Reddito, l’Europa assiste anche gli occupabili. L’Italia no

Le norme nazionali di Spagna, Francia, Germania, Belgio e Regno Unito non tagliano i fondi a chi può lavorare, ma fissano regole chiare sugli assegni. Tra poco meno di sette mesi, per volere del governo Meloni, l’Italia toglierà il Reddito di cittadinanza a 400 mila famiglie, cioè ai nuclei formati […]

(DI ROBERTO ROTUNNO – Il Fatto Quotidiano) – Tra poco meno di sette mesi, per volere del governo Meloni, l’Italia toglierà il Reddito di cittadinanza a 400 mila famiglie, cioè ai nuclei formati dai beneficiari ritenuti “occupabili”. Così torneremo a essere l’unico Paese europeo che nega i sostegni al reddito per il solo fatto che una persona sia considerata “avviabile” al lavoro. Quantomeno saremo il solo Stato a compiere questa scelta tra i principali vicini ai quali siamo soliti paragonarci.

Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e Belgio concedono invece sussidi anche ai disoccupati collocabili, spesso separando questi strumenti da quelli destinati esclusivamente agli inabili al lavoro. I sussidi erogati da questi Paesi sono anche “non assicurativi”, cioè non sono necessariamente finanziati con contributi a carico delle imprese e degli stessi beneficiari; sono coperti dalla fiscalità generale, perché si ritiene utile creare una rete di protezione sociale che salvaguardi i consumi anche di chi non ha un impiego. Il governo tedesco, per esempio, ha da poco riformato la sua misura anti-povertà con sanzioni meno aspre per chi rifiuta offerte di lavoro. La Spagna ha cinque diversi tipi di aiuto per i disoccupati che hanno perso i sussidi cosiddetti “contributivi”.

Queste nazioni danno soldi a chi non ha un lavoro e nel frattempo riservano loro servizi di formazione e orientamento. Il denaro versato nelle loro tasche mensilmente è considerato un incentivo a partecipare a queste attività. L’esatto contrario dell’Italia, unico governo a essere ossessionato dall’idea che pagare i disoccupati li allontani dal darsi da fare. A partire da luglio, gli italiani senza lavoro non avranno alcun tipo di protezione, a meno che non abbiano un’anzianità contributiva alle spalle talmente solida da assicurare lo scivolo della Naspi. Funziona così: se per esempio hai lavorato per quattro anni negli ultimi quattro, hai diritto a due anni di assegno di disoccupazione. Questo vuol dire che se sei un giovane precario con poca esperienza alle spalle, vieni penalizzato. Inoltre, una volta finita la Naspi, se non si è riusciti a trovare un nuovo lavoro, si resta senza sostegni. E, come detto, da ora in poi non ci sarà nemmeno il Reddito di cittadinanza come sostegno di ultima istanza perché questo sarà solo per i non occupabili o al massimo per chi ha figli minori o disabili in famiglia. Ecco, invece, come funziona negli altri Stati europei.

Germania.
Berlino ha introdotto una forma di sostegno al reddito già durante il governo del cancelliere Gerard Schröder, il cosiddetto Piano Hartz IV, entrato in vigore nel 2005. Le condizionalità legate al sussidio (449 euro per un single) erano in una prima fase effettivamente molto stringenti e questo prestò il fianco a grandi critiche specialmente per l’esplodere dei “mini-job”, i lavoretti da poche ore che si era costretti ad accettare ma che non avevano la capacità di tirar fuori dalla condizione di bisogno le persone coinvolte. A novembre 2022 è arrivata la riforma che ha introdotto il Burgergeld. Il minimo per chi è singolo è stato portato a 502 euro, è stato rivisto al rialzo il meccanismo per cui il sussidio aumenta per i nuclei numerosi. Tra i requisiti c’è proprio il fatto di essere abile al lavoro ed è stato istituito un “periodo di fiducia” di sei mesi per chi lo riceve. In quel lasso di tempo non si applicano le sanzioni per chi rifiuta lavori. Si ritiene, in pratica, che spingere una persona ad accettare la prima proposta ricevuta rischi di costringere a impieghi a basso valore aggiunto e poco formativi, poco remunerativi e quindi dannosi per una formazione professionale che, se articolata in un tempo più lungo, potrebbe essere più efficace.

Francia.
A Parigi esiste uno strumento chiamato Revenu de solidarité active. Per ottenerlo bisogna avere almeno 25 anni ed essere stabilmente residente in Francia. Anche in questo caso, non c’è alcuna esclusione per quelli “immediatamente occupabili”. Semplicemente, per loro c’è l’obbligo di recarsi ai “pole emploi”, equivalenti ai nostri centri per l’impiego, che in Francia hanno una dotazione finanziaria e di personale ben più solida della nostra. Qui si firma una sorta di patto che registra le caratteristiche del lavoro cercato e le azioni di ricerca alle quali ci si impegna. Nel fascicolo personale vengono quindi definite le offerte di lavoro ritenute “ragionevoli” e se ne possono rifiutare al massimo due.

Spagna.
Madrid, a scapito delle esigenze di semplificazione, ha una raffica di aiuti. Oltre al reddito minimo, agli ammortizzatori sociali e ai sostegni contributivi, ha ben cinque diversi sussidi non assicurativi. Il senso è che la protezione sociale funziona a cascata: prima la cassa integrazione, poi l’assicurazione (omologa della nostra Naspi), poi i sussidi non contributivi e solo alla fine il reddito minimo per i poveri assoluti (omologo del nostro Reddito di cittadinanza). Tra gli strumenti assicurativi e la misura anti-povertà, a differenza nostra, gli spagnoli hanno altri cinque sussidi suddivisi per disoccupati con carichi famigliari, over 45 e over 52, persone senza anzianità contributiva e persone disoccupate da molto tempo. Insomma, un sostegno non assicurativo per ogni categoria. Le azioni di attivazione sono considerate 6: l’avvio di un’attività autonoma, l’iscrizione in un’agenzia del lavoro, l’invio del curriculum, la partecipazione a colloqui, la frequentazione dei centri e la formazione. Per mantenere il sostegno bisogna dimostrare di averne svolte almeno tre.

Regno Unito.
Londra ha lo Universal Credit concesso a disoccupati, lavoratori a basso reddito e persone inabili. Bisogna vivere in Uk, avere almeno 18 anni e non essere in età pensionabile e non avere risparmi superiori a 16 mila sterline. Gli avviabili al lavoro devono scrivere il curriculum, cercare un posto e seguire la formazione. Devono inoltre frequentare regolarmente il “coach” fornito dal centro per l’impiego via telefono, videoconferenza e incontri dal vivo. Se saltano un appuntamento vengono sanzionati.

Belgio.
Bruxelles viene sempre presa come riferimento e descritta come molto severa. L’aiuto si chiama Revenu d’intégration e funziona – come spiega il nome – come integrazione al reddito che per un singolo non deve essere inferiore a 1.214 euro. Non c’è alcuna esclusione per i beneficiari abili al lavoro che hanno l’obbligo di partecipare ai programmi di qualificazione e dimostrare di effettuare ricerche e colloqui. Gli obblighi sono indicati in maniera generica e poi definiti in maniera più precisa dal contratto individuale stipulato con i centri per l’impiego.

All’estero, dunque, gli aiuti sono assicurati anche a chi può lavorare. È chiesto il rispetto degli obblighi, più o meno rigoroso a seconda del Paese, e le strutture pubbliche che verificano sono più efficienti perché, a differenza dell’Italia, c’è un importante investimento pubblico sui servizi per il lavoro.

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2 replies

  1. E bravi … vorreste il reddito? Ma allora non avete capito vogliamo gente che lavori per due solti… massimo profitto con minor spesa!

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