Restando in Italia avrebbero una posizione sociale ed economica peggiore rispetto ai loro genitori. Negli ultimi venti anni gli under 35 sono diminuiti di 3,5 milioni registrando un calo del 21%

(di Ilvo Diamanti – repubblica.it) – L’Italia non è un Paese per giovani. E, anzitutto, non è un Paese di giovani. Al contrario. È il più anziano d’Europa. Secondo i dati di Eurostat, infatti, metà della popolazione italiana supera i 48 anni e circa un quarto più di 65. In sintesi, l’età media degli italiani è di 46,4 anni.
Calata in modo significativo la popolazione più giovane. Negli ultimi due decenni, infatti, abbiamo assistito a una riduzione di quasi 3,5 milioni di giovani under 35, con un tasso di decremento di circa il 21%. Questo fenomeno ha colpito particolarmente il segmento femminile, con una diminuzione di circa il 23%. Un dato che, rispetto all’incidenza dei giovani sulla popolazione, pone l’Italia ben sotto la media dell’Unione Europea. È anche per questa ragione che gli italiani hanno una visione pessimista, sul futuro dei giovani. Come mostra un recente sondaggio condotto da Demos per Repubblica. Quasi due terzi degli intervistati, infatti, ritengono che i giovani di oggi avranno, in futuro, una posizione sociale ed economica peggiore rispetto a quella dei loro genitori.
Negli ultimi 20 anni solo tra il 2012 e il 2017 si è osservata una valutazione sensibilmente più pessimista, con valori oltre il 70%. Tuttavia, allora la quota di coloro che ritenevano il futuro dei giovani in modo più positivo era maggiore. Superava di poco il 10%. Mentre attualmente è di poco al di sotto del 10%. Oggi, come ieri, invece, prevale decisamente l’atteggiamento opposto. La sfiducia. Che si traduce nella convinzione che sarà difficile, per i giovani sopravvivere in futuro. E al futuro. Visto che avranno pensioni inadeguate. Insufficienti. Così, se intendono fare carriera, l’unica strada possibile, per loro, è partire. Andarsene altrove. Oltre confine. In particolare, in Europa. Come già avviene. Molti giovani italiani, infatti, durante l’età degli studi partono per specializzarsi e qualificarsi in settori che in Italia non hanno centri di formazione (ritenuti) adeguati. O, più semplicemente, perché cercano opportunità e occasioni per nuove esperienze. Altrove. In altri Paesi. Si tratta di una tendenza utile e positiva, perché permette loro di sperimentare percorsi di formazione diversi. E perché, comunque, allarga gli orizzonti della nostra società.

Il problema è che molti di questi giovani partono. Ma non rientrano. Non solo perché trovano soluzioni e ambienti interessanti. Ma perché in Italia le opportunità di fare carriera e, comunque, di dare seguito alle competenze e alle esigenze acquisite sono ritenute inadeguate. Comunque, più limitate. Per questa ragione, nelle nostre indagini, abbiamo parlato, in alcune occasioni, di generazione “E”. Europea. In seguito, “G”. Globale. Per definire una generazione proiettata verso l’Europa e il Mondo. Oltre i confini. Perché i nostri confini sono divenuti sempre più angusti. E costrittivi. E per questo oltre 8 persone su 10, se pensano al loro futuro professionale, guardano e si proiettano oltre confine. Una misura che sale ulteriormente fra i più giovani e raggiunge l’87% fra gli studenti. Non ci sono, invece, grandi differenze, in base alla posizione politica e di partito. Anche se l’invito ad andare altrove appare un po’ più ampio fra gli elettori di centrosinistra.
Occorre sottolineare, inoltre, come questa tendenza abbia riflessi cognitivi significativi. In quanto modifica anche la nostra concezione della vita. E del suo percorso. In particolare, ha determinato e determina un mutamento significativo della definizione stessa della giovinezza. E, ovviamente, della vecchiaia. Agli occhi e nella testa dei cittadini, infatti, si è giovani sempre più a lungo. Mentre l’inizio della vecchiaia viene spostato più avanti, nel corso della vita. In altri termini: ci si percepisce per sempre o quasi sempre giovani. E, parallelamente, quasi mai vecchi. Secondo un sondaggio condotto da Demos per la Fondazione Unipolis nel 2022, infatti, si resta giovani fino a 51 anni. E si diventa vecchi a 74 anni. Secondo i più anziani, oltre gli 80. In altri termini, se si considerano le statistiche demografiche sulle aspettative di vita, si accetta la vecchiaia solo dopo morti.
Per queste ragioni dobbiamo guardare ai giovani con attenzione. Investire su di loro. Perché i giovani sono il futuro. E se si accetta di sbiadirne l’immagine, in realtà, si sbiadisce il futuro. Si delinea una società confusa e senza futuro. Perché, in questo modo, anche il presente è sbiadito. Anzi, è già passato.
importiamo manopera a bassissimo costo ed esportiamo persone ambizionse e super qualificate, il conto torna.
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Il tema non è nuovo; si tratta di un flusso di persone che, fatta eccezione il periodo del covid, non si è mai arrestato.
La cosa che, per quanto ne so e che l’articolo non cita , desta maggiore preoccupazione è il fatto che i giovani che lasciano il proprio luogo di residenza non provengono solo dal sud Italia, ma anche dalla Lombardia ed i proporzione del tutto paragonabile a quelle del sud.
Non credo che quest’emorragia si arrestera’ anche perché di proposte concrete per arrestarla non se ne vedono.
Tutti pronti a proporre misure elettoralistiche, utili per sterili dibattiti e tentare di acchiappare i consensi dei fessi.
Qualcuno è in grado di dirmi a cosa serve discutere se abolire o meno il jobs act quando, anche se venisse abolito, chi lavora prende salari da fame?
Quale sarebbe la soluzione? Istituire il salario minimo?
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E poi se ne vanno tutti, non te ne accorgi che se ne vanno tutti?
Era il 2011.
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