(Stefano Rossi) – Viviamo il tempo in cui tutto è possibile ma non è una fortuna.

Nella scuola De Amicis di Agna (PD), si ripete la ridicola manipolazione di tradizioni natalizie per mano di una politica ben chiara e determinata che però si nasconde dietro la corrente americana che chiamano “politically correct”.

È sempre la stessa storia.

Per la recita di Natale, e dicasi Natale, le insegnanti hanno pensato bene di cambiare il nome di Gesù con cucù.

Molti genitori sono andati a protestare in massa dalla dirigente Caterina Rigato che si sarebbe difesa così: “Per errore è stato consegnato ai piccoli non il testo definitivo del motivetto, ma quello che aveva avuto delle correzioni. In sostanza per sbaglio abbiamo dato agli alunni quella che era soltanto una bozza”.

A parte il fatto che la bozza serviva per esercitarsi a casa, quindi, per quale motivo i ragazzi dovevano dire cucù al posto di Gesù?

Ma alcune insegnanti si sono esposte con la solita tiritera: “Non vogliamo offendere i bambini di altre religioni”.

Il politicamente corretto non c’entra nulla!

Perché non chiamiamo le cose con il loro nome?

Abbiamo un Michele Serra (ateo) che ha montato un caso inesistente sostenendo che “la Chiesa” e il CAI (senza specificare chi, come, dove, quando e perché) sono d’accordo affinché non vengano montate altre croci sulle vette delle montagne. Dichiarazione falsa e priva di fondamento. E il CAI lo ha prontamente sconfessato.

Abbiamo la piddina Alessandra Moretti che si era inventata le tendine da applicare al cimitero per nascondere le croci per la medesima ragione: non offendere le persone “laiche” diceva lei (siccome invocano la fake, ecco il link https://www.youtube.com/watch?v=quRjJczHYt0).

Abbiamo Michele Serra e Aldo Cazzullo (giornalisti non storici) che sostengono che gli antichi romani (quali romani? repubblicani? imperiali? o del tardo impero?) erano molto più aperti di noi in tema di immigrazione. La prova? L’editto di Caracalla. Essi dimenticano che l’imperatore Marco Aurelio Severo Antonino Pio Augusto, detto Caracalla, visse nel III secolo d.C., cioè, verso la fine dell’impero, quando non c’erano più i civis romanus ma meri sudditi che avevano già perso da decenni i diritti dei loro antenati. Caracalla estese solo la sudditanza ma lasciamo perdere.

Abbiamo l’On. Laura Boldrini che non la sentiamo mai quando gli omicidi efferati sono commessi da stranieri ma solo quando riguardano assassini nostrani con una novità: ha scoperto il patriarcato di recente; non certo quando venne strangolata la povera Saman Abbass, palesemente vissuta in una famiglia patriarcale, no, ella scopre il patriarcato solo quando un certo Filippo Turetta ha fatto fuori a coltellate la sua ex Giulia, palesemente vissuto in una famiglia non patriarcale.

Non può mancare Corrado Formigli che se ne uscì malamente così: “La cultura italiana non esiste”, ed ecco la sua spiegazione: “Le seconde generazioni stanno cambiando la nostra cultura. Stiamo imparando anche dagli stranieri cose che non sapevamo”. Egli, dal basso della sua lungimiranza non capisce che si può certo imparare dagli stranieri, come da tutti del resto, ma per quale diavolo di motivo si deve rinunciare alla propria di cultura non è dato sapere.

Il sindaco di Napoli, Manfredi, che chiede di festeggiare i “natali” non il Natale ma qui mi fermo. Per la spiegazione ci vorrebbe un bravo psichiatra. O un esorcista.

Paradossalmente coloro che si credono inclusivi verso gli stranieri sono disinvoltamente divisivi e feroci contro i propri connazionali.

D’altra parte, un tempo, queste persone ritenevano parole come “Patria”, “Nazione”, “tradizioni” dei tabù, buone solo per i fascisti.

E difatti, uno che difende le proprie radici è sospettato di essere di destra se non apertamente nostalgico.

Così è la vita.