La violenza sulle donne va punita, ma la società deve rispondere soprattutto con la diffusione di nuovi modelli culturali

(di Chiara Saraceno – repubblica.it) – L’accavallarsi di femminicidi, stupri o tentati stupri, molestie sessuali più o meno pesanti, ma anche ritardi negli interventi giudiziari, sottovalutazione delle denunce e richieste di aiuto, sentenze di assoluzione con argomentazioni sorprendenti, mostra che siamo di fronte ad un enorme problema culturale. Riguarda trasversalmente tutti i ceti sociali e tutte le istituzioni, in particolare di quelle – polizia, carabinieri e magistratura – che avrebbero il compito non solo di evitare che accada il peggio e di proteggere le vittime, ma anche di ribadire l’inviolabilità del corpo femminile senza il consenso di chi lo abita. “Il corpo è mio e lo gestisco io” cantavano liberatoriamente le femministe negli anni settanta, per denunciare il divieto di contraccezione e aborto, la doppia morale che consentiva agli uomini ogni libertà sessuale ma divideva le donne in “per bene” e “puttane” solo in base al loro comportamento sessuale. A cinquant’anni di distanza, non solo la cultura che il femminismo denunciava continua a lavorare sotterraneamente, ma quel canto liberatorio da troppi uomini viene rovesciato in “la donna è mia e ne faccio quello che voglio io”. Sono gli uomini che uccidono le proprie compagne o ex compagne perché non ne accettano comportamenti e decisioni, come se la ferita narcisistica di una separazione o dell’essere sostituiti con qualcun altro potesse essere solo sanata con il sangue – con il buon vecchio delitto d’onore. Sono gli uomini che ubriacano le proprie amiche o chi incontrano per caso una sera al bar o in discoteca, o aspettano che lo facciano da sole, autonomamente, per poi stuprarle con comodo. Sono gli uomini che aggrediscono e violentano, anche in pieno giorno, una donna che passeggia, va al lavoro, corre in un parco. Sono gli uomini che mettono le mani addosso, palpeggiano, si strusciano, sui mezzi pubblici, al lavoro, persino sulle scale di una scuola. Purtroppo questi uomini talvolta trovano responsabili della sicurezza dei cittadini (delle cittadine, in questo caso) che non ascoltano con abbastanza attenzione le denunce e richieste di aiuto delle donne, come è avvenuto da ultimo ad Anna Scala, uccisa dall’ex marito nonostante mesi di denunce che, non sono bastate a far scattare il codice rosso e relativo protocollo di messa in sicurezza. Talvolta trovano giudici che giustificano il femminicidio con l’attenuante della provocazione da parte della vittima, non perché questa avesse iniziato per prima ad aggredire chi poi la ha uccisa, ma perché con il suo comportamento (rapporti con altri uomini) lo aveva esasperato e offeso, una riedizione del delitto d’onore. Oppure lo giustificano, come è avvenuto di recente al tribunale di Roma in un caso di stupro di gruppo, perché gli autori “condizionati da un’inammissibile concezione pornografica delle loro relazioni con il genere femminile hanno errato nel ritenere sussistente il consenso”. La, pur “inammissibile”, concezione pornografica dei rapporti uomo è trasformata in una sorta di handicap che cancella il reato. Meno drammatica, ma analogamente significativa, è stata la sentenza che ha mandato assolto il bidello che aveva messo le mani nelle mutandine di una ragazza che saliva le scale, sollevandola poi di peso. La brevità dell’atto, il fatto che sia avvenuto in luogo pubblico, ha indotto la giudice a valutarlo come gesto scherzoso invece che, non dico una violenza, ma certo una molestia sessuale. Poi ci si stupisce che le donne facciano così fatica a denunciare, o aspettino tanto tempo a farlo.

Minacciare la castrazione chimica, come periodicamente propone Salvini, non serve. Il timore della pena non è mai stato un deterrente efficace per i delinquenti, non si vede come possa esserlo per chi non è capace culturalmente e psicologicamente di accettare l’autonomia delle donne e l’inviolabilità dei loro corpi. Occorre certo rafforzare gli strumenti che rendono operativo il codice rosso. Ma occorre anche un lavoro culturale diffuso e in profondità, che aiuti a costruire un modello di maschilità che non dipenda da un malinteso senso di superiorità e possesso nei confronti delle donne, ed anche che sia meno animalesco – “Faceva un po’ schifo – ha scritto in una chat uno dei sette stupratori di una ragazza di Palermo, descrivendo l’assalto come quello di un gruppo di cani infoiati su una gattina – ma la carne è carne”. Un lavoro che deve iniziare dai bambini e dai loro educatori/educatrici, rafforzare capillarmente il processo già iniziato nelle Forze dell’ordine, investire sistematicamente la magistratura. Anche il sistema di comunicazione deve fare la sua parte e le sue auto-critiche.
Ci va vicino ma non lo dice. Come mai questi uomini sono così carenti nell’educazione affettiva e nell’equilibrio emotivo? In genere è incaricato di dare questa formazione chi se ne prende cura, in maniera preponderante le mamme; quindi attenendoci alla logica, e non alla polemica, si potrebbe anche dire “educhiamo le donne ad educare i figli” per tutelare maschi e femmine?
O sembra tanto brutto e disturbante dirlo
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Eh già.
Del resto basta vedere i delinquenti: ce ne fosse uno LGBTQI+ sono tutti etero e pieni di donne (vedi M.M.Denaro).
Ma questo è ovviamente qualcosa da non dire manco sotto tortura.
””Sono gli uomini che uccidono le proprie compagne o ex compagne perché non ne accettano comportamenti e decisioni, come se la ferita narcisistica di una separazione o dell’essere sostituiti con qualcun altro potesse essere solo sanata con il sangue – con il buon vecchio delitto d’onore. ””
Invece le donne uccidono i bambini e passano per seminferme di mente perché ‘c’hanno la sindrome post-parto’ (magari dopo 3 anni dal parto).
Non parliamo poi di quanti uomini si suicidano a causa delle donne (specie dopo i matrimoni falliti). Ma questo le scarpette rosse non lo calcolano.
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E a quelli di ” Repubblica ” chi li educa per difendere la verità ?
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Si educa attraverso l’esempio, non le parole. E tanto meno la propaganda ormai asfissiante del politicamente corretto che nell’adolescente può dare assuefazione.
Il bambino impara ciò che vive .
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