Il Niger è l’ultimo di una lunga serie, dalla Libia, alla Siria, alla Russia, dove hanno fallito. Sono inique e colpiscono soltanto i poveracci, ma ci servono a marchiare i “nostri” nemici

(DOMENICO QUIRICO – lastampa.it) – Dunque ci risiamo: le sanzioni. E questa volta è davvero imperdonabile. Ci mettono nella condizione amaramente buffa di dover dar ragione a un golpista qualsiasi, per di più subsahariano, tal generale Tchiani, “uomo forte” del Niger come si dice un po’ dilatando la metafora. Di più: dobbiamo utilizzarne umilmente le parole, l’aggettivo inchiodatore, ringraziandolo di aver utilizzato, per evitare fraintendimenti, il francese, la lingua del colonizzatore. Sì, il paese che, sessantanni dopo il “dies a quo” da cui si conta la fine del colonialismo, tiene in piedi i suoi interessi quaggiù, solo africanizzando un po’ il nucleo genetico di prepotenze e ingerenze.
Il generale ha detto: le sanzioni imposte al suo Paese e ora estese anche al Burkina Faso, un posto dove persino i migranti che vengono da un po’ più giù fan la figura di benestanti, sono «inumane». Ben detto. È così. E immaginiamo lo abbia ripetuto in tamasheq, songhai, kanut, hausa, che sono le vere, scintillanti lingue del Niger. Sanzionare i più poveri del mondo, non i generali e i colonnelli e i plutocrati in boubou, ma la poverissima gente, questo si sta facendo. Si applica come arma democratica l’imposizione di una miseria da Deuteronomio. L’Occidente ha davvero i giorni contati: incalzano la Wagner, i cinesi, ma soprattutto le nostre privatissime tenebre.
Il generale Tchiani sarà forse spazzato via in poche ore dalla Légion e dai suoi ascari locali. Ma una cosa l’ha insegnata: quali siano le conseguenze pratiche dei nostri birignao geopolitici per coloro a cui continuiamo a riservare di essere soltanto una piccola parte della Storia di qualcun altro, cioè la nostra.
Siamo alle solite. È accanimento ormai, ovvero non si distinguono i colpevoli dai poveri diavoli. Qualsiasi controcanto disturbi la nostra visione del mondo scattano le sanzioni, un riflesso condizionato, una moda un rito propiziatorio più che una azione politica. Il mondo dei ricchi mette in castigo quello dei poveri, anzi dei poverissimi. Pazienza per la Russia, dove, dopo due anni, gli economisti e gli analisti moltiplicano eufemismi imbroglioni per garantire che ormai Putin e la sua ciurma sono alla cinghia, non ce la fanno più a rinunciare a Ferrari e microchip; e la popolazione, punita anch’essa perché ignava non assalta il Palazzo d’estate, dovrebbe ormai essere estinta. Ma affamare uno dei Paesi più poveri del mondo «per restaurare la democrazia» è più che un delitto, è un errore. Perché gli oligarchi in Niger sono proprio i nostri reggicoda, con appartamento sulla Rive gauche. A loro non possiamo metter sanzioni, per carità. Le imponiamo ai morti di fame.
La Francia, Paese che mette insieme disinvoltamente i diritti dell’uomo e il massacro di Sétif, le “ratonnade” e il grido di Camus, cancella gli aiuti per lo sviluppo ai cari fratelli africani. Per rimetter sulla Sedia un amico fidato, il presidente Bazoum, che annuncia sciagure strillando sul Washington Post: senza di me arrivano Putin, l’Isis, i migranti a milioni. Nientemeno.
Si allineano subito i devoti della Cedeao, associazione dei Paesi dell’Africa occidentale. Poiché è di moda dispone anche di una sezione militare, peraltro finora dedita solo alle chiacchiere. Allora un po’ di storia, è utile. Il fondatore della Cedeao negli anni Settanta del Novecento si chiamava Yakubu Gowon, nigeriano. I maliziosi potrebbero notare che era un generale che grazie a un golpe divenne presidente e dittatore cleptocratico. Non subì sanzioni, lui.
La Nigeria è bellicosissima, insiste per un intervento armato in Niger, mobilita. E sanziona il Niger togliendo l‘energia elettrica a quel poco di Paese che ce l’ha. È la Nigeria del presidente Bola Titubu che per benevola combinazione è il presidente di turno della Cedeao. Le elezioni che lo hanno portato al potere non son state limpidissime, l’opposizione ha parlato di brogli. Titubu è la continuità in sistema di governo detto dei ladri che a Abuja ha toccato vette di perfezione quasi costituzionale. L’esercito che dovrebbe restaurare la democrazia a Niamey non riesce a domare, pur usando metodi spicci, la violenza nelle province del Nord dove bruciano le chiese e comandano i Boko Haram, avanza la versione locale dell’Isis e nidificano i briganti.
La immoralità di sanzioni applicate a Paesi poveri è argomento di scarsa presa, considerato superfluo, bisogna ammetterlo. Cambiamo registro: resta da verificarne la efficacia. Le sanzioni ormai si apparentano alle scomuniche che Papi, ottusamente arroccati nel medioevo, scagliavano contro monarchi ormai saldamente irrispettosi dell’Interdetto e attratti dalla laicizzazione della Sacra Gabella. Secondo le statistiche più realiste le sanzioni non servono a nulla, secondo le più ottimiste hanno un indice di riuscita al massimo del trenta per cento. Che è un modo diverso di dire la stessa cosa. La storia recente è zeppa di autocrazie sanzionate ferocemente che sono sopravvissute per anni senza problemi, dagli ayatollah a Saddam , da Gheddafi alla Corea del Nord, dalla Siria ai caudillos sudamericani.
La sanzioni dunque hanno un difetto: non funzionano. Non solo, in mani ignoranti simili formule tecniche diventano sciagure.
Sono aggirabili perché c’è sempre qualcuno a cui farà comodo disobbedire, apertamente o di nascosto, rifornendo il reprobo di turno dell’Occidente, facendo così buoni affari politici e monetari. Unica conseguenza certa è di innescare la rabbia dei popoli che ne sono vittima. Doppiamente: perché restano sotto il tallone di dittature tenaci e per di più sono loro a regredire quotidianamente per la penuria innescata dal bigottismo democratico. Modeste stregonerie mediatiche e propagandistiche, alla portata perfino dei colonnelli nigerini, le illustrano subito come «inique» e inturgidano l’ostilità verso coloro che le hanno imposte. Nel Sahel stiamo allevando un paio di generazioni di forsennati contro l’Occidente ricco e affamatore. A che serve dunque questa arma “sine ictu”? Perché le abbiamo ancora tra i piedi? Servono alla nostra comunicazione interna occidentale. Per marchiare i “nostri” cattivi; e nel caso non possiamo o vogliamo far nulla dimostrare che facciamo qualcosa.
E’ il presidente della Nigeria che spinge per l’intervento armato, losco personaggio pieno di conflitti di interesse e molto maneggione per essere perfetto filo-nostro, ma il senato gli ha votato contro, quindi non ci sarà nessun intervento da parte delle Nigeria e Titubu, con una maggioranza risicata e grossi problemi all’interno, rischia grosso pure lui. Nonostante la lirica del giornalista, la retorica delle sanzioni è stata messa a fuoco, non servono a niente, anzi parrebbe che portano bene, compattano il fronte interno, aiutano a trovare sostenitori esterni e inducono a nuove soluzioni. L’unica incognita è la qualità dei golpisti, se hanno veramente a cuore la causa del paese e un minimo di cultura politica, oltre al senso patriottico che vanno declamando, ma questi si vedrà
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Unica soluzione in Africa
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Dedicata a te Carlgen da me e ammiocugggino
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Classicone! Grazie di cuore …ricambio in tema.Rip Kurt Rip Chris.
Buonaserata
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♥️♥️🤘
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Dedicata a Carlgen
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