazione delle carriere non esiste.
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Cioé: la dichiarata intenzione da parte di questo cosiddetto governo di deprecabili assistenti pescivendoli scappati di casa di perseguire la separazione delle carriere a tutti i costi sarebbe solo un fuoco di paglia e sennó merita comunque il beneficio del dubbio, secondo questo emerito 110 e lode. Spiacente, ciccio, ma io il beneficio del dubbio a questi biechi rubagalline non glielo dó.
È interessante come nel fumoso articoletto il 110 e lode non menzioni anche Gratteri, che non si esprime affatto in “giuridicese” (che un 110 e lode dovrebbe pure poter capire) nè tantomeno in “marxese” (il contrario del “fascistazzese”, suppongo). Lui l’ha spiegato innumerevoli volte con linguaggio chiarissimo che i millantati benefici di tale riforma de facto non esistono (Gratteri i 110 e lode se li pappa in un boccone a colazione) e che l’intenzione e l’introduzione della divisione delle carriere da parte del governo di Bancodelpesce e dei suoi accoliti è precisamente quella di sottoporre il pm ai diktat del governo e di fargli fare (e soprattutto non fare) quel che il governo vuole (e soprattutto non vuole). Punto. Non so di cos’altro c’è bisogno per farlo capire anche ai piú, ehm, distratti.
Questo grattarsi argomentativamente la scapola destra col piede sinistro è tipicamente italico e intellettualiòta e ha veramente stancato (leggi: rotto le scatole). Se qui si voleva essenzialmente mostrare il proprio patentino di destra allora questa è l’unica cosa che è davvero riuscita.
Tirémm innánz.
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Ma carissimo Massimo, per abbreviare i procedimenti, esattamente nel solco di quella grandissima luminare della Cartabia, c’è una soluzione più efficace della riforma della Giustizia: cancelliamo tutti i reati, al posto dei tribunali ci mettiamo gli studentati, così con una fava ci pigliamo due piccioni, e bruciamo tutti i testi normativi dall’antica Roma a oggi. Liberi tutti e non ci pensiamo più!
Svuotiamo le carceri e abbattiamole, al loro posto ci facciamo parchi e orti urbani.
Quindi, ricapitolando, per sveltire i processi e le indagini non occorre potenziare il personale, le cancellerie, aprire ai concorsi, razionalizzare le norme e garantire la certezza della pena, per sveltire i processi occorre separare le carriere e togliere l’obbligatorietà dell’azione penale.
Beh non c’è che dire, siamo in una botte di vino.
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EL, scusa, ma lui non vuole dare soluzioni; sta solo criticando l’abitudne italica di fissarsi sul particolare perdendo di vista la visione generale.
Il problema non è la divisione delle carriere ma tutto l’impianto giuridico e soprattutto etico del Sistema Giustizia. Il che significa che ci deve essere un cambio di persone che gestiscono questi apparati.
Con le forze politiche di cui disponiamo (a cominciare dal PdR capo della magistratura) non mi pare possibile una rivoluzione del genere.
Finché non si cambia l’approccio e la mentalità ci possiamo dividere in pro e contro, non si risolverà un beato cavolo…
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Come ho già avuto modo di dire più volte su queste pagine, io voterò NO al referendum, perchè questa cosa che hanno fatto NON è la separazione delle carriere. Io, che sono a favore, non posso votare una cosa che di fatto non cambia nulla rispetto al sistema attuale. L’unica novità è il CSM a sorteggio che spezzerà il potere delle correnti, ma per il resto è tutto uguale.
Chi è a favore della separazione delle carriere come me non può votare a favore di questo referendum perchè, lo ripeto, questa riforma non introduce la separazione delle carriere.
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Grazie Massimo, avanti
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Non per fare l’avvocato dell’avvocato delle cause perse, quello che ho capito dell’articolo di Fini è che lui vorrebbe una magistratura non politicizzata e correntizia ma defilata, lontana dai pubblici dibattiti.
Che le carriere siano unificate o divise, poco importa se tutto intorno è melma e corruzione, tant’è che il bravo Caimano sapeva dove andare a comprare.
Infatti mentre chiagneva era lui che fotteva le leggi e il popolo che l’aveva votato.
Ergo: finché ci saranno magistrati venduti, politici delinquenti e popolo bue, con qualunque riforma non si va da nessuna parte.
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A proposito di giustizia e paese marcio. Un Gigi Moncalvo che analizza la situazione attuale e ce n’è per tutti.
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Un altro meno uguale degli altri per il quale la giustizia è à la carte a prescindere.
Basta la parola come per un famoso confetto… basta chiamarsi come lui!
Moncalvo informatissimo al vetriolo: la verità sul pagamento spontaneo dei 180 milioni di tasse evase dai furbetti della F.I.C.A-elkann durante la querelle sull’eredità della nonna con la madre agnelli.
Spiegata anche la audizione di jaky in parlamento a marzo di quest’anno.
Di cosa avranno parlato?
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Ecco, ripostato!
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