Marco Revelli: “Il populismo è stanco e i cittadini detestano questa offerta politica”

IL POLITOLOGO – “Il Pd ormai è il nulla, i 5Stelle deludono sia da soli, sia con i dem”

(DI TOMMASO RODANO – ilfattoquotidiano.it) – Marco Revelli, i numeri del distacco dalla politica sono diventati enormi.

Iperbolici. Sei elettori su 10 detestano l’offerta politica attuale. È un dato che attesta lo stato profondamente lesionato della nostra democrazia e la condizione di una classe dirigente al di sotto degli standard minimi dell’accettabilità. È fuori luogo anche il trionfo dei vincitori: prendere il 50%, quando votano 4 persone su dieci, significa essere scelti da un quinto dell’elettorato.

Meloni però ne esce più forte.

A me pare che non abbia fatto gli sfracelli che si aspettava, non può considerarsi monopolista della sua area politica. Se la dovrà vedere, ancora di più, coi mal di pancia dei suoi partner di governo.

L’astensione colpisce in modo asimmetrico: a sinistra è devastante.

La categoria della stupidità non si usa in politica, ma ci sono casi in cui la tentazione è forte: è difficile immaginare altre spiegazioni per come siano andati incontro al naufragio; un’autoreferenzialità spinta fino all’accecamento e all’autolesionismo. Il terzo polo si conferma un “poletto” terribilmente marginale, il Pd non è pervenuto e i Cinque Stelle non hanno tratto giovamento dalla solitudine nel Lazio, ma non è che in Lombardia abbiano fatto meglio. Resta la desolazione di capire come facciano, a destra, a votare uno come Fontana, con tutto quello che è successo durante il Covid, o quell’altro impresentabile di Rocca: si vede che le qualità del candidato non contano nulla.

Anche il cosiddetto “populismo” è stanco? Il rifiuto dell’establishment non arriva più alle urne?

È una bolla che si è sgonfiata. Il 60% che sta fuori ora comunica il proprio disgusto in questo modo. L’onda, non del populismo ma dell’indignazione popolare, si esprime con una negazione: “Non mi avrete mai”.

Vede all’orizzonte qualcuno o qualcosa che possa colmare questo vuoto?

Sinceramente no, i pozzi a cui poteva attingere la politica politicante sono stati seccati o avvelenati. Veniamo da anni di cocenti delusioni, il tessuto civile di un paese non è invulnerabile, si logora.

Chi governa sembra fare serenamente a meno della partecipazione.

I ragionamenti sull’astensione dureranno un giorno, poi penseranno ad altro. Le nostre democrazie si stanno trasformando in oligarchie burocratiche, nemmeno più tanto elettive, all’interno delle quali i giochi si fanno tra le cosche, tra i gruppi di potere; quelli che Zagrebelsky chiama “i giri”, aggregati di notabili motivati dall’interesse. Un’oligarchia degli affari.

Alla luce di quello che dice, devo chiederglielo: lei a votare ci va ancora? O chi resta a casa è più lucido?

Vado a votare perché sono antiquato (sorride), continuo a pensare che i post fascisti siano uno sfregio per la nostra storia collettiva e anche per la mia storia familiare. L’ho fatto pur sapendo che le forze politiche a cui ho dato il mio voto non se lo meritavano, godevano di una rendita di posizione, del fatto di essere altro da quell’orrenda destra. Ma io ho 75 anni, un mio percorso e punti di riferimento a cui non intendo rinunciare. Capisco benissimo perché un elettore giovane, senza tutte queste vicende alle spalle, a votare non ci vada. Anche se così lascia la strada ai Donzelli, ai Delmastro, ai Durigon, a quel sottosegretario travestito da nazista (Galeazzo Bignami, ndr).

A proposito, siamo usciti dalla bolla di Sanremo, in cui milioni di italiani sono stati ipnotizzati da un festival che la destra di governo ha contestato per i messaggi – labilmente politici – “di sinistra”. Poi il giorno dopo a votare e c’era il deserto.

Il festival dovrebbe essere confinato nello spazio dell’intrattenimento, ma c’è un aspetto positivo, è stato un manometro: ha fatto riemergere sentimenti di pancia che questa destra non riesce a trattenere. Quando Meloni fa un editto bulgaro contro la direzione della Rai, rivela che ha dei riflessi istintivi che non riesce a nascondere. Ha dentro quel dna, quello per cui La Russa, quando lo si chiama fascista, risponde “piano coi complimenti”.

Dall’altra parte c’è il nulla.

Il nulla. Quel che resta di un partito, il Pd, che voleva rappresentare la sinistra e che riesce solo a guardarsi l’ombelico. E forse sarà guidato da un ex renziano.

Nemmeno chi profetizzava la “democrazia diretta” sta tanto bene.

La risposta è in quel 60% di astensione.

13 replies

    • e quindi la colpa è del Movimento? Secondo il suo ragionamento, se tutti gli astenuti fossero andati a votare il M5S sarebbe il primo partito col 65% di voti. Mi sembra che tutto dipenda dal Movimento, dal debito pubblico alla guerra in Ucraina, dall’invasione dei Vandali alla seconda guerra mondiale. Si è rotto il boiler? Sarà colpa di Grillo o di Conte di sicuro! Ma ci pensate a quello che scrivete o andate giù senza un minimo di analisi?

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    • Non lo dire cesare che ti saltano addosso, è una cosa che si puo’ capire solo con obiettività, o dall’esterno ma senza pregiudizio. Il Movimento aveva drenato il malcontento generale, riportandolo nell’alveo della politica, è stata l’ultima volta che la gente ha posto fiducia su un partito che doveva capovolgere il sistema di elite e la casta della politica, persone che erano tornate a votare dopo tanti anni, altri che andavano a votare per la prima volta. E paradossalmente proprio il Movimento ha dato la botta finale, quindi si, questo astensionismo si collega alla delusione di quell’esperienza, di chi non ci crede più, e nn so se sia recuperabile. La mia amica si trovava a Como alla chiusura della campagna elettorale di Grillo e mi dice che c’era tutta Como (Como eh) e una atmosfera di entusiasmo che nn si vedeva da decenni. Progetto fallito, mettiamocelo in testa, ora è un’altra cosa, non dico peggiore, dico diversa, la gente non gli interessa il progressismo come parola d’ordine, non è tempo di melina

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  1. Lei fa finta di non capire. Ovviamente, non tutti i disertori del voto avrebbero votato m5s ma molti si,specialmente alle politiche dove il voto è meno inquinato dalle clientele. Non è stato un errore governare con la lega prima e con il pd poi avendo realizzato conquiste importanti . L’errore gravissimo è stato partecipare al governo Draghi e contemporaneamente farsi inglobare nel sistema cn le alleanze e il revisionismo.

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  2. La verità? Il M5S è da un bel pezzo che non è populista.
    Ieri sia Peter Gomez che Danilo Toninelli, come da tempo dice Di Battista, il M5S si è troppo istituzionalizzato, imborghesito.
    Con Di Maio prima e con Conte ora il M5S da oltre 5 anni parla alla testa e non più alle budella delle persone. Basta vedere i nostri portavoce (Appendono, Patuanelli, Castelloni, ecc…tutti ben vestiti, moderati, politicamente corretti).
    Toninelli dice che parole come progressismo, green, ecc. sono vuote, noiose, politichesi. Ha ragione, non entusiasmano nessuno.
    Gomez dice che Conte deve iniziare a essere più radicale, netto, non più ambiguo e neutro.
    Ovviamente ha ragione.

    Se il M5S fosse populista intercetterebbe i reali bisogni della massa e parlerebbe anche come la massa.

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  3. Temo che questo giro, il Sig. Giuseppe Conte, con il suo sollecito e non richiesto intervento per mettere al posto giusto anche “i puntini sulle i” di invasore e invaso, abbia dimostrato anche ai più pazienti e perseveranti di non essere la persona giusta per il momento presente. Mi dispiace dirlo, ma quando è troppo, e troppo.
    Ci vuole ben altro, per risollevarci

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