Propagande e “complottismi”

(Andrea Zhok) – Quando si parla di propaganda e di manipolabilità della popolazione è un luogo comune, spesso ripreso, quello per cui il livello culturale sarebbe una variabile decisiva, in quanto capace di ostacolare l’influenzabilità dei soggetti. Questo assunto, oltre al pregio di essere gradevolmente consolatorio per chi di cultura si occupa, sembra seguire un semplice sillogismo. Dopo tutto uno non è facilmente ingannabile sulle cose che conosce, chi ha un’istruzione superiore per definizione dovrebbe conoscere più cose, ergo chi ha un’istruzione superiore dovrebbe essere meno ingannabile. Questo ragionamento è tanto apparentemente intuitivo quanto sciaguratamente sbagliato.

È possibile distinguere due forme distinte di manipolabilità soggettiva, che possiamo nominare schematicamente come manipolabilità (da istruzione) primaria e manipolabilità (da istruzione) terziaria.

1) Sulla manipolabilità primaria

Per istruzione primaria si intende la scuola dell’obbligo, e oggi possiamo considerare questo livello di istruzione come livello base, assumendo che tutti i cittadini ne abbiano goduto. Soggetti che abbiano limitato la propria istruzione a questo livello tendono ad entrare per primi nel mondo del lavoro con mansioni a basso tasso di specializzazione. Chi abbia questo retroterra culturale (naturalmente al netto della coltivazione autonoma di propri interessi) è sensibile ad alcune specifiche forme di manipolazione: quelle che fanno uso di una retorica della semplificazione e di appelli ad un presunto buon senso comune. Questa è una forma di manipolabilità potremmo dire classica, di tipo “viscerale”, in cui il manipolatore deve apparire come “persona comune con i piedi per terra” e la falsificazione avviene nella forma di taglio orizzontale della complessità. Se qualcosa rappresenta un problema la risposta sarà “schiacciamo il problema”, se qualcuno è un nemico la risposta sarà “abbattiamo il nemico”. Questa forma di manipolazione si presta a suscitare emozioni semplici e violente, ed è quella che ha trovato più spesso ospitalità nelle forme di populismo autoritario. Per prendere un esempio classico, la fiammeggiante retorica antisemita che precede e prepara le persecuzioni nella Germania del primo dopo guerra ha questo tipo di forma: data un’atmosfera di umiliazione e risentimento nazionale, cui si sommava un grave impoverimento dei ceti medi, stigmatizzare l’ebreo come “straniero in casa nostra” la cui ricchezza era “rubata al popolo” consentiva di veicolare, con due rozzi tagli semplificatori, la sofferenza popolare verso un conveniente capro espiatorio.

Questa forma di manipolazione è nota e rispetto ad essa esiste un certo grado di allerta – il che non significa che non rappresenti più un pericolo.

2) Sulla manipolabilità terziaria

Molto meno nota, e perciò molto più insidiosa, è la manipolabilità cui sono soggetti gli individui che hanno goduto di un’istruzione terziaria, cioè di livello universitario, dottorale o postdottorale. Per intenderne le caratteristiche è necessario fare chiarezza su cosa implica un’istruzione di questo tipo. 

Se nella manipolabilità primaria il problema era rappresentato dalla povertà categoriale, cioè dalla possibilità di cadere in rozze semplificazioni a causa della mancanza di attenzione ai dettagli, nel caso della manipolabilità terziaria si ha a che fare con un problema assai diverso. L’essenza dell’educazione terziaria è la specializzazione, che qualifica ad occupare posizioni lavorative appunto maggiormente specializzate (e perciò più rare e tendenzialmente meglio retribuite). Nell’era moderna, diversamente dall’antichità e dal medioevo, la forma presa dalla conoscenza propriamente scientifica è quella dell’approfondimento settoriale, dell’isolamento di un campo in modo da dedicare tutte le proprie energie cognitive ad esso. Mentre la scientia antica e medievale era senz’altro il “sapere” in senso generale, la scienza moderna è lo sviluppo di una facoltà specifica di astrazione. Il soggetto che sia passato con successo attraverso un ciclo di studi superiori è un soggetto che ha imparato ad isolare un proprio campo dei saperi, con specifici metodi, secondo un sistema di divisione del lavoro, delegando ad altri l’approfondimento di altri campi.

Lo sviluppo della facoltà di astrazione-separazione è cruciale nella nascita del sapere moderno. È questo quel tipo di conoscenza che consentì di sezionare i cadaveri come oggetti, rimuovendo ogni remora legata all’idea che fossero persone, incrementando così la conoscenza anatomica; è questo quel tipo di conoscenza che fornisce tecnologia bellica o genetica disinteressandosi all’uso che ne verrà fatto, perché è un problema che riguarderà altri. Si tratta di un modello di coltivazione della mente che ha il suo punto di forza (e di debolezza) nell’esercizio a lavorare per compartimenti stagni, evitando di farsi carico dei problemi contigui, delle premesse, delle implicazioni emozionali, dei collegamenti con altri campi, ecc. 

Ecco, ciò che è interessante è che questa forma mentis manifesta una propria peculiare manipolabilità: la mente formata da un’istruzione terziaria è una mente abituata a delegare ciò che esula dal suo campo di competenze a specialisti appositi, ad autorità accreditate. Paradossalmente, l’accresciuta autorevolezza e autonomia nel proprio campo tende ad esprimersi come eteronomia negli altri campi del reale. E questa, si badi, non è semplicemente una disposizione raccomandata, ma è anche realmente giustificata dal fatto che davvero l’accresciuta specializzazione tende a generare soggetti limitati e miopi in ogni campo che trascenda la propria competenza. Il prototipo macchiettistico dello “scienziato pazzo” cattura in forma di iperbole popolare un fatto che sembra paradossale, ma non lo è: il fatto che una soggettività che ha sviluppato grandemente le proprie facoltà in un campo possa risultare cieco, insensibile e squilibrato nelle proprie valutazioni al di là di quel campo. L’istruzione terziaria è un’istruzione che chiede e supporta una mente eteronoma, una mente abituata a “fidarsi dell’autorità” su tutto ciò che non rientra nelle proprie competenze, e a ragionare per astrazioni e separazioni. (Naturalmente anche qui si tratta di propensioni, non condanne: c’è chi riesce a sottrarvisi).

Sul piano dell’assoggettamento alla propaganda questo significa che la “manipolabilità terziaria” ha forme specifiche. Non è una manipolabilità legata all’emozione violenta, ma all’affidamento cieco e alla sospensione del buon senso (e persino della logica) in tutto ciò che non è direttamente di propria competenza. In un mondo sempre più complesso, con sempre maggiore divisione del lavoro, le specializzazioni sono sempre più settoriali e questo significa che il campo dell’“ignoranza del dotto” è sempre più vasto. Così, la manipolabilità terziaria finisce per essere persino più virulenta e potente della manipolabilità primaria. Questo perché, diversamente dalla manipolabilità dei meno istruiti, la manipolabilità dei “dotti” è disposta ad accettare qualunque infrazione del buon senso, considerato una guida inaffidabile rispetto all’autorevolezza degli “accreditati”. Sotto queste condizioni, basta che alcuni accreditati strategici siano corrotti, o che lo siano i media che li scelgono, o entrambi, e i soggetti con istruzione superiore possono divenire un gregge manipolabile nelle forme più sconcertanti, proprio perché risulta disattivato l’ancoraggio al senso comune e alla capacità autonoma di giudizio d’insieme. 

3) Funzioni epistemiche delle “teorie del complotto”

Questo discorso ci porta ad una considerazione finale intorno al ruolo giocato nelle società moderne dalle cosiddette “teorie del complotto”. L’insieme eterogeneo di ciò che viene fatto cadere sotto la categoria del “complottismo” è accomunato semplicemente dal rigetto delle interpretazioni ufficiali. In questo spazio amplissimo possono comparire cose ampiamente difformi, da autentici deliri paranoici a semplici teorie scientifiche di minoranza. Non è perciò possibile parlare del valore in generale delle “teorie del complotto”; è tuttavia possibile parlare della loro funzione sociale. 

Le cosiddette “teorie del complotto” tendono a fiorire quando cresce la percezione dell’inaffidabilità delle teorie accreditate. E in un mondo in cui gli interessi economici per il controllo dell’informazione sono massivi, e i mezzi per esercitare tale controllo sono manifesti, il sospetto che le teorie accreditate possano essere inaffidabili non può che dilagare. Chi non sia mai incline, neanche un po’, a dare credito a queste interpretazioni alternative è uno spirito clinicamente morto.

Le “teorie del complotto” in questo contesto hanno una tendenza generale, ed è la tendenza alla ricerca di una chiave di lettura intenzionale, e perciò razionale, di catene di eventi cruciali e altrimenti incomprensibili. Questo tipo di teorie è spesso soggetto ad un eccesso di razionalismo in quanto molti eventi anche apparentemente disconnessi possono essere ricondotti sotto l’idea di un “piano complessivo”. Il difetto di questo approccio è ben noto nella letteratura epistemologica: la connessione dei dati in una visione unitaria viene fatta sulla base di un presupposto intenzionale, come se ci fosse sempre un’intenzione nascosta dietro a correlazioni, tendenze, concomitanze. Questa forma di descrizione intenzionale è quasi sempre sbagliata in molti dettagli, e tende a sottovalutare i margini di accidentalità nella storia.

Tuttavia c’è un secondo aspetto dell’atteggiamento “complottista” che viene sempre sottovalutato, e che ha invece una funzione sociale (ed epistemologica) altamente positiva. La logica dell’interpretazione intenzionale (la “intentional stance” di Dennett) ha una peculiare potenza sintetica: riesce a comporre in una configurazione sintetica molti dati che secondo descrizioni causali ordinarie non sarebbe possibile mettere assieme. Ora, mentre è vero che le descrizioni intenzionali tendono ad eccedere nel cercar di fornire un senso comune ad eventi distinti, bisogna rimarcare che le descrizioni di carattere scientifico hanno precisamente il difetto opposto: tendono a non vedere, e non voler accreditare, nessi reali dove non si siano accumulate prove sufficienti per un tempo abbastanza lungo. La visione “scientifica” tende strutturalmente ad una forma di miopia quando si occupa di processi multifattoriali, storici, politici, insomma di tutti quei processi massimamente importanti per chi li vive, e dove la miopia e l’incapacità di interpretare sinteticamente ha un costo elevato.

Ma, si dirà, se un’interpretazione intenzionale non è scientificamente corretta, se alcune delle cose che si ritengono legate assieme da una volontà (un piano) risulteranno non essere parte del piano di nessuno, allora non è forse raccomandabile evitare ogni errore? Non è meglio astenersi da ogni valutazione per non eccedere in congetture erronee?

Ecco, la risposta qui è un secco no. 

E la ragione è la seguente: le prospettive che producono una sintesi di molti fattori consentono di scoprire il vero anche quando sono parzialmente false. 

Quando gettiamo uno sguardo al mondo, alla storia che abitiamo, ci troviamo di fronte a processi multifattoriali, assai complessi. Qui la scoperta delle cause effettivamente coinvolte è sempre una scoperta complicata, incerta, ardua. Spesso sono all’opera nessi causali indiretti, che emergono solo a posteriori, con analisi statistiche, magari decenni più tardi, e si può anche non raggiungere mai un accertamento che vada al di là della speculazione. Se rispetto a tutti questi nessi il nostro giudizio rimane ancorato alla sospensione del giudizio, ci condanniamo ad una miopia che ci rende impotenti. 

La conoscenza, anche la conoscenza scientifica, progredisce attraverso l’utilizzo di metafore, di similitudini, di modelli analogici che vengono regolarmente superati da altre metafore, similitudini, modelli (per dire, noi oggi rigettiamo come falsa la metafora del “fluido calorico” in termodinamica, ma c’erano previsioni corrette che quella metafora consentiva e che rimangono valide tutt’oggi). 

Nel “Nome della rosa” Umberto Eco mette in scena brillantemente questa dinamica epistemologica quando fa costruire al suo protagonista Guglielmo da Baskerville una teoria intorno alle ragioni della serie di omicidi che sta investigando. Questa teoria si fonda sull’idea che il perpetratore intenda mettere in scena i momenti dell’Apocalisse di Giovanni. Quando però alla fine Guglielmo si trova a tu per tu con Jorge, il reo, questi gli fa sapere di non aver affatto seguito l’andamento dell’Apocalisse. E tuttavia la capacità di sintetizzare i fatti lungo quella congettura (fattualmente sbagliata) ha consentito a Guglielmo di catturare realmente il colpevole.

Le “teorie del complotto” svolgono una funzione simile. Sarebbe naturalmente preferibile, in un mondo ideale, che tra le stesse fonti accreditate ci fosse sufficiente elasticità e pluralismo da consentire ad ipotesi non ovvie di venire alla luce ed essere discusse, senza bisogno di prendere la “via della clandestinità” propria delle “teorie del complotto”. Ma in mancanza di queste condizioni, alcune tesi tacciate di “complottismo” possono avere precisamente questa funzione: creano una rete di connessioni sulla base di una teoria di tipo intenzionale che è incerta, e che spesso verrà smentita in diversi dettagli, e che tuttavia, lanciando reti ipotetiche consente nel tempo di pescare molti più fatti e nessi reali di quanto accade rimanendo ancorati alle tesi “accreditate”.

4) Conclusioni

La scansione tra “manipolabilità primaria” e “manipolabilità terziaria”, così come quella tra congetture “complottiste” e tesi “accreditate” segue – a grandi linee – un crinale di classe; laddove la classe non è strettamente legata al reddito (per quanto importante), ma alla collocazione rispetto al potere costituito.

I ceti di sostegno al potere costituito, lavoratori della conoscenza integrati, borghesia semicolta, avidi fruitori di media col bollino e testate di regime, si supportano vicendevolmente nell’appuntarsi ai rispettivi petti medaglie di “accreditamento”. Questi soggetti s’imporporano di sdegno di fronte ai “complottisti” e alle “fake news” – certificate tali dalla propria linea di comando – e si interrogano pensosi su come tutto ciò sia possibile, signora mia. 

E la risposta è semplice e pronta: è tutta colpa dell’Ignoranza

Sono gli ignoranti, la plebe a scarsa scolarità e scarsa specializzazione che non riesce a comprendere che non si deve mai credere a quello che hai davanti agli occhi, ma sempre a quello che ti viene autorevolmente raccontato da terzi consacrati. (Curiosamente, sono spesso gli stessi che irridono gli Scolastici per aver cercato la verità sul mondo nelle biblioteche dei monasteri invece che guardare alla natura…) La facoltà di separare e astrarre e trattare per compartimenti stagni i fatti del mondo, confidando sereni nella Reuters o nell’AIFA, in Open o nella von der Leyen, li predispone ad una visione accoccolata nel bene e nel giusto, pronta peraltro a mutare orientamento nell’arco di ventiquattr’ore, purché la catena delle sorgenti di autorità sia rispettata. 

In questo gioco sono al tempo stesso vittime e complici della propria manipolazione, che discende direttamente dalla solidarietà con gli interessi e indirizzi del potere. Nello stagno di conformismo benpensante in cui questi ceti nuotano l’essere manipolati è sì una forma di inganno, ma inganno solo a metà, perché se è vero che subiscono le verità del potere, è anche vero che in fondo sanno bene che è l’adesione a quel potere a garantirgli pane e companatico: e questo è sempre un criterio di verità assai robusto.

11 replies

  1. È veramente difficile confutare il sunto della vita da lei cosí ben descritto e che presumo rappresenti la sua ma di certo non comprerei da lei la sua auto usata.
    Cordiali saluti.
    Un beato ignorante.

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    • Il tuo commento è la prova inconfutabile che Andrea Zhok ha descritto alla perfezione la realtà. Purtroppo sei in buona compagnia nel comprare l’auto usata dalle persone sbagliate: basta vedere come siamo ben governati. Povera
      Italia, povera Europa, povero Pianeta e…poveri Noi!

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  2. Apprezzo molto Zhok, pur nella complessità di articoli come questo ( altri sono di fruizione immediata).
    Chiedo a chi ha letto l’articolo se è corretta la mia interpretazione. La parte finale, quando dice “li predispone ad una visione accoccolata…” allude ai “ceti di sostegno al potere produttivo…etc.” e non agli “ignoranti” a cui ha alluso due righe più sopra.
    Si perderebbe, altrimenti, il senso delle conclusioni.
    D’altronde il “conformismo benpensante” è solo di quei ceti semicolti e borghesi funzionali al Sistema di Potere.

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  3. Temo che in molti, leggendo l’articolo, si possano perdere. Ma tenendo duro, leggendo e rileggendo, si coglie un eccellente analisi della realtà, sia quella percepita che quella spacciata. E c’è una diagnosi finale convincente. Ma purtroppo senza terapia.
    P.s. Su Zhok mi sono allenato leggendo la sua “Critica della ragione liberale”. Ottima e complicata per i non filosofi…

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  4. Perfetto ! Quando si colgono palesi contraddizioni nella narrazione di eventi da parte dei divulgatori accreditati, è naturale e logico pensare che qualcosa non è andata come ce l’hanno raccontata . Ha ragione anche sui colti-ignoraanti in quanto oggi il mondo è pieno di monotematici e carente di eclettici.

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  5. Quando Zhock fa il suo mestiere,mi tolgo il cappello e applaudo.Ragionamento impeccabile.
    Però…c’è sempre un però.
    L’oggetto del contendere è la manipolazione della propaganda.
    Allora scartiamo a priori,come dice Zhock,tutti gli individui “riceventi”che hanno interesse e vantaggio a seguire tale propaganda.

    Bene ora
    Se
    per propaganda intendiamo
    “il “conscio, metodico e pianificato utilizzo di tecniche di persuasione per raggiungere specifici obiettivi atti a beneficiare coloro che organizzano il processo”,

    Allora
    Visto che “le teorie del complotto” si contrappongono,per loro stessa natura(se non ci fosse la propaganda non ci sarebbero le teorie del complotto), alla propaganda

    dobbiamo perlomeno ipotizzare che anche tali teorie…vogliano “raggiungere specifici obbiettivi atti a beneficiare coloro che organizzano tali teorie “.

    Quindi si può dedurre che entrambe non abbiano come scopo principale la ricerca della verità,ma la “vittoria” nel duello di uno dei due”pseudo ricercatori”della verità.È quindi il ricercatore,e non la verità,che è posto in primo piano.

    D’altronde con rispetto per Eco,e per l’interpretazione Zhockiana ,mi sembra un po’ semplicistico
    Il paragone scoperta dell’omicida=verità trovata.Credo che sia un po’ più complessa la questione.

    Se si fa un passo indietro,possiamo notare che l’uomo ,inteso come individuo,
    è vittima e carnefice di sé medesimo,aldilà del livello di istruzione che possiede.

    Personalmente,in questo momento,è la milionesima volta che mi sto dicendo che la sigaretta che mi sto fumando sarà l’ultima,ma poi so già come andrà a finire.
    L’essere umano è un insieme gigantesco di memorie (conscie e inconscie) composte da azioni(fisiche e mentali) intese come “reazioni” a determinati stimoli e percezioni .Queste reazioni sono mosse dalla ricerca del piacere (personale) e dalla fuga dal dolore(personale)…
    la “nostra” verità non sarà mai oggettiva,reale, e prima di porre attenzione a tali architetture manipolatorie citate da Zhock,bisognerebbe porre consapevolezza su noi stessi,visto che siamo i primi che ci automanipoliamo.

    Detto questo,
    Se il problema posto da Zhock è sfuggire alle “reti”
    (bella ed esplificativa L’immagine proposta da infosannio) della propaganda o delle propagande,la soluzione è più semplice di quello che si pensi…
    E non c’entra il livello di istruzione.

    Se le reti sono fatte per prendere i pesci,non essere pesce… sii mare(direbbe la filosofia zen suffragata da Russell e Schopenhauer)
    Ed è questa la soluzione che,personalmente,prediligo e seguo.
    Nel caso della “guerra” sono profondamente “anti americano” ma certo non “putiniano”.
    Buttate tutte le reti che volete,se non sapete chi prendere… non prenderete nulla…perché l’acqua passa anche attraverso le maglie più strette.

    Nel momento in cui ci si identifica in qualche pesce(putiniano,bideniano,zelenskiano,Meloniano)
    si aumenta il rischio di cadere in trappola di qualche rete. Sottolineo il rischio…non la certezza.

    Rifiutando l’identificazione,vero cruccio dell’umana esistenza,
    allora è probabile che realtà,verità e libertà vengano alla luce…e si scopra che siano perfettamente sovrapponibili,se non la stessa cosa.

    Concludendo un poco conosciuto filosofo e musicologo,
    Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, diceva:

    “La libertà non sta nello scegliere tra nero e bianco, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”

    E non posso che trovarmi perfettamente d’accordo.

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  6. Ottimo anche il tuo intervento, Carlgen.
    Trovo eccellente, pur nella complessità, l’articolo di Zhock perché mette in evidenza, capovolgendo la vulgata, che le persone più manipolabili, paradossalmente, sono in genere quelli più “istruiti”.
    O meglio tra le due forme di manipolazioni ( quella viscerale per i meno colti e quella legata alla settorializzazione del “sapere” per i più scolarizzati) quella ad avviso di Zhock ( ed anche mia) è più preoccupante e invasiva.
    Ed al netto dell’interesse personale ( da pane e companatico) degli “istruiti” c’è la propensione alla delega al Sistema ( da cui si sentono rappresentati) che determina il rischio della “morte cerebrale” della logica e direi della critica.
    Non credo, anzi ho colto il contrario, che Zhock volesse dare credibilità ad una qualunque “montatura” complottista. Ne sottolinea i deliri e spesso l’irrazionalità ( senza entrare nello specifico).
    Credo che lui esorti ad adottarne il metodo, perché anche dinamiche e ragionamenti errati, ma dubitativi rispetto ad una verità ufficiale, possono portare a conclusioni corrette, purché si adotti il metodo a 360 gradi. Quindi ad una teoria complottista adotto lo stesso approccio critico di una teoria rivelata e diventata postulato.
    Ad ogni modo lo stimolo riflessivo di questo articolo di Zhock è per me altissimo. E come dici tu, Carlgen, tanto di cappello. E anche a te.

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    • Troppa grazia Paolo,
      l’articolo di Zhock non fa una grinza,e anche le tue considerazioni sono oggettivamente più che condivisibili.
      Io ho voluto “guardarla” sotto un altro “piano”, diciamo completamentare se me lo si può concedere,il professore è lui…io diciamo sono un “amatore” della Domenica 😂
      Zhock è molto stimolante anche per me.
      Buona Domenica

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  7. “Questo tipo di teorie è spesso soggetto ad un eccesso di razionalismo in quanto molti eventi anche apparentemente disconnessi possono essere ricondotti sotto l’idea di un “piano complessivo”. Il DIFETTO di questo approccio è ben noto nella letteratura epistemologica: la connessione dei dati in una visione unitaria viene fatta sulla base di un PRESUPPOSTO INTENZIONALE, come se ci fosse sempre un’intenzione nascosta dietro a correlazioni, tendenze, concomitanze. Questa forma di descrizione intenzionale è quasi sempre sbagliata in molti dettagli, e tende a sottovalutare i margini di ACCIDENTALITA’ nella storia.”.

    Quindi Zhok, da buon filosofo, verrebbe da dire: “positivista” se non fosse una contraddizione in termini (che ci vede dentro, o lontano se si preferisce, infinitamente di più dei suoi colleghi, quindi a maggior ragione di chi crede che la filosofia sia vivere sulle nuvole, forse non del tutto a torto, se come riferimento si hanno i colleghi di Zhok…), escluderebbe il principio di Ragion sufficiente? Ma allora cosa stiamo qui a discutere?

    Signori miei (cit.), qui non è in atto solamente un semplice complotto, termine alquanto riduttivo in riferimento agli accadimenti attuali, ma una vera e propria SOVVERSIONE, la quale presuppone SEMPRE una intenzionalità nello sviluppo di un programma, architettato a priori, fin nei minimi dettagli.ì, sovversione in atto, non da ieri pomeriggio, ma da parecchi secoli ormai.

    Il CASO non esiste, diceva bene qualcuno, se non come espediente dialettico per eludere la propria ignoranza delle vere cause del divenire e della Storia, che non è quella che si insegna a partire dall’asilo (iniziano molto presto a cooptare neofiti) fino ai master universitari.

    Per tutti gli altri, spiace dirlo, compreso Zhok se ragiona così, c’è Master Card!

    E sia chiaro, a scanso di equivoci, io considero complottisti e “ufficialisti” entrambi ignoranti delle vere cause degli accadimenti attuali, ambedue accomunati come sono, dal mito del progresso indefinito, epperò assolutamente inattendibili: i primi, pur presentendo un’intenzionalità, la cercano nei posti sbagliati; dei secondi è meglio nemmeno parlane.

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