Con il passare dei giorni la speranza di essere salvati svanisce e resta solo un grande senso di perdita

Abbandonati in un buco e disperati, l’angoscia di chi è nelle mani della jihad

(DOMENICO QUIRICO – lastampa.it) – La situazione mi è familiare, ho già provato una cosa simile: uomini donne bambini trascinati via, incappucciati, picchiati, umiliati, rinchiusi in fetidi buchi. Gli ostaggi, i sequestrati. Ho già vissuto nel passato quello che sta accadendo nel presente, in Israele, a Gaza. Gli psicologi credo lo definiscano «il ricordo del presente». Mai però mi è accaduto con tanta forza, con questa intensa impressione di realtà.

La situazione tragica, lo scantinato buio, i miliziani armati di mitra cupi, urlanti, violenti, hanno giù ucciso, tanto. E sono pronti a farlo ancora con quelle vite che hanno afferrato, che possono buttar via come se fossero cartucce vuote. Chi ha vissuto un sequestro si illude di poter parlare, muoversi, agire come se avesse ormai visto tutto e sia dunque pronto ad accettare qualsiasi cosa. Ebbene: non è così. Credo sia colpa del fatto che la presa di ostaggi in genere è una tragedia, nel suo prologo, avvolta di buio, fatta di assenza. Vive poi, quel momento, nei ricordi solo di chi l’ha vissuto, vittime e carnefici. Nella fascia di Israele che Hamas ha invaso per molte ore invece tutto è stato registrato, filmato in sequenze convulse ma nitide, si vedono i volti, si odono le urla che invocano pietà, è poi trasmesso, moltiplicato. Si fa racconto in diretta. Gli ostaggi vengono privati così dell’unico misero diritto che sembra restar loro, quello di vivere senza pubblicità e esibizioni il proprio dramma, la paura, la violenta disumanizzazione. Perché gli ostaggi di Gaza sono ostaggi non di un movimento nazionalista o che esige l’indipendenza di una terra che rivendica in base a antiche rimembranze e torti recenti: sono ostaggi del Jihad, di una guerra santa, ovvero di chi con molti nomi, Al Qaeda, Isis, Hamas, Jihad islamica, Al-Shabaab pretende di purificare il mondo. Gli ebrei, gli occidentali che per loro si confondono in un unico rifiuto, sono oggetti-ostaggio di cui si è preso il controllo, cose che possono venir utili per scambiarli, ricattare, mostrare il proprio potere. Sì, anche questo: mostrare le vittime, universalizzare il loro dolore è un messaggio di potere e una seduzione. Ecco a voi: questi sono coloro che credevate invincibili, potenti, ricchi. Guardate come urlano, piangono, scongiurano che non li uccidiamo. Non a caso i miliziani islamisti non scandiscono «Siria libera» o «Palestina libera», lodano dio: Allah akbar! Che non rifiuta loro nulla, perfino di servirsi del Male. Senza la sua complicità non sopporterebbero tutto questo. I palestinesi laici, l’Olp, che sconta anche corruzione e inefficienza, chi crede in una possibile convivenza, sono tra i bersagli e le vittime di questa «guerra santa».

L’inizio della prigionia. È l’ora della solitudine. Perché ci vuole del tempo per arrivare alla liberazione del sentirsi senza speranza. Sì, la liberazione dalla volontà dell’io: com’è tenace, purtroppo, nel suo desiderio di vivere, di esistere, nel desiderio della nuda e cruda esistenza. La perfetta bonaccia, invece, è quella del diventare passività, quando non si ha più nulla da sperare, come un insetto che si finge morto ma non è morto. A un tratto non si ha più paura, non c’è più disperazione, un lusso che dopo settimane, mesi non ci si può più permettere. Non si è che occhio e passività: e si raggiunge una strana pacata chiarezza. I carcerieri vanno e vengono, portano cibo e acqua o ti privano di tutto, picchiano, minacciano, ti regalano vacue speranze. Lo sforzo che si sprecherebbe per dar rilievo a tutto questo dovresti sottrarlo all’essenza del sopravvivere e così indebolirla. Lo impari presto.

Ma questo viene dopo, con il tempo. All’inizio pensi solo disperatamente a una cosa: cosa stanno facendo l’esercito, i miei cari, gli altri per liberarmi? Questo è il ricatto più perverso e diabolico di un sequestro: rovesciare cioè le parti, capovolgere la colpa. La tua vita dipende non da coloro che ti hanno rapito, ma da quelli che soffrono per te. Dove sono? Perché non vengono? A poco a poco cominci a odiarli più che i tuoi carcerieri.

Ascolti i rumori. Scruti nel buio, ti senti abbandonato, solo, infelice. Dopo un po’ provi uno sconfinato senso di perdita, è più che una fitta di dolore, è una penombra che avanza strisciando e copre e svuota tutto. Ripensi al momento in cui loro, i jihadisti sono apparsi: eri in strada, in casa dove ti credevi al sicuro, a una festa musicale in mezzo a centinaia di persone. Quegli istanti sono uno specchio in cui puoi scoprire due immagini: quello che eri e quello che il destino ha fatto realmente di te.I rapiti di Hamas sanno chi sono coloro che li detengono, conoscono le storie degli israeliani prigionieri degli islamisti: ombre di cui non si hanno notizie per anni, dei negoziati per riportare a casa cadaveri. Sei vestito di stracci, goffo, disarmato. Fiutano la tua paura. Ti guardano con il sorriso crudele che hai visto nelle loro guerre sante. Che vuol dire quel sorriso, cosa sanno di te? Hai l’impressione che quegli occhi ti seguano sempre nell’ombra e ti vedi nei loro occhi.

Cerchi di concentrarti su chi ti dovrebbe portare la libertà, fai calcoli delle possibilità: un’operazione delle forze speciali, in fondo Israele ha liberato ostaggi in fondo all’Africa, a Entebbe… qui a due passi dal suo territorio non dovrebbe esser difficile… ma se questa volta decidesse che sconfiggere Hamas è più importante della tua vita, in fondo cosa vali per i politici… poco o nulla. La fantasia non ha bisogno che di due chiodi per appendere i suoi veli. Abbandonato in una botola, da tutti gli angoli il vuoto comincia a strisciarti attorno. Non verranno… ma cerchi con il lumicino di fragili ragionamenti, Israele non abbandona i suoi e i governi arabi amici medieranno… cerchi di illuminare le ombre, i fuochi fatui di te stesso.

Sono stato prigioniero con il cittadino di uno dei Paesi che non trattano con i terroristi, per principio, per scelta strategica, che se possono danno loro la caccia, indipendentemente. Confesso: non sono in grado di sviscerare la tumefazione di quella orribile certezza che li assorbe, fin dal primo istante del rapimento. Per loro il tempo è un infuso di morte che si accoglie goccia a goccia, ogni giorno una goccia in più e diventa più forte e si trasforma in un acido che intorbida il sangue e lo distrugge.

Immagino che gli sventurati prigionieri di Gaza sentano nei tunnel dove sono stati nascosti il fragore dei bombardamenti con cui Israele sfoga la sua voglia di reagire, per non mostrarsi impotente di fronte all’offesa sanguinosa. Sentono il sibilo degli aerei così vicini che sembrano sopra di loro. Con il passare dei giorni ti abitui a quel rumore e non hai più dubbi che nulla abbia a che fare con te. Diventa impossibile distinguere i confini tra realtà e fantasia. La notte si fa densa.